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Rapporto Segreto [di Roberto Chiodi – da L’Europeo del 21 ottobre 1977]

23 dicembre 2006

Dopo anni di indagini, il vicequestore di Trapani ricostruisce in un documento i rapporti fra mafia, sequestri e fascisti. Un'ipotesi: la sciagura aerea della Montagna Longa fu causata da una bomba.

Trapani, ottobre

    I legami tra neofascismo, mafia e delinquenza per lui sono una certezza. Lo ha scritto chiaramente in un rapporto di 33 pagine che ha inviato a otto procuratori. Giuseppe Peri, 50 anni, vicequestore a Trapani, è convinto di avere trovato il bandolo della matassa: omicidi, stragi e rapimenti sono legati da un solo filo, quello nero dell'eversione. L'uccisione di quattro magistrati; il disastro aereo della Montagna Longa vicino Palermo; quattro sequestri di persona; una serie impressionante di delitti nella Sicilia Occidentale; tutti fanno capo a una sola trama, con l'obiettivo di incutere allarme nell'opinione pubblica, screditare l'autorità dello Stato, approfittare del caos per imporre la propria scellerata ideologia. Non a caso molti di questi crimini sono stati compiuti nell'imminenza delle elezioni, con l'appoggio di certa mafia che ha tutto da guadagnare dal vuoto di potere. 

    Del rapporto-bomba si è parlato per la prima volta il 3 ottobre a Taranto, all'inizio del processo per il rapimento del banchiere Luigi Mariano, sequestrato da una banda di fascisti, mafiosi e delinquenti comuni. Tra gli imputati l'ex-federale missino di Brindisi, Luigi Martinesi, reo confesso, e il killer di Occorsio, Pier Luigi Concutelli. Il pubblico ministero Giuseppe Lamanna ha esibito il rapporto, i giudici però non lo hanno ritenuto utile al processo. L'Europeo ne è entrato in possesso: leggendolo si capisce la reticenza di tutti a parlarne, il tentativo di prendere le distanze da chi ha avuto il coraggio di scriverlo.

    "Ho gettato le mie reti e come ogni buon pescatore ho raccolto il pesce. E non si tratta di roba congelata…", assicura il vicequestore. Diciotto anni di squadra mobile alle spalle, tutti trascorsi nel trapanese, che è un po' il polmone della mafia; testardo ma cauto, Giuseppe Peri è sicuro di aver messo le mani su una polveriera: "Troppo grossa è questa bomba, capisco la riservatezza di tutti a pronunciarsi". E in effetti, i suoi superiori preferirebbero occuparsi d'altro. Ecco perchè.

    Con il rapporto vengono denunciate 30 persone: le prime 11 sono quelle coinvolte nel sequestro Mariano. Le altre, con in testa Salvatore Zizzo e i suoi nipoti, mafiosi di rango, orbitano tutte attorno all'industria dei sequestri. Le accuse che Peri propone di contestare sono gravissime: quattro sequestri di persona (Mariano, riscatto di 280 milioni; Egidio Perfetti, due miliardi; Nicola Campisi, 700 milioni; Luigi Corleo, una richiesta iniziale di 20 miliardi, trattative poi cessate per la morte dell'anziano possidente); associazione per delinquere; cospirazione politica; formazione e partecipazione a banda armata. Sequestri "consumati allo scopo di procurarsi somme rilevanti di denaro per il finanziamento di organizzazioni politiche antiparlamentari (Ordine Nero, Milizia Rivoluzionaria) che si proponevano di sovvertire le istituzioni democratiche dello Stato". Alla cospirazione politica avrebbero partecipato anche "persone non identificate, facenti parte dei movimenti estremisti Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Ordine Nero, riunitesi a Roma prima della Pasqua 1975, allo scopo di realizzare l'attentato alla Costituzione, l'insurrezione armata contro i poteri dello Stato e la guerra civile al fine di sovvertire le istituzioni democratiche con la conquista e il mantenimento del potere, autofinanziandosi con fonti delittuose".

    La parte dell'indagine sui sequestri è sicuramente la più documentata. Il vicequestore Peri è convinto che i rapimenti non siano fine a se stessi: sono invece opera di un "gruppo di individui che programma il sequestro, gruppo che (rimanendo nell'incognito specie se comprende persone insospettabili) si serve di un suo emissario di sicura capacità e spregiudicatezza che, a sua volta, realizza le varie fasi sel sequestro affidandone l'attuazione a varie organizzazioni di pregiudicati. Così, ad un gruppo di criminali comuni viene chiesta la cattura, ad un altro gruppo la custodia della vittima, ad altri di fare da telefonisti da regioni lontane. Il sequestro viene insomma scomposto nelle sue varie fasi di realizzazione. Per le fasi più rischiose ci si serve di elementi mafiosi della stessa zona della vittima, legati da saldi vincoli di consorteria criminale già sperimentata e compromessa, sicchè a prima vista gli investigatori potrebbero essere tratti in inganno ipotizzando che il sequestro stesso sia opera di elementi locali. Sfugge così la cerchia di ideatori, l'eminenza grigia dell'organizzazione e conseguentemente anche il movente". 

    I quattro sequestri di cui si occupa il rapporto Peri furono consumati tutti nel 1975. A gennaio, e in Lombardia, quello di Perfetti; in agosto gli altri tre. Sono strettamente legati da un incredibile intreccio di complicità, ritrovamenti di banconote, riciclaggio svizzero: la ragnatela è intricatissima e il vicequestore ha impiegato mesi per dipanarla. Ora spetterà al magistrato valutare le prove raccolte.

    C'è un personaggio che nel rapporto balza continuamente in prima fila: Pier Luigi Concutelli. Fu lui a sequestrare e custodire Luigi Mariano, riscuotendo personalmente i 280 milioni del riscatto. Sempre lui avrebbe guidato il "colpo di mano militare" con cui venne bloccato e rapito Luigi Corleo; partecipato attivamente alle trattative; sorvegliato l'industriale Campisi. Una voce con forte accento romano è incisa nei nastri delle telefonate, basterà una perizia fonica per accertare se il telefonista era lui o no.

    La realizzazione materiale dei quattro sequestri sarebbe stata insomma "appaltata" a una sola, potente organizzazione mafiosa, che agiva però per conto di mandanti che avevano finalità complementari. Lo ricorda uno dei sequestrati, Campisi (tre individui incappucciati) gli precisarono durante la prigionia "di non essere delinquenti comuni" e di agire "per altri fini"); è scritto nelle lettere inviate ai familiari di Perfetti ("Noi del partito non siamo esagerati. Il partito è informato"); lo ha ammesso ampiamente l'ex federale di Brindisi, Luigi Martinesi ("Il sequestro fu deciso a Roma. I soldi dovevano servire a finanziare un movimento rivoluzionario neofascista").

I registi del caos

    I sequestri furono preceduti, alcuni mesi prima, da un'altra strategia finalizzata, secondo il vicequestore Peri, "a creare sgomento, caos per mettere in dubbio la credibilità degli organi dello Stato preposti a tutelare e garantire la sicurezza pubblica e per scardinare le istituzioni democratiche". "Il regista di tanta scellerata farsa", si legge ancora sul documento, "sceglie come proscenio ove realizzare episodi di altrettanta scelleratezza la città di Alcamo, ubicata a specchio rispetto alle località (Salemi e Sciacca) dove sarebbero poi stati rapiti Campisi e Corleo. Non a caso le tre località, per l'eminenza grigia dell'organizzazione, debbono avere topograficamente una continuità tra loro, debbono interessare una medesima zona della Sicilia: l'attenzione nazionale su fatti gravissimi, insoliti, doveva essere polarizzata, in sincronia e unità di tempo di luogo e di scopo, su una zona ristretta per ottenere il massimo effetto psicologico deprimente".

    Il 26 aprile 1975 venne ucciso, in piano centro, a colpi di pistola calibro 38, il socialista Antonio Piscitello. La notte seguente fu miracolosamente evitata una strage: 14 candelotti di dinamite con la miccia già accesa vennero trovati in via Copernico, dietro un edificio in costruzione, il cui comproprietario era Francesco Paolo Guarrasi. Costui, assessore democristiano ai lavori pubblici, fu ucciso un mese dopo, sempre a colpi di pistola calibro 38, mentre rincasava. Il 22 giugno successivo, sulla comunale per Alcamo Marina, in contrada canalotto, furono esplosi numerosi colpi di lupara contro due carabinieri a bordo di una autoradio. Il primo luglio fu rapito Campisi, il 17 Corleo. Si instaurò uno spaventoso clima di sfiducia nell'autorità, ma l'allarme divenne ancora maggiore il 28 gennaio successivo, quando due carabinieri furono uccisi nel sonno nella casermetta di Alcamo Marina. E Giuseppe Vesco, prima di confessare il delitto, si dichiarò al momento dell'arresto "prigioniero politico". 

    Peri, che ad Alcamo ha lavorato due anni, suggerisce di compiere una serie di indagini, tra cui quella balistica sulla "Smith and Wesson" calibro 38 trovata nel rifugio romano di Concutelli, Piscitello e Guarrasi furono certamente uccisi con la stessa arma. Anche il procuratore di Palermo, Francesco Scaglione, e il suo agente furono abbattuti con proiettili calibro 38. E' scritto nel rapporto: "Tale delitto fu il primo contro il titolare di un organo dello Stato, cui è demandata l'attuazione del potere punitivo, consumato per indebolirne la credibilità. L'eversione è iniziata con tale delitto ed è continuata, ad un anno preciso di distanza, con un altro delitto purtroppo di strage". Scaglione e il suo agente vennero uccisi il 5 maggio 1971. Verso le 22,30 del 5 maggio 1972, un DC 9 (si riferisce al DC 8 – ma l'equivoco era assai comune – ndr) dell'Alitalia si schiantò contro la Montagna Longa, in provincia di Palermo, provocando la morte di 118 passeggeri. Secondo Peri, "non è convincente che sia un caso fortuito che nella stessa data si verifichino rispettivamente un grave duplice omicidio per screditare l'autorità dello Stato e un disastro aereo che getta nel lutto e nell'angoscia numerose famiglie, generando giudizi perplessi sulla causa. Ci si pone il dilemma: attentato o disgrazia? L'ipotesi dell'attentato è corroborata dalle seguenti circostanze obiettive: quella sera era l'ultimo giorno della campagna elettorale; parecchi cittadini di Carini, mentre erano in piazza a sentire l'ultimo comizio, insolitamente videro un aereo già in fiamme; il pilota del DC 9 (DC 8 – ndr), sorvolando Punta Raisi, diede la precedenza a un aereo proveniente da Catania ritardando pertanto di 10 minuti l'atterraggio; i cadaveri, secondo i medici legali, si presentavano disintegrati, cosa che non avviene invece in seguito a urti violenti; non fu identificata la 118° (115° – ndr) vittima".Con tutta probabilità, era l'attentatore.

    Aggiunge Peri: "In caso di avaria di strumenti di bordo, il pilota avrebbe avuto qualche secondo di tempo per segnalarlo a terra al personale di assistenza al volo della torre di controllo e ne sarebbe rimasta traccia nella scatola nera. Invece nulla è stato detto dal pilota perchè l'improvvisa deflagrazione non gli dette il tempo di farlo. Si tenga ben d'occhio che tale strage avviene alla vigilia delle elezioni perchè altra grave strage di tre uomini, rappresentanti dello Stato, avviene l'8 giugno 1976 a Genova, pure pochi giorni prima delle elezioni, con l'uccisione del procuratore Francesco Coco e dei due uomini di scorta. Tra le vittime del disastro aereo vi era il sostituto procuratore generale presso la Corte d'Appello di Palermo Ignazio Alcamo. Questi delitti determinano nella nazione una sensazione di impotenza dell'autorità a garantire la sicurezza pubblica. Non è questo il fine precipuo della strategia della tensione, creare il vuoto attorno ai pubblici poteri, di screditare lo Stato?".

Livelli insospettabili

    "Finalità analoga", continua il rapporto, "ha avuto l'omicidio del giudice Occorsio, Il quale aveva rappresentato coraggiosamente il potere punitivo dello Stato contro tutti quegli imputati che le leggi avevano violate, specie nei processi a carico di golpisti di destra facenti capo al defunto generale De Lorenzo e al principe Borghese. Non si può credere che l'omicidio del dottor Coco e dei due militari di scorta sia stato consumato da elementi di quelle forze eversive che l'hanno poi rivendicato. Si è voluto con questi omicidi colpire ulteriormente lo Stato dopo l'omicidio Scaglione. E' noto che la Cassazione aveva assegnato a Coco, procuratore generale di Genova, le indagini per l'omicidio Scaglione. E' deducibile che si è voluto uccidere Coco perchè non proseguisse le indagini affidategli e che dallo stesso magistrato erano state approfondite con scambi di notizie con il giudice Occorsio, a Roma".

     In via del Giuba, accanto al cadavere del pubblico ministero romano, furono trovati 30 bossoli calibro 9/38. Sessanta cartucce dello stesso calibro furono abbandonate sull'auto usata per sequestrare Corleo. Nel rifugio di Concutelli sono state sequestrate altre 339 cartucce calibro 9, nonchè manuali editi dallo stato maggiore dell'esercito sull'impiego di esplosivi e due tesserini in bianco di riconoscimento personale del ministero della Difesa.

    Sono tutte circostanze che inducono il vicequestore Peri a concludere:"A Roma la centrale delle trame eversive operava attivamente a livelli insospettabili. Pertanto, la riunione cui partecipò anche Luigi Martinesi è realmente avvenuta, anche se questi non ha voluto fare i nomi dei partecipanti di spicco. E' anche vera la programmazione dei quattro sequestri di persona poi verificatisi. E' esistita ed esiste una potente organizzazione dedita alla consumazione dei sequestri per fini eversivi, i cui promotori, mandanti dei sequestri, vanno ricercati negli ambienti politici delle trame nere e in ambienti insospettabili. Oltre ai sequestri, è stata realizzata la cosiddetta strategia della tensione con tentate stragi, stragi e omicidi di persone rappresentative, atti a creare criminosamente lo scontento generale, il caos che sarebbe dovuto giovare al pronunciamento dei cospiratori. Le armi, le munizioni, i trattati militari trovati in possesso di Concutelli denunziano chiaramente la matrice dei promotori dell'organizzazione, che non ha disdegnato di servirsi dei potenti appoggi della mafia siciliana e calabrese per realizzare con i sequestri i suoi fini di autofinanziamento". [Roberto Chiodi]

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