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Il rapporto Peri [6]

23 dicembre 2006

L'ipotesi dell'attentato è avvalorata dal rapporto del vicequestore Giuseppe Peri, per sedici anni dirigente della Squadra di Polizia Giudiziaria di Trapani. Con questo rapporto Peri firma in data 22 agosto 1977 una proposta di denuncia a carico di 32 persone, capeggiate dal noto fascista Pierluigi Concutelli, che in combutta con la mafia avevano organizzato 4 sequestri di persona verificatisi fra gennaio e settembre 1975. Fu ad Alcamo, in un terroitorio dove più forte è (era alla data di redazione del sossier ndr) la presenza mafiosa, che Peri si occupò dei quattro clamorosi sequestri.

Il 15 novembre del 1976 segnalò alle Procure di Trapani e Marsala e con rapporto preliminare alla questura di Trapani che i sequestri di Luigi Corleo, Nicola Campisi, Luigi Mariani ed Eugenio Egidio Perfetti, erano stati realizzati "per fini eversivi di autofinanziamento della criminalità politica di area neofascista con la collaborazione della delinquenza comune". Per questi rapimenti e per altre azioni criminose, Peri indicava quali responsabili materiali i fascisti romani legati a Concutelli ed i mafiosi di Salemi che facevano parte della famiglia di Salvatore Zizzo.

Nel suo rapporto, il vice questore alludeva chiaramente all'esistenza di un "terzo livello", che aveva avallato quell'alleanza e ne avrebbe raccolto i frutti politici. "Una centrale eversiva di cui fanno parte individui al di sopra di ogni sospetto inseriti nell'apparato statale ai vari livelli".

Il legame operativo dei sequestratori era stato definito a Roma, nel corso di una riunione tra formazioni dell'estrema destra: fu in quell'occasione che i fascisti decisero di autofinanziarsi ricorrendo anche ai sequestri di persona e stabilendo di dare in appalto quest'attività criminale alle organizzazioni mafiose e calabresi. Su questa premessa, Concutelli e la famiglia di Salvatore Zizzo (all'epoca capomafia di Salemi) avevano stretto il loro accordo.

Mentre indagava sul percorso delle banconote pagate dai familiari dell'esattore di Salemi (TP), Luigi Corleo, suocero di Nino Salvo, venne a conoscenza che il giudice istruttore Morelli a taranto aveva raccolto le confessioni di Luigi Martinesi,segretario dell'MSI di Brindisi, detenuto, accusato di fare parte di una frangia eversiva di destra. martinesi si dichiarò pentito del suo passato e disposto a collaborare.

Sulla scorta delle confessioni del fascista brindisino, Peri, che aveva intercettato il patto tra mafia e terrorismo fascista, formulò la sua tesi sulla matrice dolosa del disastro di MontagnaLonga. E' questo il capitolo più inquietante di quel rapporto di polizia giudiziaria, in cui si ritiene che l'attentatore, in possesso di carica esplosiva a tempo, avrebbe dovuto attivare i contatti dopo lo sbarco dei passeggeri, ma vi fu un imprevisto. Il pilota DC 8, sorvolando Punta Raisi diede la precedenza a un aereo proveniente da Catania, ritardando di dieci minuti l'atterraggio. Ritardo che risultò fatale.

"Ammessa l'ipotesi che anche tale disastro, come la strage del treno "Italicus" ed altre stragi del Nord attribuite a trame eversive, come quella di Piazza della Loggia a Brescia nel giugno del 1974, di Piazza Fontana a Milano nel dicembre del 1969, sia un anello della "Strategia della tensione", di deve ammettere che l'attentatore – affermava Peri – in possesso di una carica esplosiva ad orologeria, non voleva di certo la sua morte e approssimandosi il momento del contatto delle due lancette e , quindi, dell'esplosione, non si autodenunciò al personale di bordo per ovviare alla deflagrazione ed i dieci minuti dell'atterraggio avrebbero fatto esplodere la carica a bordo.

Ne discende che l'attentatore non avrebbe voluto anche la sua morte e forse nemmeno la strage perchè ne sarebbe stato coinvolto; avrebbe voluto forse il danneggiamento dell'aereo già atterrato allorquando tutti i passeggeri, lui compreso, fossero già scesi a terra".

L'obiettivo sarebbe stato di destabilizzare il Paese dimostrando le incontrollabili potenzialità delle forze eversive, capaci di minare ogni base democratica. L'onesto e intuitivo funzionario di polizia così interpretava i fini perseguiti dalla "strategia della tensione". Una strage, quindi, voluta da quelle stesse forze neofasciste che, in quesgli anni, stringevano il loro patto di alleanza con la mafia trapanese.

Nel rapporto Peri l'ipotesi della strage di marca fascista è sostenuta da alcune "oggettive circostanze": il disastro si verificò alla vigilia delle elezioni politiche più travagliate dell'Italia repubblicana (non a casao, proprio in quella circostanza in Sicilia il Msi registrò un pericoloso balzo in avanti…) – molti cittadini affermarono di aver visto un aereo in fiamme precipitare verso MontagnaLonga – con quella strage, l'eversionenera avrebbe ottenuto un duplice scopo, aggiungere un altro anello alla strategia della tensione (sono gli anni di Piazza Fontana, dell'Italicus e di Piazza della Loggia) ed eliminare un magistrato palermitano scomodo, il giudice Ignazio Alcamo, sostituto Procuratore Generale. 

Questi erano gli ordini dei manovratori occulti che il Dott. Giuseppe Peri spiega molto più dettagliatamente nelle pagien del suo rapporto n. 1000/2 del 22.8.1977, atto contenuto nel Procedimento Penale n. 5978 G.I., cui è allegato il fascicolo n. 247/81 Reg. C/P.M estratto dal fasc. 1746/97 – KT.

La tesi di fondo di quel rapporto tornò drammaticamente d'attualità quando nel 1985 si scoprì un legame tra la strage di Val di Sambro e l'attentato contro il giuduce Carlo Palermo: già all'inizio degli anni '70, affermava Peri nel suo rapporto, era possibile pensare ad un'allenanza politica ed operativa fra la mafia e l'eversione nera. Il 20 settembre 1977 ignoti attentarono alla sua vita. Recatosi alla Procura di Marsala per partecipare a un summit sui sequestri di persona, Peri si accorse che qualcuno aveva svitato i bulloni della ruota anteriore sinistra della sua Alfetta. Nell'Officina specializzata della Questura, meccanici di grande fiducia diagnosticarono la manomissione per attentato.

Quel rapporto non entrò mai nell'inchiesta sulla morte delle 115 persone di MontagnaLonga. Peri spedì 9 raccomandate, alle Procure di Marsala, Trapani, Palermo, Agrigento, Catania, Taranto, Milano, Torino e alla Procura generale presso la Corte d'Appello di Palermo. Ma non accadde nulla, tranne che a lui: gli fu dato del visionario e fu subito emarginato.

Dopo essere stato sedici anni a capo della Mobile di Trapani e avere collaborato da vice questore con varie procure, il 29 luglio successivo fu trasferito alla questura di Palermo dove rimase fino alla sua morte, avvenuta il 1° gennaio 1982. Gli ultimi quaranta mesi della sua carriera, sebbene fosse un esperto investigatore, li trascorse escluso da qualunque tipo di indagine.

Ma ciò che tardivamente, a tre anni dalla sua morte, rese parzialmente giustizia a Giuseppe Peri, è quanto emerse dalle note conclusive di un servizio de "I Siciliani" (giugno-luglio 1985, n.29/30 "Mafia e terrorismo. Perchè insieme", che riporta a pag. 11 un articolo sul rapporto Peri dal titolo "Relazione di un commissario ad un Procuratore della Repubblica" che riconferma la vasta rete istituzionale di cui godeva la loggia massonica P2:

"Probabilmente Peri […] Aveva anche paura: di quel rapporto, delle reazioni che avrebbe potuto provocare, del significato politico e giudiziario che fatalmente acquistava quella rilettura di sequestri, sciagure e delitti. Paura, probabilmente, anchedi quegli "…insospettabili, inseriti ai vertici dell'apparato statale" […] Peri chiese una scorta, ma invece dell'auto blindata gli arrivò un telex dele ministero che lo destinava con effetto immediato ad un incarico di burocrazia nella questura di Palermo. Ed a Palermo, l'ex vice questore di Trapani sarebbe morto un paio di anni più tardi: giusto in tempo per vedere archiviato il suo rapporto. Peri non fece in tempo, invece, ad assistere all'esplosione del caso P2 e al ritrovamento dei tabulati del maestro venerabile Licio Gelli: avrebbe scoperto, nell'elenco dei piduisti, i nomi di Varchi e Cassata: il primo era capo di gabinetto del questore Aiello di Trapani, e fu uno dei più accesi sostenitori del suo trasferimento "punitivo" a Palermo; l'altro, giudice istruttore presso il tribunale di Marsala, archiviò definitivamente il rapporto Peri".

Il rinvenimento del "Rapporto Peri" si deve alle instancabili ricerche di Maria Eleonora Fais, sorella di Angela, effettuate nel corso degli anni.

Anni contrassegnati dal dolore e al contempo da una lotta coraggiosa per inseguire null'altro che la verità.

Il rapporto era rimasto per tanto tempo ben nascosto sotto una coltre di polvere, negli scaffali degli scantinati della Procura di Marsala, una delle Procure a cui il Vice questore Peri lo aveva inviato nell'ottobre del 1977. Dopo aver letto alcuni servizi de "L'Europeo", de "I Siciliani" e della rivista "Avvenimenti", la signora Fais intensificò le ricerche. Nel 1991 si rivolse a Paolo Borsellino, in quel tempo Procuratore di Marsala. Il magistrato offrì il suo aiuto e con grande intuito collegò trame nere eversive e mafia del trapanese (Miceli, Zizzo, ecc). Riuscì a risalire al numero di protocollo con l'aiuto di bravi collaboratori della Procura di Marsala, ma non lo trovò.

Con l'assassinio di Paolo Borsellino, nel 1992, un rinnovato dolore e un senso di impotenza attanagliarono Maria Eleonora, la quale però non si arrese. Cinque anni dopo l'energica donna tornò alla carica e il 4 agosto 1997 ottenne dal Procuratore della repubblica Antonio Silvio Sciuto copia dell'agognato documento.

Il rapporto, poi fu pubblicato nel 2001 dall'Istituto Gramsci Siciliano nel volume "Anni difficili".

Diversi passaggi del rapporto sono emblematici, attestando implicitamente come il fascista Concutelli utilizzasse un sistema poderoso di "coperture" e ponendo tutta una serie di interrogativi inquietanti su eventuali rapporti che questi intratteneva con settori più o meno "deviati" delle istituzioni.

Per Peri non era un caso che tra le vittime del disastro aereo vi fosse l'integerrimo sostituto procuratore generale presso la corte d'appello di Palermo Dr. Ignazio Alcamo. Il "Giornale di Sicilia" del 7 maggio 1972, che dedica alcuni servizi alle vittime di MontagnaLonga, riporta un articolo, a firma di Mario Francese, dal titolo "Ignazio Alcamo da Izoard a Vassallo", nel quale può leggersi: "Non è difficile dare un profilo del dott. Alcamo: le sue doti di giurista, umane e morali sono unitamente riconosciute […] Ancora, come pubblico ministero, si distinse nelle sedute della sezione speciale per le misure di prevenzione (presidente Giovanni Pizzullo) della Corte d'Appello negli anni seguenti la strage di Ciaculli. Ignazio Alcamo non fu mai incline al compromesso. Amò la verità processuale ed ebbe il culto dell'obiettività. L'ultimo caso clamoroso da lui trattato: la proposta per il soggiorno obbligato del costruttore edile palermitano Francesco Vassallo. Anche in questa occasione Ignazio alcamo dimostrò un senso spiccato di analisi e una grande dose di coraggio":

Peri, inoltre, sottolinea che:

" – il pilota del DC 8, sorvolando Punta Raisi, diede la precedenza all'aereo proveniente da Catania ritardando, pertanto, di dieci minuti l'atterraggio;

– i cadaveri, secondo i medici legali, si presentavano disintegrati, cosa che non avviene, invece, a seguito di urti violenti". (pag. 60 della pubblicazione a cura dell'Istituto Gramsci Siciliano).

e più avanti afferma testualmente:

"In caso di avarie di strumenti di bordo il pilota avrebbe avuto anche dei secondi di tempo per segnalarle a terra al personale di assistenza di volo della torre e ne sarebbe rimasta traccia nella scatola nera. Invece nulla è stato detto dal pilota perchè lìimprovvisa deflagrazione non gli ha dato il tempo di farlo."

Sicuramente il poliziotto intuì che dietro le attività criminose dei fascisti vi fosse un sistema di coperture "altolocate" e istituzionali collegate alla strategia della tensione. Grazie al suo rapporto si apre "l'altra verità" su MontagnaLonga: una strage che come ricorda Maria Eleonora Fais si colloca tra il 1969 e il 1974, anni cruciali della strategia della tensione. "Credo all'ipotesi di un attentato – dice la Fais – L'assenza di rivendicazioni non è significativa: tra il 1969 e il 1974 ci furono 10 attentati, quasi tutti non rivendicati. Dati emersi dopo la desecretazione degli archivi del Viminale. Anche se l'Ufficio Affari Riservati diretto da Federico Umberto D'Amato è stato sciolto".

Dal basso, l'impegno civile di una donna, dall'alto, uno Stato e una giustizia che non dispongono la perizia in cerca di esplosivo sui cadaveri (accertamento decisivo per il caso Mattei), che respingono nel 2001 la sua istanza, sulla base del rapporto Peri, di riesame del caso. E ciò, a fronte delle condizioni dei corpi, compatibili con una esplosione, delle condizioni del nastro della scatola nera, delle divergenze sulla posizione dell'aereo in volo, delle coordinate fornite in fase di avvicinamento, delle contraddittorie testimonianze tra tutti quelli che videro il DC 8 volare avvolto dalle fiamme e chi affermò di avere visto il fuoco solo dopo il boato, un passeggero mai identificato. Ancora nel 2006, la Fais non ha ricevuto alcuna motivazione relativa al rigetto dell'istanza di riesame.

"A quanto ci risulta, i giudici non lessero mai questo documento – dice Maria Eleonora Fais -, e anche se lo avessero fatto senza avvertire le parti civili sarebbe stata una grossa irregolarità, quindi in entrambi i casi l'accoglimento dell'istanza del riesame avrebbe avuto una sua ragion d'essere. Infatti, su richiesta del giudice Cacciatore, il Commissario Peri spedì il suo rapporto, mentre al tribunale di catania era in corso l'istruttoria. Ne' le parti civili, ne' la difesa degli imputati, ricevettero informazione di questo documento che in quel momento avrebbe dato una svolta, sia alle indagini che all'esito del processo penale". Ricorda le dichiarazioni dei passeggeri dei voli di quello stesso giorno (poi smentite da Alitalia), che parlavano di controlli strettissimi, di perquisizioni anomale, come se fosse arrivata notizia di un attentato imminente. 

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