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Quei corpi avvolti dal mistero [di Maurizio Macaluso – Quarto Potere – 15 marzo 2007]

21 dicembre 2006

C'era chi tornava a casa per riabbracciare la madre. C'era chi veniva in Sicilia per il voto. Centoquindici persone persero la vita nel 1972 nel disastro aereo di Montagna Longa. Tra loro alcuni vip e sette trapanesi

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Centoquattordici salme giacevano allineate l'una accanto all'altra nei corridoi dell'Istituto di medicina legale, al policlinico di Palermo. Centoquattordici corpi dilaniati dall'esplosione e martoriati dal fuoco. "Voglio vedere mio figlio, voglio vedere mio figlio". Angela Guida ripeteva ossessivamente queste parole. Lo sguardo duro e gli occhi lucidi di chi ha versato tante lacrime. In una mano un fazzoletto. I poliziotti tentavano di impedirle di entrare, ma lei non era disposta a desistere. Era arrivata da Calatafimi per vedere suo figlio e nessuno sarebbe riuscito a fermarla. "Fatemi entrare", ripeteva implorando gli agenti. "Vi prometto che non urlerò".

I poliziotti, impietositi, la fecero entrare. Angela Guida avanzò lentamente lungo il corridoio passando in rassegna le centoquattordici bare.Ogni tanto arrestava improvvisamente la marcia pensando di avere scorto in un misero corpo i resti del figlio. Quasi tutte le salme erano irriconoscibili. Alcuni passeggeri erano stati trovati con le braccia alzate ed i pugni serrati sugli occhi. Altri con le mani protese in avanti. Per identificare le salme ci si serviva di ogni mezzo. Una cicatrice, una protesi dentaria, un brandello di stoffa. Angela Guida si ricordò che da giovane suo figlio aveva subito un intervento chirurgico. "Ha una cicatrice sul lato destro", disse. I funzionari, seguendo le sue indicazioni, controllarono le salme. Lo ritrovarono poco dopo in una delle centoquattordici bare. Gliocchi chiusi ed il volto bruciato reso irriconoscibile dal fuoco. Angela Guida lo fissò in silenzio. Avrebbe voluto piangere ed urlare. Serrò i denti e strinse con forza il fazzoletto che si era conficcato in bocca. Poi scorse un brandello di una cravatta e capì che era proprio suo figlio. Ora poteva tornare a casa. Ora potevano tornare a casa. Sono trascorsi trentacinque anni da quel giorno. Angela Guida oggi non c'è più. Tanti protagonisti di questa dolorosa vicenda sono morti. Altri hanno tentato di sopravvivere e di dimenticare.

La maggior parte oggi non ha voglia di parlare e di ricordare una vicenda che ha segnato le loro vite. Sull'aereo schiantatosi sulla montagna di Palermo la sera del 5 maggio del 1972 viaggiavano centotto passeggeri. C'erano un giudice ed un tenente  della Guardia di Finanza impegnati nella lotta alla mafia. C'era un famoso regista. C'era il figlio dell'allenatore di un'importante squadra di calcio. C'erano tante persone comuni. Ignazio Alcamo aveva quarantatré anni ed era originario di Trapani. Era presidente della prima sezione della tribunale di Palermo e della sezione speciale di misure di prevenzione. Era considerato un magistrato scomodo. Dal suo  ufficio erano partite, poco prima della sua morte, le richieste di sottoporre il costruttore edile palermitano Francesco Vassallo ed Antonietta Bagarella, moglie del boss Totò Riina, alla misura del soggiorno obbligato.

Antonio Fontanelli aveva quarantanove anni ed era originario di Livorno. Impegnato in importanti indagini di mafia, era stato promosso tenente colonnello pochi giorni prima del disastro. Non fece in tempo ad indossare la divisa con i nuovi gradi. Franco Indovina era un noto regista palermitano. Era finito sulle prime pagine dei più importanti rotocalchi per la sua storia d'amore con l'attrice Soraya, ex moglie dello Scià di Tehran. Stava tornando a Palermo per votare. Per arrivare in tempo all'aeroporto di Fiumicino aveva passato due semafori con il rosso. Il giorno seguente sarebbe dovuto ripartire per Roma. Importanti impegni di lavoro richiedevano la sua presenza nella capitale. Non riabbracciò mai la sua compagna.

Soraya, profondamente segnata dalla sua improvvisa scomparsa, trascorse il resto della sua vita in completa solitudine, girovagando per l'Europa e diventando celebre per la sua depressione. Cestmir Vyckpalec aveva ventitré anni. Giocava discretamente a calcio. Aveva militato nelle file di una formazione piemontese nel campionato di promozione e nella Carrarese. Suo padre era l'allenatore della Juventus. Al momento della firma del contratto, aveva chiesto di assumere il figlio alla Fiat. Anche Cestimir si recava a Palermo per votare. Il padre avrebbe dovuto raggiungerlo la sera successiva dopo la partita di campionato. Non riuscì mai a riabbracciare suo figlio. Tra le vittime non note c'era quella che sarebbe dovuta diventare la moglie del boss palermitano Giusto Sciarabba.

Si chiamava Renate Heichlinger. Avrebbero dovuto sposarsi in carcere. La ritrovarono tra le lamiere dell'aereo. Tra i centotto passeggeri c'erano anche sette trapanesi. Antonino Cisarò aveva quarantasette anni. Viveva a Calatafimi con i genitori. Insegnava in una scuola elementare. Non si era mai sposato e non aveva figli. Era molto legato ai genitori ed ai fratelli. "Antonino era una brava persona", dice la cognata, Nicolina Foderà. "Era sempre pronto ad aiutare il prossimo ed aveva sempre una parola buona per tutti". Quando il fratello, emigrato con la famiglia in Australia, era rientrato in Sicilia con la moglie ed i figli Antonino Cisarò si era immediatamente prodigato per aiutarlo a trovare un'occupazione. "Antonino era molto affezionato alla famiglia", dice Nicolina Foderà. "Sarebbe stato disposto anche a farsi in quattro pur di aiutare i suoi fratelli. Mio marito faceva il fabbro. In Australia si era specializzato in saldature. Quando nel 1970 rientrammo in Sicilia mio cognato lo aiutò a fare un concorso ed a trovare un'occupazione in una scuola".

Antonino Cisarò aveva un sogno. Voleva diventare direttore didattico. Il 4 maggio era volato a Roma per vedere i risultati di alcuni esami che aveva affrontato e comprare dei libri. "Il giorno prima della partenza avevamo pranzato assieme", ricorda la cognata. "Era sereno ed allegro come sempre". Nicolina Foderà sorride. Poi, all'improvviso, il suo volto si fa scuro e malinconico. Nella sua mente riaffiorano i ricordi di quella maledetta sera in cui suo cognato perse la vita. La notizia arrivò a Calatafimi ventiquattro ore dopo la tragedia. La mattina seguente i quotidiani riportavano la cronaca del disastro ed i nomi dei passeggeri deceduti nello schianto. "Ogni giorno, prima di mettersi in viaggio per Trapani, mio marito si recava al bar in piazza", racconta Nicolina Foderà.

"Quando rientrò mi disse che al suo passaggio la gente lo aveva fissato ed aveva mormorato. Ci chiedemmo entrambi perché ma non riuscivamo a trovare una spiegazione. Non potevamo immaginare minimamente ciò che era accaduto. Alcuni minuti dopo venne a trovarci un nostro cugino. Ci comunicò che l'aereo era precipitato e che non c'erano superstiti. Poi arrivò anche mia suocera. Aveva appreso la notizia ed era preoccupata. Tentai di rassicurarla anche se sapevo che mio cognato era morto. Come potevo dire ad una donna di ottant'anni che suo figlio era morto?". Nicolina Foderà fa una breve pausa e poi riprende il suo racconto. "Mio marito partì  immediatamente per Palermo. Mia suocera decise di andare con lui. Tentammo in tutti i modi di convincerla a restare a casa ed attendere il ritorno di mio marito ma non riuscimmo a fermarla. Fu lei a riconoscere la salma. Promise che non Neanche al momento dei funerali cedette alla commozione. Durante il corteo funebre pregava. Era una donna forte ed una fervente cattolica.

Mio suocero era invece una persona schiva e silenziosa che non esternava mai i propri sentimenti. Da quel giorno divenne ancora più taciturno. La scomparsa di suo figlio l'aveva profondamente segnato. Se ne andò due anni dopo il disastro". Vincenzo Martino era di Castelvetrano. Gestiva con la moglie un negozio per la vendita di calzature nel centro della città. Non avevano figli. Vivevano con una nipote che amavano come una figlia. Dopo la sua morte sua moglie fu vittima di una crisi depressiva. Incapace di rassegnarsi alla scomparsa del marito e di continuare a vivere senza di lui alcuni anni dopo il disastro decise di togliersi la vita. Anche Francesco Pomara era di Castelvetrano.

Aveva trentacinque anni. Viveva con i genitori ed i fratelli. La sua improvvisa scomparsa sconvolse i suoi familiari. Negli anni successivi i genitori dovettero affrontare altri terribili drammi. L'altro figlio, chiamato a svolgere il servizio di leva, morì a causa di un incidente. Mentre stava rientrando con alcuni compagni da un poligono un proiettile partì all'improvviso dal fucile di un commilitone colpendolo mortalmente. Anche la sorella morì, stroncata da una terribile malattia che non le lasciò scampo. Antonino Fontana era originario di Trapani ma viveva con la famiglia a Palermo. Tornava a casa per celebrare il compleanno della sua bambina. Lo ritrovarono morto tra le lamiere dell'aereo. Anche Santo Novara tornava a casa per riabbracciare i suoi familiari. Era originario di Mazara del Vallo. Alcuni anni prima aveva deciso di emigrare in Svizzera. Aveva trovato una occupazione in una fabbrica in cui venivano prodotti orologi. Tornava a casa per fare visita alla madre. Lasciò la moglie e due figli. Francesco e Sebastiano erano ancora due bambini. Sono dovuti crescere senza un padre. Sono due dei tanti orfani di questa terribile tragedia. Anche Paolo Di Maio era di Mazara del Vallo.

Giovanni Cavataio era invece di Alcamo. Anche lui era un emigrante. Alcuni anni prima era andato in Germania. Tornava a casa per riabbracciare i suoi familiari. Dopo trentacinque anni, i familiari delle vittime di questo terribile disastro non sanno ancora perché i loro congiunti sono morti. C'è una verità ufficiale secondo cui si è trattato di un incidente. Una tragica fatalità che non è stato possibile evitare. C'è però anche un'altra verità che Maria Eleonora Fais, sorella di una delle vittime, ed altri familiari, chiedono con forza da anni di accertare. C'è una borsa dilaniata dall'interno. C'è un corpo che non è mai stato identificato. C'è un uomo che sostiene che si è trattato di un attentato. Alcune mogli e figli delle vittime, che non hanno alcuna voglia di dimenticare, chiedono di capire. Chiedono di riaprire le indagini e di accertare se si sia trattato effettivamente di un attentato terroristico. In una lettera inviata il 23 marzo del 2003 all'autorità giudiziaria quindici figli della vittime hanno scritto: "Era una mite serata di maggio, senza vento, nulla faceva presagire la tragedia che in pochi secondi avrebbe sconvolto la vita di un'intera cittadinanza. Era il 5 maggio del 1972. Su quell'aereo c'erano i nostri genitori. Eravamo bambini. Non sapevamo che quel giorno avrebbe segnato l'inizio di una vita di quesiti ai quali, a tutt'oggi, nessuno ha saputo o voluto dare una risposta: a che ora è caduto l'aereo? E' caduto o è esploso? E' stato un tragico incidente causato dal cattivo funzionamento della strumentazione di bordo o un misterioso attentato? C'erano le elezioni politiche dopo pochi giorni e su quell'aereo c'erano anche personalità di spicco. Perché i corpi erano tutti privi di scarpe? Perché Franco Indovina è stato trovato disintegrato (di lui sono state trovate solo la protesi dentaria ed un documento d'identità) mentre altri corpi sono stati trovati quasi integri? Perché l'autopsia è stata fatta solo sui corpi dei due piloti? Perché una borsa risultava dilaniata dall'interno? Perché il nastro della scatola nera risulta strappato? Chi era la vittima il cui corpo non è mai stato identificato? Perché è stata data la colpa ai piloti?". Trentacinque anni dopo Maria Eleonora Fais e gli altri familiari delle vittime continuano a chiedere giustizia. La verità però sembra ancora inesorabilmente lontana.

Maurizio Macaluso 

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