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Su Portella rimozione impossibile [di Giuseppe Casarrubea – La Repubblica – 2 aprile 2004]

10 maggio 2006

Leggendo la stampa siciliana di questi giorni non sarà sfuggito al lettore un articolo sull’estensione, da parte dell’Assemblea regionale, dei benefici previsti dalla legge per le vittime della mafia ai familiari dei caduti di Nassiriya.

L’autore scrive che a Sala d’Ercole i deputati, piuttosto che fare le cose sul serio, si sono dati alla recitazione delle farse, estendendo quei benefici anche ad altri morti, come quelli di Montagna Longa e Portella della Ginestra che con la tragedia irachena c’entrerebbero, e non a torto, come i cavoli a merenda. Perché non tutte le tragedie si possono accomunare e ogni storia è sempre, in un modo o nell’altro, un’altra storia. Ed è vero. Ma detto questo, non possiamo non capire il punto di vista dei parlamentari che volendo onorare il sacrificio dei nostri soldati a Nassiriya hanno pensato anche a quelle altre vittime, pur esse siciliane, immolate sull’altare della democrazia e dello Stato. Gente comune e lavoratori che lottarono per un mondo migliore o trovarono la morte semplicemente perché festeggiavano il primo maggio o perché qualcuno che doveva controllare, prevenire e intervenire, non lo fece. 11 morti per la festa dei lavoratori, il 1 maggio 1947 a Portella, 118 morti dentro un aereo esploso in volo e poi disintegratosi sulla cima di una montagna, di cui nessuno più ha voluto parlare.

In entrambi i casi non ci sono mai state indagini serie. Su Montagna Longa ebbe appena il tempo di avviarle il giudice Giuseppe Peri, che chiese, a sua protezione, un’auto blindata. Gli arrivò, invece, il trasferimento d’ufficio. Peri sapeva. Non ignorava che quel DC8 in volo da Roma a Punta Raisi, quel 5 maggio 1972, poteva essere stato oggetto di un sabotaggio da parte di forze terroristico-eversive. Queste, proprio in quegli anni, stringevano i loro rapporti con la mafia trapanese. I poteri criminali affinavano allora le loro tecniche e Concutelli e Junio Valerio Borghese erano impegnatissimi a organizzare campi paramilitari in Sicilia, snodo del traffico d’armi col Medio Oriente. Portella e Montagna Longa: piste non seguite, tragedie da dimenticare.

  Sono altre storie rispetto a quella di Nassiriiya, ma non sono meno impegnative e serie di questa. Soprattutto non autorizzano nessuno a fare della stupida ironia. Si possono capire le difficoltà a cogliere le relazioni tra alcuni fatti diversi. Ma non può essere consentito scherzare su queste sciagure e indicarle come ormai cancellate dalla memoria, ricordi d’altri tempi. Dimenticare è una colpa, è un brutto segnale per lo stesso consorzio civile. Il  tempo è giustiziere, lenisce le ferite, ma non cancella il crimine, non manda in prescrizione le stragi. Perciò a chi così disinvoltamente tratta il dolore e l’ingiustizia subita da centinaia di famiglie non ci sono risposte da dare. L’atteggiamento si commenta da sé. Denota che si ha un altro modo di concepire il mondo e l’etica rispetto a quello dei comuni mortali.

Da parte nostra, possiamo solo esprimere il desiderio che si segua ogni tanto quello che ancora oggi fanno gli ebrei con i criminali nazisti da sessant’anni in libertà nonostante i crimini commessi. Tutt’altro che disponibili a rimuovere il ricordo, temprati da secoli di storia, decisi a impedire che altri stermini possano accadere in virtu’ di una diffusa demenza culturale, memori del loro passato, gli ebrei hanno fatto della loro storia e della loro identità il fondamento del loro futuro. Le ragioni del loro passato spiegano oggi il loro presente, i loro comportamenti, anche quando si manifestano discutibili o erronei. Per questo non possiamo condividere un certo modo di pensare, il fatalismo, le facili rimozioni, la convinzione, insomma, che la storia non ha nulla da insegnarci. Invece l’invito di questo signore, la cui professionalità non voglio mettere in discussione, è di lasciare il ricordo di Portella tra quelli che in epoca borbonica videro le lotte per l’Unità nazionale. Roba d’altri tempi, a suo giudizio, remoti. Sepolti.

Falso. E c’è poco da scherzare.

Accomunare i caduti di Portella alla paleostoria del nostro Risorgimento, sarebbe un atto di lungimiranza culturale. Ma il nostro, al contrario, vuole attestare il tramonto definitivo delle vicende nazionali del primo Novecento, delle sue tragedie e delle sue conquiste. E questo è francamente non solo un atto di miopia culturale, ma anche un segno di stravaganza personale. Piuttosto che chiedersi se non sia il caso di estendere i benefici a quanti nell’Ottocento lottarono contro i borboni, sarebbe opportuno che egli pensasse che il fascismo non è mai morto, e che certi criminali che hanno fatto la nostra storia, sono ancora vivi e vegeti, come allora. Come quelli che il 27 ottobre 1972 uccisero – strana coincidenza di tempi- il giornalista de “L’Ora” Giovanni Spampinato, colpevole di avere indagato, proprio in quegli anni, sullo squadrismo fascista.

 

                  GIUSEPPE CASARRUBEA

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