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E’ stata una strage di stato/La montagna del dolore [di Maurizio Macaluso – Quarto Potere – 23 marzo 2007]

21 dicembre 2006

Nuove clamorose rivelazioni sul disastro aereo di Montagna Longa. Un ex estremista di destra rivela che l'aereo fu abbattuto da terroristi che operavano con la complicità della rete paramilitare di Gladio

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C'è un patto segreto, una verità nascosta chenessuno fino ad oggi ha rivelato. L'aereo schiantatosi la sera del 5 maggio di trentacinqueanni fa sulla montagne di Palermo fu abbattuto da terroristi di  estrema destra che operavano con la complicità e la copertura dei vertici di Gladio, la rete paramilitare segreta costituita dopo la seconda guerra mondiale in Italia con il compito di contrastare una eventuale invasione dei comunisti, finita nel passato al centro di tante inchieste giudiziarie.

È questo l'ultimo clamoroso segreto riferito da Alberto Volo, un ex estremista di destra siciliano, che ha rivelato l'esistenza di un piano per destabilizzare il Paese. "Se vuole scoprire la verità deve uscire dalla logica di destra e sinistra ed entrare in quella dei servizi segreti".

Maria Eleonora Fais, sorella di uno dei centotto passeggeri morti nel disastro aereo, che alcuni anni fa ha incontrato l'ex estremista, non ha dimenticato queste parole. Alberto Volo, chiamato il professore, ha oggi cinquantotto anni. Negli anni Settanta era uno dei tanti giovani che militavano in un'organizzazione sovversiva che operava a Palermo e nel resto della Sicilia occidentale. L'ex estremista, che alcuni anni fa ha accettato di incontrare Maria Eleonora Fais, ha raccontato che il gruppo agiva alle dipendenze dei servizi segreti e percepiva compensi dallo Stato. Le direttive arrivano direttamente dai vertici di Gladio. Importanti documenti confermano che la rete clandestina paramilitare era già operativa nell'isola negli anni Settanta. Non vi è alcuna prova però di un collegamento con gruppi terroristici ed organizzazioni criminali che hanno operato in Sicilia. Tutte le inchieste giudiziarie hanno escluso coinvolgimenti dei servizi segreti in attività illecite.

I vertici di Gladio hanno ribadito con forza che la struttura militare avrebbe operato legittimamente senza avere alcun contatto con personaggi ambigui coinvolti in tentativi di eversione. L'ex estremista Alberto Volo però ha riferito particolari e circostanze importanti che necessiterebbero quantomeno di una verifica. Il gruppo di cui faceva parte aveva una sede nel centro di Palermo, a poche centinaia di metri dal teatro Politeama. L'organizzazione era dotata di armamenti ed attrezzature sofisticate. Gli estremisti, ha raccontato Alberto Volo, sarebbero stati in possesso anche di proiettili al curaro, una sostanza chimica tossica che non lascerebbe traccia, di cui erano in dotazione i servizi segreti. L'ex estremista, racconta Maria Eleonora Fais, che da anni si batte per accertare la verità sulla morte della sorella e degli altri centosette passeggeri, ha riferito che il suo gruppo era stato incaricato di compiere una serie di attentati al fine di destabilizzare il Paese ed impedire la presa del potere da parte dei comunisti e di eliminare alcuni rappresentanti delle istituzioni che erano corrotti.

Un'azione, la prima, che rientrava nei compiti e nella strategia portata avanti da Gladio, istituita con l'obiettivo di evitare l'avanzata dei comunisti, e dalla CIA. In questo contesto sarebbe maturata la decisione di abbattere il DC8 schiantatosi il 5 maggio del 1972 sulle montagne di Palermo qualche minuto prima dell'atterraggio. Alberto Volo ha raccontato che quella sera doveva imbarcarsi sull'aereo diretto in Sicilia. Qualche minuto prima della partenza gli fu consigliato però di non partire. Chi e perché gli disse di non imbarcarsi? L'ex estremista non ha voluto rivelare il nome dell'informatore.

Maria Eleonora Fais ha però un sospetto. "Negli anni Settanta operava all'aeroporto di Roma Julio Baccarini, estremista di destra con residenza a Beirut in contatto con i servizi segreti israeliani", dice. Julio Baccarini era considerato un personaggio pericoloso dalle fonti informative comuniste. Fu effettivamente lui a consigliare ad Alberto Volo di non partire? L'ex estremista siciliano, che non ha mai partecipato a stragi compiute dai gruppi eversivi, non è stato in grado di riferire altri particolari sull'attentato. Ha comunque precisato che il terrorista Stefano Delle Chiaie, uno dei leader dell'estremismo di destra, sarebbe a conoscenza di tutti i particolari. Dopo l'era degli attentati e delle stragi, i servizi segreti avrebbero troncato i legami con i gruppi terroristici. Numerosi estremisti, diventati personaggi scomodi, sarebbero stati eliminati.

Tanti amici di Alberto Volo sarebbero stati uccisi. Altri sarebbero stati arrestati. Anche l'ex estremista palermitano sarebbe finito nel mirino dei servizi segreti. Dopo essere stato convinto a fare una rapina in un supermercato sarebbe stato sorpreso in flagranza dalla polizia ed arrestato. Una volta in carcere, ha raccontato l'ex estremista nel corso di un incontro con Maria Eleonora Fais, sarebbe stato selvaggiamente picchiato da un funzionario dei servizi segreti coinvolto successivamente in una clamorosa vicenda giudiziaria a Palermo. Alberto Volo, che si era dichiarato pronto a riferire ciò che sa agli inquirenti, non è mai stato convocato dai magistrati. L'ex estremista è rimasto coinvolto, un anno fa , in un'inchiesta su un giro di diplomi falsi. Per le autorità italiane la morte dei centotto passeggeri e dei sette membri dell'equipaggio deceduti nel disastro aereo di Montagna Longa è frutto di una tragica fatalità.

Ma Maria Eleonora Fais insiste e rivela l'esistenza di un filmato inedito che potrebbe consentire la riapertura delle indagini. "Si tratta di un vecchio filmato amatoriale realizzato da un anziano di Terrasini che si recò sul luogo del disastro poche ore dopo lo schianto", spiega. "Molti cadaveri erano completamenti nudi, bianchi e gonfi. Una condizione che non è assolutamente compatibile con l'ipotesi dell'incidente formulata dagli inquirenti". "L'aereo è stato abbattuto", ribadisce Maria Eleonora Fais che, dopo essere venuta in possesso del filmato, lo ha mostrato immediatamente ad un esperto ed ha scoperto che i suoi sospetti sarebbero fondati. "Il dottore Paolo Procaccianti, dell'Istituto di medicina legale di Palermo, mi ha detto che da un primo esame sembrerebbe che la morte sia dovuta ad uno spostamento d'aria provocato da un'esplosione".

Ma per potere affermare con certezza che si sia trattato di un attentato servono prove. Bisogna innanzitutto scoprire se sull'aereo vi era la presenza di esplosivo. Un accertamento che sarebbe possibile effettuare riesumando le salme delle vittime e sottoponendole ad una perizia balistica. "Chiederò che venga riesumato il corpo di mia sorella", dice Maria Eleonora Fais. "Per anni le autorità hanno  ostinatamente rigettato ogni nostra richiesta. Non possono ancora, dopo trentacinque anni, continuare a sostenere che si è trattato di un incidente e nascondere la verità".

Maurizio Macaluso

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Antonio Cavataio, figlio di una delle vittime del disastro aereo, racconta il suo dramma di orfano. Dopo la morte del padre finì in un collegio di Milano e fu costretto a crescere senza genitori. Oggi chiede giustizia

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Il piccolo Antonio batteva i piedi ed urlava. "Non piangere", gli diceva sua madre. "Qui starai bene. Ci sono tanti bambini con cui potrai giocare. Io verrò presto a trovarti". Si chinò verso di lui e, dopo averlo abbracciato, s'avviò lungo il corridoio. Antonio tentò di seguirla ma le suore lo trattennero. La fissò in lacrime mentre la vedeva scomparire dietro una porta. Odiò sua madre. Odiò suo padre che era partito all'improvviso per l'America senza neanche salutarlo e non aveva fatto più ritorno. Antonio era piccolo. Non sapeva che suo padre era morto in un disastro aereo. Sono trascorsi trentacinque anni da quel giorno. Antonio Cavataio è oggi un uomo. Ha una moglie e tre figli.

Ha scoperto la terribile verità sulla fine di suo padre. Giovanni Cavataio aveva trentotto anni. Viveva con la moglie ed i quattro figli ad Alcamo. Gestiva una rivendita di frutta. Era un marito ed un padre affettuoso. Era disposto a fare qualunque sacrificio per i suoi figli. "Io ero un bambino vivace", racconta Antonio Cavataio. "Nella primavera del 1972, mentre giocavo, infilai le dita in una presa della corrente elettrica dietro al frigorifero e mi bruciai. Mio padre contattò  immediatamente un amico a Bologna dove c'era un grosso centro di chirurgia plastica. Gli dissero che avrebbero potuto operarmi. Alcune settimane dopo ci recammo a Bologna per l'intervento chirurgico. L'operazione riuscì perfettamente. Il 5 maggio mio padre decise di rientrare in Sicilia. C'erano le elezioni e lui non voleva mancare. Io restai in ospedale con mia madre. Fu l'ultima volta che vidi mio padre. Al ritorno a casa mi fu detto che era partito per l'America". Il piccolo Antonio attese invano il ritorno del padre. Ogni volta che chiedeva alla madre ed ai nonni otteneva risposte sfuggenti. I giorni trascorsero inesorabili e presto il piccolo Antonio non interrogò più i suoi familiari. Sua madre, sconvolta dall'improvvisa perdita del marito, decise di lasciare la Sicilia e di trasferirsi nel settentrione. "Inizialmente portò con lei soltanto me","Andammo a vivere a Milano. Mia madre trovò un lavoro in un ristorante. Non stava mai in casa e non aveva tempo per occuparsi di me e quindi decise di portarmi in un orfanotrofio. Mi ricordo che quando mi lasciò compresi subito ciò che stava accadendo. Iniziai ad urlare ed a battere i piedi". racconta Antonio Cavataio.

Il piccolo Antonio restò a lungo in collegio. Presto fu raggiunto da due dei tre fratelli. Il quarto, ancora piccolo, fu affidato ad una famiglia. Ogni sabato la madre andava a prendere lui ed i suoi fratelli per il fine settimana. Alla vigilia dell'estate il nonno arrivava dalla Sicilia per portarli a casa per le vacanze. All'età di sette anni Antonio fece una terribile scoperta. "Un giorno, mentre ero in Sicilia, mi fu detto che mio padre non era mai andato in America. Scoprii con grande sorpresa che l'aereo sul quale si era imbarcato era precipitato e lui era morto. Mi sentii terribilmente in colpa. Pensai che se io non mi fossi bruciato non saremmo mai andati a Bologna e lui non sarebbe mai salito su quel maledetto aereo". Antonio Cavataio fa una pausa e poi aggiunge: "Ho vissuto per anni con questo senso di colpa. Non potete neanche immaginare i pianti che mi sono fatto nei bagni delle camerate". Antonio rimase in collegio per circa dieci anni.

Quando uscì andò ad abitare con la madre, che nel frattempo si era risposata. "Non ho vissuto molto con loro", racconta. "In estate conobbi una ragazza romana. Me ne innamorai e decisi di trasferirmi nella capitale". Antonio Cavataio oggi ha superato i terribili sensi di colpa che lo hanno afflitto per anni e si è riconciliato con suo padre. Alcuni anni fa si è recato sul luogo del diastro. "Volevo vedere dove era morto mio padre", racconta. "Ho fermato la macchina ai piedi della montagna ed ho proseguito a piedi. Quando sono arrivato in cima sono scoppiato in lacrime". Qualche mese fa Antonio Cavataio ha fatto un'altra terribile scoperta. Consultando un sito internet dedicato alla tragedia, realizzato da alcuni familiari delle vittime, ha appreso che la fine di suo padre e degli altri passeggeri potrebbe non essere stata una tragica fatalità. "E' stato uno shock", dice. "Sin da piccolo mi avevano detto che l'aereo era precipitato a causa di un errore dei piloti.

Ho dovuto rimettere in discussione tutto ciò in cui fino a quel momento avevo creduto". Antonio Cavataio si è immediatamente messo in contatto con i familiari di altre vittime. Ha conosciuto altri ex bambini che hanno perduto il padre nel disastro e che sono stati costretti come lui a crescere senza un genitore. Ilde Scaglione è una di loro. Suo padre, Mario, era un funzionario di  un'importante compagnia petrolifera. Stava tornando da un viaggio di lavoro. Ilde Scaglione ricorda nitidamente quel maledetto giorno in cui suo padre non fece ritorno a casa. Per anni ha letto con ingordigia ogni notizia sull'incidente cercando di capire.

Oggi si batte per la verità. "Non ho mai creduto che si sia trattato di un incidente", dice. "I piloti erano persone esperte che non avrebbero mai compiuto un errore del genere. Penso che l'ipotesi dell'attentato sia molto plausibile. Eravamo in un periodo politico difficile. In varie parti della Sicilia erano stati compiuti diversi atti terroristici. L'inchiesta purtroppo è stata condotta in maniera superficiale. Alcuni corpi sono stati disintegrati. Eppure nessuno ha pensato di disporre una perizia balistica per rilevare l'eventuale presenza di esplosivo. Ma c'è di più. Non sono stati neanche raccolti gli orologi delle vittime per vedere a che ora si erano fermati. Sin dall'inizio vi è stata la convinzione da parte degli inquirenti che si fosse trattato di un incidente". "Noi siamo stati trattati malissimo dalle istituzioni", aggiunge Ilde Scaglione. "Non abbiamo ottenuto giustizia. Per essere ammessi tra i beneficiari degli interventi disposti in favore dei familiari di altri disastri aerei abbiamo dovuto protestare e batterci".

Dal 2004 i figli, nati o residenti in Sicilia, delle vittime del disastro aereo di Montagna Longa, che non abbiano superato il quarantacinquesimo anno d'età e non siano dipendenti pubblici, possono chiedere di essere assunti alla Regione Siciliana. Ilde Scaglione è una di coloro che hanno già beneficiato di questa iniziativa. Anche Antonio Cavataio vorrebbe presentare domanda. Attualmente lavora per una ditta presso l'aeroporto di Fiumicino, lo stesso da cui suo padre partì quella maledetta sera senza mai fare ritorno. "Spero di riuscire ad essere assunto presso gli uffici distaccati di Roma", dice. "Sembra che vi siano dei problemi ma spero che riusciremo a superarli. Non posso trasferirmi in Sicilia. La mia vita è qui. Con mia moglie, i miei figli ed i miei suoceri, che sin dall'inizio mi hanno accolto a braccia aperte, ho trovato quella famiglia che non avevano mai avuto".

Maurizio Macaluso

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