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Su Portella rimozione impossibile [di Giuseppe Casarrubea – La Repubblica – 2 aprile 2004]

10 maggio 2006 Nessun commento

Leggendo la stampa siciliana di questi giorni non sarà sfuggito al lettore un articolo sull’estensione, da parte dell’Assemblea regionale, dei benefici previsti dalla legge per le vittime della mafia ai familiari dei caduti di Nassiriya.

L’autore scrive che a Sala d’Ercole i deputati, piuttosto che fare le cose sul serio, si sono dati alla recitazione delle farse, estendendo quei benefici anche ad altri morti, come quelli di Montagna Longa e Portella della Ginestra che con la tragedia irachena c’entrerebbero, e non a torto, come i cavoli a merenda. Perché non tutte le tragedie si possono accomunare e ogni storia è sempre, in un modo o nell’altro, un’altra storia. Ed è vero. Ma detto questo, non possiamo non capire il punto di vista dei parlamentari che volendo onorare il sacrificio dei nostri soldati a Nassiriya hanno pensato anche a quelle altre vittime, pur esse siciliane, immolate sull’altare della democrazia e dello Stato. Gente comune e lavoratori che lottarono per un mondo migliore o trovarono la morte semplicemente perché festeggiavano il primo maggio o perché qualcuno che doveva controllare, prevenire e intervenire, non lo fece. 11 morti per la festa dei lavoratori, il 1 maggio 1947 a Portella, 118 morti dentro un aereo esploso in volo e poi disintegratosi sulla cima di una montagna, di cui nessuno più ha voluto parlare.

In entrambi i casi non ci sono mai state indagini serie. Su Montagna Longa ebbe appena il tempo di avviarle il giudice Giuseppe Peri, che chiese, a sua protezione, un’auto blindata. Gli arrivò, invece, il trasferimento d’ufficio. Peri sapeva. Non ignorava che quel DC8 in volo da Roma a Punta Raisi, quel 5 maggio 1972, poteva essere stato oggetto di un sabotaggio da parte di forze terroristico-eversive. Queste, proprio in quegli anni, stringevano i loro rapporti con la mafia trapanese. I poteri criminali affinavano allora le loro tecniche e Concutelli e Junio Valerio Borghese erano impegnatissimi a organizzare campi paramilitari in Sicilia, snodo del traffico d’armi col Medio Oriente. Portella e Montagna Longa: piste non seguite, tragedie da dimenticare.

  Sono altre storie rispetto a quella di Nassiriiya, ma non sono meno impegnative e serie di questa. Soprattutto non autorizzano nessuno a fare della stupida ironia. Si possono capire le difficoltà a cogliere le relazioni tra alcuni fatti diversi. Ma non può essere consentito scherzare su queste sciagure e indicarle come ormai cancellate dalla memoria, ricordi d’altri tempi. Dimenticare è una colpa, è un brutto segnale per lo stesso consorzio civile. Il  tempo è giustiziere, lenisce le ferite, ma non cancella il crimine, non manda in prescrizione le stragi. Perciò a chi così disinvoltamente tratta il dolore e l’ingiustizia subita da centinaia di famiglie non ci sono risposte da dare. L’atteggiamento si commenta da sé. Denota che si ha un altro modo di concepire il mondo e l’etica rispetto a quello dei comuni mortali.

Da parte nostra, possiamo solo esprimere il desiderio che si segua ogni tanto quello che ancora oggi fanno gli ebrei con i criminali nazisti da sessant’anni in libertà nonostante i crimini commessi. Tutt’altro che disponibili a rimuovere il ricordo, temprati da secoli di storia, decisi a impedire che altri stermini possano accadere in virtu’ di una diffusa demenza culturale, memori del loro passato, gli ebrei hanno fatto della loro storia e della loro identità il fondamento del loro futuro. Le ragioni del loro passato spiegano oggi il loro presente, i loro comportamenti, anche quando si manifestano discutibili o erronei. Per questo non possiamo condividere un certo modo di pensare, il fatalismo, le facili rimozioni, la convinzione, insomma, che la storia non ha nulla da insegnarci. Invece l’invito di questo signore, la cui professionalità non voglio mettere in discussione, è di lasciare il ricordo di Portella tra quelli che in epoca borbonica videro le lotte per l’Unità nazionale. Roba d’altri tempi, a suo giudizio, remoti. Sepolti.

Falso. E c’è poco da scherzare.

Accomunare i caduti di Portella alla paleostoria del nostro Risorgimento, sarebbe un atto di lungimiranza culturale. Ma il nostro, al contrario, vuole attestare il tramonto definitivo delle vicende nazionali del primo Novecento, delle sue tragedie e delle sue conquiste. E questo è francamente non solo un atto di miopia culturale, ma anche un segno di stravaganza personale. Piuttosto che chiedersi se non sia il caso di estendere i benefici a quanti nell’Ottocento lottarono contro i borboni, sarebbe opportuno che egli pensasse che il fascismo non è mai morto, e che certi criminali che hanno fatto la nostra storia, sono ancora vivi e vegeti, come allora. Come quelli che il 27 ottobre 1972 uccisero – strana coincidenza di tempi- il giornalista de “L’Ora” Giovanni Spampinato, colpevole di avere indagato, proprio in quegli anni, sullo squadrismo fascista.

 

                  GIUSEPPE CASARRUBEA

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Il bandito Giuliano e la X Mas erano addestrati dalla Cia [di Salvatore Giannella – L’Europeo 2007 n.1]

8 maggio 2006 Nessun commento

IL BANDITO GIULIANO E LA X MAS ERANO ADDESTRATI DALLA CIA

di Salvatore Giannella – L’Europeo 2007 n. 1

Portella della Ginestra primo atto dello stragismo in Italia? Dagli archivi dei servizi segreti americani, inglesi e italiani la conferma del ruolo dell’Oss (poi Cia) nell’Italia dal 1944. Obiettivo: mettere fuorilegge i comunisti, e creare una situazione di instabilità

 

La banda Giuliano era collegata con i militi della X Mas di Junio Valerio Borghese che operavano clandestinamente in Sicilia e in Italia: A Turiddu, sabotatore neofascista, arrivavano soldi e armi dall’America, grazie all’aiuto dell’Oss (il servizio segreto “padre” della Cia). E la strage di Portella della Ginestra, di cui il 1° maggio ricorre il 60° anniversario, va vista come “la madre di tutte le stragi”, quella che svela la formula ricorrente nelle vicende più sanguinarie del nostro Paese. C’è questo e altro nella marea di documenti raccolti dallo storico siciliano Giuseppe Casarrubea e dal ricercatore Mario J. Cereghino con il coordinamento di una storico di razza quale è Nicola Tranfaglia. In una casa liberty nel centro di Partini9co sta nascendo un archivio unico in Italia: riguarda la storia segreta della Sicilia e dell’Italia del dopoguerra. E’ una storia che nessuno ha narrato nei dettagli più nascosti, anche perché queste carte (consultabili da tutti a partire dal prossimo autunno quando l’archivio sarà pubblico) fino a pochi anni fa, in certi casi fino al 2006, erano sigillate negli scaffali dei servizi segreti americani, inglesi, italiani e sloveni. Al centro delle manovre occulte c’è lui, James Jesus Angleton, super-spia, prima a Roma e poi a Washington, dall’eloquente nome in codice:Artefice. E’ stato chiamato in mille modi: “Coldwarrior”, combattente della guerra fredda. Il super-falco. Anche “no Knock”, colui che non bussa alla Casa Bianca perché autorizzato a incontrare il presidente degli Stati Uniti a qualunque ora. Oppure “the ghost”, il fantasma, perché c’è anche quando non c’è”. Ma l’appellativo assegnatogli dal libro in uscita di Casarrubea e Cereghino Tango connection (Bompiani) non s’era mai sentito prima d’ora: “Mente eversiva numero 1 nell’Italia degli anni 1944-1947”. “Il nostro appellativo deriva dallo studio di migliaia di documenti degli archivi dell’intelligence di Washington e Londra, Roma e Lubiana”, dicono gli autori del libro. Angleton ha appena 27 anni quando assume l’incarico di capo dell’X-2, l’ufficio in Italia per il controspionaggio dell’Oss. E’ lui, l’Artefice, che mira a fare della giovane repubblica italiana, nel 1947, e in accordo con la dottrina Truman che scatena la guerra fredda tra Usaa e Urss, una “democrazia autoritaria” con il Pci fuorilegge. E’ lui a dirigere a Roma, a metà 1945, l’Oso, l’Office of Special Operations, una struttura più segreta del suo X-2 (tuttora i paragrafi che riguardano l’Oso sull’Italia di quegli anni, nel Nara, l’archivio statunitense al College Park, Maryland, sono oscurati perché coperti dal segreto di Stato). E’ sempre lui, Angleton, l’Artefice del salvataggio di Borghese (Milano, 10 maggio 1945).  Traveste Borghese da ufficiale americano e, a bordo di una jeep su cui sale anche Federico Amato (capo dell’Ufficio affari riservati del ministro dell’Interno dall’estate 1944, diventerà più popolare in seguito some esperto gastronomo dell’Espresso), lo porta a Roma per poi coinvolgere il “principe nero” e i suoi militi nella guerra contro le sinistre di Togliatti e Nenni. E’ sempre lui l’Artefice di una rete di agenti insospettabili, come il giornalista Mike Stern, brillante nello scrivere ma anche nello spiare per il Cic (controspionaggio dell’esercito statunitense) con il quale Salvatore Giuliano avrà incontri e misteriosi rapporti dal 1946. E’ a Stern che Turiddu, nel 1947, chiede rifornimenti di soldi e armi che arriveranno in massa dall’autunno del ’46, data in cui l’attività eversiva anticomunista riceve “luce verde” da Washington. “I gruppi monarchici hanno ricevuto dall’America del Nord ingentissime somme ed armi di ogni specie”. Non si tratta solo di gruppi monarchici:a quella data, 9 ottobre ’46, la fusione tra monarchici e fascisti è cosa fatta. Così, oltre alle armi, ai cospiratori e agli “squadroni della morte” neofascisti, arrivano milioni di dollari dall’Internazionale Nera che passano tramite banche amiche. In Italia è la Banca dell’Agricoltura a finanziare le bande fasciste: “Si è tenuto un incontro dei direttori della Banca dell’Agricoltura per discutere l’ammontare del supporto finanziario che dovrebbe essere dato al movimento militare qualunquista monarchico” (documento dell’MI5 inglese, 5 agosto 1947). E ad Angleton che fanno capo agenti speciali come il capitano della Marina Carlo Resio, uno dei passeggeri della jeep salva-Borghese, che dal 1946 frequenta l’aristocrazia nera romana, ufficiali infedeli, monarchici e boss neofascisti e mafiosi. E’ lui, sempre Angleton, l’Artefice della struttura gerarchica piramidale dei nuovi servizi segreti alleati a Roma, nel quartier generale di via Sicilia 59, che lo vede collocato al piano superiore. E’ ancora lui, Angleton, che tramite agenti italo-americani come Gorge Zappalà, Victor Barret, Raymond Rocca, Charles Siragusa e il capitano Philip J. Corso, organizza i clandestini fascisti armati (Fasci d’azione rivoluzionaria di Pino Romualdi, Squadre armate Mussolini, Esercito clandestino anticomunista). La sua azione sfocerà in iniziative violente (Portella in primis), che funzionano da innesco alla controffensiva anticomunista. Attenzione al capitano Corso: è il braccio destro di Angleton a Roma, è responsabile di Borghese prigioniero e, contemporaneamente, secondo documenti inglesi desecretati nel 2006, coinvolto nei complotti neofascisti, Si riunisce a Roma con i capi del clandestinismo nero  ma anche con componenti del secondo governo De Gasperi, come Angelo Corsi, sottosegretario all’Interno; Leone Santoro dello stesso ministero e Luigi Ferrari, capo della polizia.

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1947; il Movimento Sociale dietro la “Gladio” nera [di Vincenzo Vasile – tratto da L’Unità – 2 marzo 2007]

7 maggio 2006 Nessun commento

1947: il Movimento sociale
dietro la «Gladio» nera
Negli archivi di Londra documenti dell’MI5 sulla costituzione
di una forza eversiva. Le tracce dei fondi del tesoro nazifascista

«’U PROFESSURI s’ammazzò», s'è impiccato.
Non è vero, ma tanto vale mettere in giro la voce, fare arrivare con il passaparola all’interessato, che non ha alcuna intenzione di suicidio, decine di trepidi e inconsapevoli messaggi di condoglianze.
Insomma:

meglio morto. Giuseppe Casarrubea, lo storico siciliano che ha riaperto la pagina ingiallita della strage di Portella della Ginestra e
della banda Giuliano, di cui fu vittima sessanta anni fa anche suo padre, ha ricevuto in questi giorni a Partinico (Palermo) il più classico  degli avvertimenti mafiosi. E s'è recato dalla polizia e per denunciare l'intimidazione, e per far sapere che è vivo e vegeto.«Se qualcuno pensa di incutermi paura – dice – si sbaglia di grosso. Da anni conduco una battaglia importante per ristabilire la verità sui troppi misteri che circondano la storia italiana dal 1943 al 1948». Ad accendere con ogni probabilità la miccia delle minacce è stata la presenza
di una troupe della trasmissione di Rai tre Chi l'ha visto, che la settimana scorsa ha «girato» con la consulenza di Casarrubea un bel
po' di materiali nelle «location» della prima strage di Stato. Casarrubea sta preparando anche l'apertura al pubblico di un archivio,
costituito da migliaia di carte, provenienti dagli archivi di Stato degli Stati Uniti, Gran Bretagna, Slovenia e Italia. E sta uscendo per Bompiani un suo volume, scritto assieme al ricercatore Mario Josè Cereghino, che reca il sottotitolo L'oro nazifascista, l'America Latina e la guerra al comunismo in Italia 1943-1947, in cui – dichiara – «traccio un'ipotesi finalmente plausibile su ciò che è avvenuto sessant'anni fa in Italia, e non solo ». Può apparire certamente singolare che i fantasmi della strategia della tensione e della Guerra Fredda si materializzino sotto forma di minacce di morte tanti anni dopo. Ma le ricerche di Casarrubea e Cereghino sembrano essere approdate ormai alla verifica di un unico filo nero che collega tanti misteri eversivi italiani, a partire dalla strage di Portella. In particolare, la ricerca ha gettato luce sui copiosi finanziamenti della rete eversiva italiana, frutto del tesoro nazifascista che dopo Stalingrado prese le
vie dell'America latina. E sull'implicazione del neofascismo «legale» nella trama che ha segnato decenni di recente storia italiana. In particolare un documento desecretato dai National Archives di Kew Gardens, Londra nel gennaio dell'anno scorso, rivela un episodio inedito: la costituzione sin dalla fine del 1947 di una sorta di «Gladio» nera ante litteram affidata in gestione al neonato Movimento
sociale. In un memorandum intitolato «Panorama della destra italiana del 13 settembre 1951», con la dicitura «segreto», l'MI5 – l'intelligence britannica – informa che «l'organizzazione della forza paramilitare clandestina dell'Msi ha preso corpo alla fine del 1947, grazie al generale Muratori, ex generale della Mvsn (Milizia volontaria della sicurezza nazionale). L'attuale comandante dell'organizzazione paramilitare dell'Msi è Gualasco, ex maggiore dell’esercito italiano. Il nucleo dell’organizzazione paramilitare dell'Msi è composto da ex ufficiali delle Brigate nere della Repubblica sociale, responsabili dell'organizzazione per regioni. I reclutamenti sono fatti tra: a) ex membri delle brigate nere; b) tra i ranghi della polizia. Tra questi molti sono convinti che la Pubblica sicurezza verrebbe meno in caso di guerra con la Russia, anche perché l'insurrezione interna dei comunisti darebbe via allo scoppio delle
ostilità.
Poco si sa di questa organizzazione anche se sono efficienti e posseggono una notevole forza. Le principali fonti degli armamenti
sono: a) depositi segreti di armi della Rsi e delle forze tedesche in Italia; b) Rifornimenti clandestini di armi fatti dalla polizia. Nel
caso dello scoppio delle ostilità con la Russia, per l'Msi sarebbe impossibile mantenere le posizioni nell'Italia settentrionale.
(…) L'attuale piano prevede un ritiro immediato dall'Italia del Nord per attestarsi sulla linea gotica.
(…) Anche gli uomini della ex Flottiglia Mas, particolarmente attivi nel pianificare il loro ruolo paramilitare, hanno scelto la
linea gotica come prima linea di difesa». Il generale della ex-milizia Ennio Muratori citato in questo dossier fu ricordato nel 25esimo
anniversario della nascita dell'Msi da Pino Romualdi come colui che lavorò al fianco di Nino Buttazzoni, braccio destro di
JunioValerio Borghese, alla ricostituzione unitaria delle varie frange del clandestinismo fascista in contatto con i servizi Alleati,
già sul finire della guerra in un organismo denominato «Senato».
E fu Muratori, assieme a Buttazzoni a costituire l'Eca (esercito anticomunista). Cioè un'organizzazione con spiccate attività
terroristiche, cui, secondo altre carte dei servizi di informazione e sicurezza italiani già pubblicate da Casarrubea, aderì lo stesso
bandito Giuliano proprio mentre imbracciava le armi contro i contadini a Portella.

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Il fascista Giuliano – i legami tra il bandito e l’estrema destra [di Attilio Bolzoni – tratto da La repubblica – sabato 28 aprile 2007]

6 maggio 2006 Nessun commento

Dagli archivi americani e inglesi emergono i legami tra il bandito e l’estrema destra

IL FASCISTA GIULIANO
I rapporti con Borghese
e con le Squadre Armate Mussolini
preparavano una stagione di stragi
I documenti recuperati da Giuseppe
Casarrubea e Mario Cereghino
autori di “Tango Connection”

Della sua spericolata vita pensavamo ormai di conoscere tutto. E anche di quella sua morte, contrabbandata come effetto di una sparatoria.
In realtà una messa in scena per celare un omicidio premeditato, il primo delitto eccellente dell’Italia repubblicana. Dopo mezzo secolo siamo
però costretti a entrare in altre pieghe della storia, scoprire verità che ci avevano nascosto, seguire tortuosi percorsi che portano a generali, spie, gerarchi fascisti e nazisti. Lo sapevate che Salvatore Giuliano è stato anche un terrorista nero? Lo avreste mai immaginato che il bandito che si batteva per «la Sicilia ai siciliani» aveva anche il grado di «sottotenente dei parà» di Salò? Avevate mai sentito dire che fra le colline di Sagana,
il suo mitico quartiere generale, si addestravano fianco a fianco separatisti e commandos della Decima Mas? Ci sono carte del controspionaggio
americano e inglese (e anche del Sis italiano, il Servizio informazioni e sicurezza dal 1944 al 1949) che raccontano un’altra faccia di quel ragazzo
bruno di Montelepre, che svelano altre «attività» della sua banda, che ripescano i suoi sinistri rapporti con la «resistenza fascista». A cominciare dal
principe Junio Valerio Borghese.
Dai sicari delle Sam, le Squadre Armate Mussolini. Da alcuni uomini dell’«Internazionale Nera» riparati in Argentina dopo la guerra. Erano
tutti uniti dalla paura delle orde cosacche in piazza San Pietro, si erano messi insieme per fermare l’avanzata dei «rossi» in Italia. Gli inediti documenti sul bandito siciliano sono stati ritrovati negli Archivi Nazionali di College Park nel Maryland, in quelli del National Archives di Kew Gardens a Londra e all’Archivio centrale dello Stato all’Eur — tutti dossier desecretati fra il 1996 e il 2006 — e sono diventati l’impianto centrale di Tango Connection (Bompiani, pagg 200, euro 9) un libro che ricostruisce la strategia della tensione fin dai primi passi della Repubblica. L’hanno scritto uno storico e un ricercatore, Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino, già autori entrambi di studi sulle vicende siciliane degli anni ‘40 e ‘50 e sull’eversione
nera. Protagonista di quella sanguinosa stagione, tirato da tutte le parti, sapientemente manovrato, in quell’isola in mezzo al Mediterraneo tutti potevano fare affidamento su di lui. Prima costruirono un personaggio «cinematografico». Il «re» di Montelepre. Il bandito buono che ruba ai ricchi per dare ai poveri. Il Robin Hood siciliano. E poi lo usarono. Per le stragi. Per i saccheggi. Per gli assalti. Un piano che parte dalle scorrerie di Turiddu Giuliano per arrivare fino a Portella della Ginestra, la prima strage di Stato, sessantesimo anniversario che sarà ricordato fra pochi giorni. Quella
mattina — il 1º maggio 1947, dodici i morti, ventisette i feriti — fu accesa la miccia che avrebbe dovuto far esplodere la rivolta anticomunista in Italia.
In molti dossier recuperati a Londra e nel Maryland da Casarrubea e Cereghino, ci sono tracce del bandito in contatto stretto con la Decima Mas di Junio Valerio Borghese. In uno — è del luglio 1944, un report del Cic, il controspionaggio militare americano — si fa un elenco di «nuotatori paracadutisti» della Decima Mas a Salò: fra i nomi c’è quello del «sottotenente dei parà Giuliano» insieme ad altri siciliani di Monreale e di Partinico. Nella lista c’è anche Rodolfo Ceccacci, uno dei capi della Decima che organizzava le incursioni terroristiche nell’Italia già liberata. Un altro dossier — sempre del Cic — è del 25 marzo 1945 ed è firmato dal colonnello Hill Dillon. Parla di «un sottotenente dei parà Giuliano» che è sempre in compagnia
di siciliani «tutti all’interno di formazioni che si muovono per fare operazioni clandestine ». Poi c’è un «rapporto» dell’aprile del 1945 che individua
un «Giuliani» della Decima Mas, poi ancora i verbali di interrogatorio di un sabotatore repubblichino, il calabrese Pasquale Sidari. La sua è una vera
e propria confessione agli agenti americani. Racconta di essere sbarcato in Sicilia nel dicembre del 1944, di aver raggiunto i militi della Decima che «addestravano quelli della banda Giuliano», ricorda le loro attività nella base operativa che avevano sulle montagne alle spalle di Palermo.
E rivela Sidari: «I fratelli Console e Dante Magistrelli (erano tre istruttori militari inviati a Montelepre, ndr) si sono poi recati al Nord per riferire al
comando della Decima Mas sulle attività della banda». L’intelligence Usa di Salvatore Giuliano si fa questa idea: «Head of fascist band in the Palermo province». Capo di una banda fascista nella provincia di Palermo. Dopo i documenti Usa, in Tango Connection ci sono anche quelli inglesi dell’-MI 5 e quelli italiani del Sis. Gli uni e gli altri descrivono il bandito al servizio dei Far, i Fasci di Azione Rivoluzionaria.
Quelli inglesi — tutti del ‘46 — sostengono praticamente che l’Evis, l’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia, e le Squadre Armate Mussolini avevano una linea comune d’azione. Quelli del Sis sono ancora più espliciti. Il 25 giugno 1947, scrivono gli 007 del nostro servizio segreto: «Salvatore Giuliano è a totale disposizione delle formazioni nere». Una carriera tutta con i gradi addosso quella del bandito: da «sottotenente dei parà» a «colonnello» dell’Evis. Racconta Casarrubea: «Nel Mezzogiorno prima dello sbarco degli angloamericani e nella prospettiva del crollo del fascismo, Benito Mussolini in persona aveva costituito un’organizzazione destinata a far durare il fascismo anche dopo la sua fine. Era distribuita
in tutto il territorio meridionale, una rete dove fin dal settembre del 1943 monarchici e mafiosi spinsero dentro il giovane Giuliano».
Le sue scorribande servirono ad alimentare quel clima di terrore che avrebbe preparato il terreno — aprendo la stagione delle stragi con Portella della
Ginestra — al golpe che volevano a Washington. E’ questa la tesi di Tango Connection. L’avevano progettato nell’autunno del 1946 negli Stati Uniti d’America. E a Roma l’avevano appoggiato pezzi grossi del Viminale, ex repubblichini e alcuni ufficiali dell’Arma dei carabinieri che avevano appena fondato l’Upa, l’Unione patriottica anticomunista. Era un’organizzazione clandestina che prendeva direttamente ordini da James Jesus Angleton, il capo dei servizi segreti americani a Roma. Tanti soldi erano già arrivati dal Sudamerica: da Buenos Aires. Era un pezzo del tesoro che i fedelissimi
di Hitler, dopo Stalingrado, avevano messo al sicuro. Oro. Titoli. Diamanti. Sterline. Una parte di quella fortuna nel ‘46 prese la via dell’Italia per finanziare ancora scorribande e attentati alle Camere del Lavoro, poi venne conservata anche nei forzieri della Banca dell’Agricoltura. I documenti
che riguardano l’istituto di credito saranno presto consegnati dagli autori di Tango Connection alla Procura della Repubblica di Milano.
I golpisti prima provarono con le stragi. Con l’innesco di Portella della Ginestra. Ma il Pci di Togliatti non cadde nella trappola, non reagì alle provocazioni del fronte antidemocratico. E un mese dopo Portella, il 31 maggio 1947, nacque il quarto governo De Gasperi. I comunisti erano fuori. E fuori sarebbero rimasti per quasi mezzo secolo. A Washington e a Roma pensarono che il colpo di stato non era più necessario.

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Dossier di Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino: Stati Uniti, eversione nera e guerra al comunismo in Italia – 1943-1947

5 maggio 2006 Nessun commento

GIUSEPPE CASARRUBEA

MARIO J. CEREGHINO

STATI UNITI, EVERSIONE NERA

E GUERRA AL COMUNISMO IN ITALIA

1943 – 1947


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