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Mafia e fascisti: il rapporto Peri [da “I Siciliani”, giugno 1985]

23 dicembre 2006

da "I Siciliani", giugno 1985

«Esiste una potente organizzazione dedita alla consumazione dei sequestri di persona, con richiesta di altissimi riscatti per fini eversivi (…). I mandanti dei sequestri vanno ricercati negli ambienti politici delle trame nere e in ambienti insospettabili; questa organizzazione si è servita e si serve delle non meno potenti organizzazioni mafiose siciliane e calabresi (…). Sequestri di persona, attentati, omicidi, tutto fa parte di un'identica strategia intesa a determinare il caos scardinando i poteri di difesa dello Stato al fine di instaurare nuove condizioni di potere e di dominio…».

Era l'autunno del 1977, ed il vicequestore di Trapani Giuseppe Peri concludeva con queste parole il suo rapporto: quaranta cartelle dattiloscritte inviate a sette Procure della repubblica (Trapani, Marsala, Agrigento, Palermo, Torino, Roma e Milano) per ricostruire – sequenza dopo sequenza, responsabilità per responsabilità – la tragica storia di quattro sequestri di persona, sette omicidi ed una strage. Pochi giorni dopo, Peri veniva trasferito d'ufficio – senza alcuna apparente motivazione – in un ufficio periferico della questura di Palermo. Moriva due anni dopo, stroncato da un infarto mentre mani provvidenziali archiviano definitivamente il suo rapporto.

Cosa contenevano quelle quaranta cartelle? Non certo un "sogno d'una notte di mezza estate", come qualcuno si affrettò a liquidare i risultati di quell'inchiesta: piuttosto un'ipotesi inquietante e certamente suggestiva, che aveva comunque il pregio di essere basata su un paziente lavoro investigativo svolto per oltre un anno in tutta la penisola: decine di indizi, di testimonianze, di precisi riscontri oggettivi attorno ai quali il vicequestore Peri aveva costruito la propria analisi. Ma soprattutto si trattava di un'ipotesi terribilmente insidiosa: se quel rapporto di polizia giudiziaria avesse avuto un seguito giudiziario, probabilmente oggi un pezzo della storia di questa Repubblica avrebbe dovuto essere riscritta.
La tesi di fondo era semplice, e torna drammaticamente d'attualità in queste settimane, nel momento in cui si scopre un legame fra la strage di Val di Sambro e l'attentato contro il giudice Carlo Palermo: già all'inizio degli anni settanta, affermava Peri nel suo rapporto, era possibile pensare ad un'alleanza politica ed operativa fra la mafia e l'eversione nera.

Ed era proprio quell'alleanza, secondo Peri, la chiave di lettura dei più clamorosi delitti mafiosi e terroristici di quegli anni: l'uccisione del Procuratore di Palermo Giuseppe Scaglione, del Procuratore Generale di Genova Francesco Coco e del sostituto Procuratore di Roma Vittorio Occorsio. Complici, nell'organizzazione e nell'esecuzione dei tre delitti, sarebbero stati i gruppi eversivi fascisti che facevano capo a Pierluigi Concutelli (Ordine Nero, Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale) e la criminalità mafiosa della Sicilia occidentale.
Il rapporto andava comunque ben oltre, ricostruendo nei dettagli quattro sequestri di persona, tutti compiuti nel 1975: il rapimento dell'industriale milanese della gomma Egidio Perfetti, quello del banchiere leccese Luigi Mariano e i due sequestri – Campisi e Corleo – avvenuti quasi contemporaneamente nella provincia di Trapani nel luglio di quell'anno.

Per questi rapimenti e per gli altri delitti, Peri indicava in trentuno persone i responsabili materiali: i fascisti romani che erano legati a Concutelli ed i mafiosi di Salemi che facevano parte della Famiglia di Salvatore Zizzo. Sarebbero stati loro, estremisti neri e mafiosi salemitani, a condurre organizzativamente ed operativamente i quattro sequestri (scelta delle vittime, rapimento, custodia, trattative, riciclaggio…).

Insomma, il "primo" ed il "secondo" livello, per adoperare la terminologia corrente. Ma nel suo rapporto, il vicequestore Peri alludeva chiaramente all'esistenza d'un "terzo livello", alle spalle di mafiosi e fascisti, che aveva avallato quell'alleanza e ne avrebbe raccolto i frutti politici: «Una centrale eversiva – spiegava il rapporto – di cui fanno parte individui al di sopra di ogni sospetto inseriti nell'apparato statale ai vari livelli».

Un primo riscontro oggettivo all'ipotesi di Peri è contenuto nel clima di quegli anni. I campi paramilitari in Sicilia, ad esempio: probabilmente solo un'innocua moda per molti ragazzini in cerca di avventure, ma ci fu anche chi utilizzò quelle occasioni per affinare tecniche e preparazione. Concutelli ed i suoi uomini, fra il '72 ed il '73, organizzarono campi paramilitari ad Erice (alla periferia di Trapani) ed a Menfi (in provincia di Agrigento): fu lì, secondo il rapporto Peri, che vennero messe a punto quelle tecniche di combattimento che i neofascisti avrebbero sfruttato in occasione del sequestro Corleo, un autentico "colpo di mano militare".

Sono anche gli anni in cui Valerio Borghese prepara il suo golpe ed intensifica i viaggi in Sicilia; gli anni in cui si cercano i primi stabili canali di collegamento fra Sicilia e Medio Oriente nel traffico delle armi: e sul controllo di quei canali si saldano alleanze ritenute, fino a pochi anni prima, politicamente impensabili. In questo scenario, il legame che Peri disegna fra mafia ed eversione nera diventa perfettamente credibile.

Un legame anzitutto operativo che era stato definito nel 1975 a Roma, nel corso di una riunione fra i gruppi dell'estrema destra: fu in quell'occasione che i neofascisti decisero di autofinanziarsi ricorrendo anche ai sequestri di persona e stabilendo di dare in appalto questa attività criminale alle organizzazioni mafiose siciliane e calabresi. E proprio su questa premessa, afferma Peri nel suo rapporto, Concutelli e la famiglia di Salvatore Zizzo (all'epoca capomafia di Salemi) avevano stretto il loro accordo. A don Zizzo fu chiesto di collaborare per i sequestri Campisi e Corleo; il capomafia salemitano, a sua volta, avrebbe utilizzato per quei rapimenti elementi della delinquenza comune affidando a gruppi diversi le varie fasi dei sequestri (cattura, custodia, contatti…).
Gli investigatori non sarebbero mai risaliti ai mandanti né avrebbero potuto immaginare, per quei sequestri, un movente diverso dal semplice riscatto.

E tutto, in effetti, sarebbe andato secondo le previsioni se, dietro di loro, Concutelli e Zizzo non avessero seminato troppi indizi: coincidenza di date e di spostamenti, banconote segnate, obblighi di soggiorno violati in occasione dei sequestri, perizie foniche, le testimonianze dei rapiti. Giuseppe Peri, che aveva ricevuto l'incarico di coordinare le indagini soltanto sul sequestro dell'ingegnere Corleo (il suocero di Nino Salvo) si trovò improvvisamente proiettato in un'inchiesta che conduceva ben oltre i confini geografici e criminali della provincia di Trapani. E decise di andare fino in fondo. Nel suo rapporto quei sequestri vengono minuziosamente ricostruiti, i responsabili identificati, si acquisiscono decine di elementi probatori. Ma Peri tenta anche un'analisi politica di quell'alleanza mafia-eversione nera: ed arriva alla conclusione che per i terroristi neofascisti in quell'accordo e nella scelta della Sicilia come terreno delle operazioni confluirono anche precise motivazioni di carattere politico: si trattava di portare avanti quel progetto di "strategia della tensione" che negli anni precedenti aveva visto protagonista il gruppo Concutelli.

E a questa strategia della tensione il rapporto Peri riconduce la matrice criminale di tutti i più tragici episodi che le cronache siciliane di quegli anni ricordano.
Scrive Peri nel suo rapporto: «Il clima di terrore si abbatte ad Alcamo. Prima sull'ambiente politico (con gli assassini del socialista Antonio Piscitello e del democristiano Francesco Guarrasi e con una mancata strage in pieno centro a seguito del ritrovamento in via Copernico di 14 candelotti di dinamite non esplosi sebbene vi fosse stato appiccato il fuoco la stessa notte dell'omicidio Piscitello), per investire poi la sfera dei poteri dello Stato quando, nella notte del 28.1.1976, vengono uccisi nel sonno nella casermetta di Alcamo Marina due carabinieri».

E a pochi chilometri da Alcamo, fra Salemi e Sciacca, vengono organizzati due dei quattro sequestri: «Ciò sarebbe servito ad attirare l'attenzione nazionale su fatti gravissimi in una zona ristretta, ottenendo il massimo effetto psicologico deprimente». Insomma, spiega il rapporto Peri, un progetto finalizzato «…a mettere in dubbio la credibilità degli organi dello Stato preposti a tutelare la sicurezza pubblica, ed a scardinare le stesse istituzioni democratiche».
Ma il capitolo più inquietante del rapporto Peri è dedicato alla sciagura di Montagna Longa, la parete rocciosa su cui, il 5 maggio 1972, si schiantò un DC8 dell'Alitalia in volo da Roma allo scalo palermitano di Punta Raisi.

Un sabotaggio, ipotizza Peri, una strage voluta da quelle stesse forze terroristico-eversive che, in quegli stessi anni, stringevano il loro patto d'alleanza con la mafia trapanese. Nel rapporto Peri, l'ipotesi della strage di marca fascista è sostenuta da alcune "oggettive circostanze":
1) il disastro si verificò alla vigilia delle elezioni politiche più travagliate dell'Italia repubblicana (non a caso, proprio in quella circostanza in Sicilia il Msi registrò un pericoloso balzo in avanti…);
2) i cadaveri dei 118 passeggeri del DC8 erano praticamente disintegrati, come se quelle persone avessero trovato la morte in una tremenda esplosione piuttosto che in un violento urto;
3) molti cittadini di Carini affermarono di aver visto un aereo in fiamme precipitare verso Montagna Longa. Un'esplosione a bordo, dunque, non un guasto ai motori avrebbe provocato la sciagura;
4) con quella strage, l'eversione nera avrebbe ottenuto un duplice scopo: aggiungere un altro anello alla strategia della tensione (sono gli anni di piazza Fontana, dell'Italicus e di piazza della Loggia) ed eliminare un magistrato palermitano scomodo, il giudice Ignazio Alcamo, sostituto Procuratore Generale. Ed Ignazio Alcamo, infatti, è una delle 118 vittime della sciagura.

Identica matrice e stesse finalità della strage di Montagna Longa, spiega il rapporto Peri, avrebbero avuto gli omicidi Scaglione, Coco ed Occorsio: «Un tempo, per colpire il potere costituito si assassinavano i re – conclude Peri – oggi si tenta di scardinare lo Stato uccidendo i Procuratori della Repubblica che, nel nuovo assetto istituzionale, come garanti della legge, appaiono i maggiori depositari del potere costituito».

Le reazioni al rapporto Peri – che venne inaspettatamente pubblicato da un periodico locale, "Trapani Sera", nell'ottobre del '77 – furono violentissime. L'atmosfera di cordialità e di grande attenzione con cui i vertici giudiziari e la questura trapanese avevano seguito l'inchiesta di Giuseppe Peri si dissolse d'un colpo. Il Procuratore di Trapani Lumia liquidò la faccenda ritenendo la ricostruzione del vicequestore «…non solo fantasiosa ma anche generica nonché priva di concreti elementi di prova».

Molto meno diplomatico, il questore dell'epoca Aiello utilizzò tutti i suoi agganci ministeriali per ottenere un immediato trasferimento di Peri. Lamentò di non essere stato messo al corrente dal suo vice degli sviluppi che l'indagine andava assumendo. In realtà le cose stavano diversamente: Peri non aveva alcun obbligo giuridico di riferire al questore dell'esito dell'inchiesta, dovendone rendere conto soltanto all'autorità giudiziaria. E quando Aiello gli chiese di vedere il rapporto, citando antiche, benevole consuetudini, Giuseppe Peri gli risposte seccamente che quel rapporto lo avrebbe fatto avere soltanto alle Procure competenti. Nessuna eccezione, dunque, nemmeno per il signor questore.
Probabilmente Peri non aveva agito così semplicemente per un eccesso di zelo. Aveva anche paura: di quel rapporto, delle reazioni che avrebbe potuto provocare, del significato politico e giudiziario che fatalmente acquistava quella rilettura di sequestri, sciagure e delitti. Paura, probabilmente, anche di quegli «…insospettabili, inseriti ai vertici dell'apparato statale» che rappresentavano, nel suo rapporto, il terminale occulto di cinque anni di violenze e di sangue.

Peri chiese una scorta, ma invece dell'auto blindata gli arrivò un telex del ministero che lo destinava con effetto immediato ad un incarico di burocrazia nella questura di Palermo. Ed a Palermo, l'ex vicequestore di Trapani sarebbe morto un paio di anni più tardi: giusto in tempo per vedere definitivamente archiviato il suo rapporto.
Peri non fece in tempo, invece, ad assistere all'esplosione del caso P2 e al ritrovamento dei tabulati del maestro venerabile Licio Gelli: avrebbe scoperto, nell'elenco dei piduisti, i nomi di Varchi e Cassata: il primo era il capo di gabinetto del questore Aiello a Trapani, e fu uno dei più accesi sostenitori del suo trasferimento "punitivo" a Palermo; l'altro, giudice istruttore presso il tribunale di Marsala, archiviò definitivamente il rapporto Peri.

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