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Il fascista Giuliano – i legami tra il bandito e l’estrema destra [di Attilio Bolzoni – tratto da La repubblica – sabato 28 aprile 2007]

6 maggio 2006

Dagli archivi americani e inglesi emergono i legami tra il bandito e l’estrema destra

IL FASCISTA GIULIANO
I rapporti con Borghese
e con le Squadre Armate Mussolini
preparavano una stagione di stragi
I documenti recuperati da Giuseppe
Casarrubea e Mario Cereghino
autori di “Tango Connection”

Della sua spericolata vita pensavamo ormai di conoscere tutto. E anche di quella sua morte, contrabbandata come effetto di una sparatoria.
In realtà una messa in scena per celare un omicidio premeditato, il primo delitto eccellente dell’Italia repubblicana. Dopo mezzo secolo siamo
però costretti a entrare in altre pieghe della storia, scoprire verità che ci avevano nascosto, seguire tortuosi percorsi che portano a generali, spie, gerarchi fascisti e nazisti. Lo sapevate che Salvatore Giuliano è stato anche un terrorista nero? Lo avreste mai immaginato che il bandito che si batteva per «la Sicilia ai siciliani» aveva anche il grado di «sottotenente dei parà» di Salò? Avevate mai sentito dire che fra le colline di Sagana,
il suo mitico quartiere generale, si addestravano fianco a fianco separatisti e commandos della Decima Mas? Ci sono carte del controspionaggio
americano e inglese (e anche del Sis italiano, il Servizio informazioni e sicurezza dal 1944 al 1949) che raccontano un’altra faccia di quel ragazzo
bruno di Montelepre, che svelano altre «attività» della sua banda, che ripescano i suoi sinistri rapporti con la «resistenza fascista». A cominciare dal
principe Junio Valerio Borghese.
Dai sicari delle Sam, le Squadre Armate Mussolini. Da alcuni uomini dell’«Internazionale Nera» riparati in Argentina dopo la guerra. Erano
tutti uniti dalla paura delle orde cosacche in piazza San Pietro, si erano messi insieme per fermare l’avanzata dei «rossi» in Italia. Gli inediti documenti sul bandito siciliano sono stati ritrovati negli Archivi Nazionali di College Park nel Maryland, in quelli del National Archives di Kew Gardens a Londra e all’Archivio centrale dello Stato all’Eur — tutti dossier desecretati fra il 1996 e il 2006 — e sono diventati l’impianto centrale di Tango Connection (Bompiani, pagg 200, euro 9) un libro che ricostruisce la strategia della tensione fin dai primi passi della Repubblica. L’hanno scritto uno storico e un ricercatore, Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino, già autori entrambi di studi sulle vicende siciliane degli anni ‘40 e ‘50 e sull’eversione
nera. Protagonista di quella sanguinosa stagione, tirato da tutte le parti, sapientemente manovrato, in quell’isola in mezzo al Mediterraneo tutti potevano fare affidamento su di lui. Prima costruirono un personaggio «cinematografico». Il «re» di Montelepre. Il bandito buono che ruba ai ricchi per dare ai poveri. Il Robin Hood siciliano. E poi lo usarono. Per le stragi. Per i saccheggi. Per gli assalti. Un piano che parte dalle scorrerie di Turiddu Giuliano per arrivare fino a Portella della Ginestra, la prima strage di Stato, sessantesimo anniversario che sarà ricordato fra pochi giorni. Quella
mattina — il 1º maggio 1947, dodici i morti, ventisette i feriti — fu accesa la miccia che avrebbe dovuto far esplodere la rivolta anticomunista in Italia.
In molti dossier recuperati a Londra e nel Maryland da Casarrubea e Cereghino, ci sono tracce del bandito in contatto stretto con la Decima Mas di Junio Valerio Borghese. In uno — è del luglio 1944, un report del Cic, il controspionaggio militare americano — si fa un elenco di «nuotatori paracadutisti» della Decima Mas a Salò: fra i nomi c’è quello del «sottotenente dei parà Giuliano» insieme ad altri siciliani di Monreale e di Partinico. Nella lista c’è anche Rodolfo Ceccacci, uno dei capi della Decima che organizzava le incursioni terroristiche nell’Italia già liberata. Un altro dossier — sempre del Cic — è del 25 marzo 1945 ed è firmato dal colonnello Hill Dillon. Parla di «un sottotenente dei parà Giuliano» che è sempre in compagnia
di siciliani «tutti all’interno di formazioni che si muovono per fare operazioni clandestine ». Poi c’è un «rapporto» dell’aprile del 1945 che individua
un «Giuliani» della Decima Mas, poi ancora i verbali di interrogatorio di un sabotatore repubblichino, il calabrese Pasquale Sidari. La sua è una vera
e propria confessione agli agenti americani. Racconta di essere sbarcato in Sicilia nel dicembre del 1944, di aver raggiunto i militi della Decima che «addestravano quelli della banda Giuliano», ricorda le loro attività nella base operativa che avevano sulle montagne alle spalle di Palermo.
E rivela Sidari: «I fratelli Console e Dante Magistrelli (erano tre istruttori militari inviati a Montelepre, ndr) si sono poi recati al Nord per riferire al
comando della Decima Mas sulle attività della banda». L’intelligence Usa di Salvatore Giuliano si fa questa idea: «Head of fascist band in the Palermo province». Capo di una banda fascista nella provincia di Palermo. Dopo i documenti Usa, in Tango Connection ci sono anche quelli inglesi dell’-MI 5 e quelli italiani del Sis. Gli uni e gli altri descrivono il bandito al servizio dei Far, i Fasci di Azione Rivoluzionaria.
Quelli inglesi — tutti del ‘46 — sostengono praticamente che l’Evis, l’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia, e le Squadre Armate Mussolini avevano una linea comune d’azione. Quelli del Sis sono ancora più espliciti. Il 25 giugno 1947, scrivono gli 007 del nostro servizio segreto: «Salvatore Giuliano è a totale disposizione delle formazioni nere». Una carriera tutta con i gradi addosso quella del bandito: da «sottotenente dei parà» a «colonnello» dell’Evis. Racconta Casarrubea: «Nel Mezzogiorno prima dello sbarco degli angloamericani e nella prospettiva del crollo del fascismo, Benito Mussolini in persona aveva costituito un’organizzazione destinata a far durare il fascismo anche dopo la sua fine. Era distribuita
in tutto il territorio meridionale, una rete dove fin dal settembre del 1943 monarchici e mafiosi spinsero dentro il giovane Giuliano».
Le sue scorribande servirono ad alimentare quel clima di terrore che avrebbe preparato il terreno — aprendo la stagione delle stragi con Portella della
Ginestra — al golpe che volevano a Washington. E’ questa la tesi di Tango Connection. L’avevano progettato nell’autunno del 1946 negli Stati Uniti d’America. E a Roma l’avevano appoggiato pezzi grossi del Viminale, ex repubblichini e alcuni ufficiali dell’Arma dei carabinieri che avevano appena fondato l’Upa, l’Unione patriottica anticomunista. Era un’organizzazione clandestina che prendeva direttamente ordini da James Jesus Angleton, il capo dei servizi segreti americani a Roma. Tanti soldi erano già arrivati dal Sudamerica: da Buenos Aires. Era un pezzo del tesoro che i fedelissimi
di Hitler, dopo Stalingrado, avevano messo al sicuro. Oro. Titoli. Diamanti. Sterline. Una parte di quella fortuna nel ‘46 prese la via dell’Italia per finanziare ancora scorribande e attentati alle Camere del Lavoro, poi venne conservata anche nei forzieri della Banca dell’Agricoltura. I documenti
che riguardano l’istituto di credito saranno presto consegnati dagli autori di Tango Connection alla Procura della Repubblica di Milano.
I golpisti prima provarono con le stragi. Con l’innesco di Portella della Ginestra. Ma il Pci di Togliatti non cadde nella trappola, non reagì alle provocazioni del fronte antidemocratico. E un mese dopo Portella, il 31 maggio 1947, nacque il quarto governo De Gasperi. I comunisti erano fuori. E fuori sarebbero rimasti per quasi mezzo secolo. A Washington e a Roma pensarono che il colpo di stato non era più necessario.

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