Home > Libri > Giovanni Spampinato [Tratto da “Gli Insabbiati” di Luciano Mirone] 1° Parte

Giovanni Spampinato [Tratto da “Gli Insabbiati” di Luciano Mirone] 1° Parte

21 dicembre 2006

La testa di Giuseppe Spampinato ha pochi capelli bianchi ed è accarezzata da un tiepido raggio di sole; le sue mani “disegnano” nell’aria espressioni e gesti ripetuti chissà quante volte. E’ un uomo mite e di bassa statura, tutto d’un pezzo, sorretto da un filo di voce attraverso il quale ti parla delle lotte contadine e antifasciste fatte a San Michele di Ganzaria, suo paese natio in provincia di Catania, e della valorosa resistenza in Dalmazia condotta come maggiore dei partigiani: “nella mia vita ho visto di tutto, guerre, torture, uccisioni, ma la morte di Giovanni è come se mi avesse strappato il cuore. Dopo il suo assassinio sono entrato in coma. Poi lentamente, grazie anche a mia moglie, ho ripreso a vivere. Ma la vita, da quel giorno, non è stata più la stessa”La moglie, Giorgia Ragusa, ascolta e parla di rado: preferisce comunicare con gli occhi e assentire col capo. L’assassinio del figlio ha cambiato profondamente anche lei, un tempo molto “austera”, come venne definita da Giovanni in uno scritto, oggi triste e di poche parole.

Questo salotto, arredato in modo sobrio, “parla” di Giovanni attraverso le fotografie che i genitori e i fratelli hanno avuto cura di incorniciare: c’è l’intellettuale col vestito, la cravatta e il giornale in mano, i tratti distesi e un po’ severi, che forse discute di politica con degli amici; il ragazzo allegro e un po’ scanzonato mentre a bordo della lambretta trasporta i tre cuginetti venuti dalla Svizzera; il bambino col vestito di carnevale, o l’adolescente mentre sta seduto ai bordi di una grande vasca e sorride. E poi quella didascalia: “Con animo semplice e chiara intelligenza, della curiosità di sapere fece cultura. Antifascista, cronista attento, caduto nella lotta per la verità e per una società giusta”. Fotografie che gli Spampanato ti mostrano senza alcun piagnisteo, ma non la dignità di chi, attraverso un frammento di vita, vuol conservare la memoria.

In questi giorni, il partigiano Giuseppe è in fibrillazione perché c’è da organizzare il 25 aprile e lui, presidente della sezione ragusana dell’Associazione nazionale partigiani, si sta adoperando per la buona riuscita della manifestazione: scrive discorsi, lima frasi, consegna ai compagni giunti da Comiso, Scicli, Santa Croce Camerina, Modica, Vittoria i manifesti che fra poche ore tappezzeranno i muri dell’intera provincia. Lo fa con l’entusiasmo del ventenne che fa politica militante. Al di fuori del tempo e degli anni …

 

Il 27 ottobre 1972 Giovanni Spampanato si reca a Catania in compagnia della fidanzata Emanuela Biazzo e della suocera. Un salto alla facoltà di Lettere e Filosofia (gli manca una materia alla laurea) e poi un giro per la città.

Quella stessa mattina, nella sua abitazione telefona Roberto Campria, il figlio del presidente del tribunale di Ragusa. Intorno alle 22,30 Spampinato, tornato da Catania, chiama Campria e poco dopo esce con lui a  bordo della sua cinquecento.

E’ il terzo incontro fra i due – anche questo sollecitato da Campria – che si verifica nel giro di tre mesi. Girano la città senza una mèta precisa, discutono. Mentre sono fermi davanti al carcere, Roberto estrae due armi e fa fuoco su Spampinato. Spara sei colpi: cinque raggiungono il torace e la spalla destra del giornalista; uno quello letale, gli trapassa il cuore. Suona al portone del penitenziario, si presenta all’appuntato degli agenti di custodia Antonio Costa, e gli dice: “Vengo a costituirmi perché ho ucciso un uomo”; gli consegna la Smith & Wesson, si siede su un gradino della scala, e con la testa fra le mani esclama: “Lui mi ha ucciso moralmente, io l’ho ucciso fisicamente”.

Poco dopo, sul sedile destro della Cinquecento, gli agenti rinvengono l’altra arma, una Herma Luger calibro 7,65. Quando viene ucciso, il giornalista ha ventisei anni.

Nato a Ragusa il 6 novembre 1946, Giovanni Spampinato fin da ragazzo aderisce al movimento antifascista Nuova resistenza; il 25 aprile 1963, in occasione della festa della Liberazione – a soli diciassette anni – tiene il primo comizio parlando della lotta partigiana e dei valori antifascisti.

Poi arriva il ’68, la Guerra fredda, le contestazioni nelle Università, lo scontro tra fascisti e anarchici, il ’69, la strage di piazza Fontana, e il 70, la rivolta di Reggio Calabria, il tentato golpe Borghese. Giovanni vive in una Ragusa benestante ma culturalmente pigra, dove la parola mafia evoca fatti lontanissimi. Una città che già da tempo sta stretta a un intellettuale come lui, proiettato verso realtà culturali di ben altro spessore.

La mafia, quando agisce, viene da Palermo, come succede negli anni Cinquanta, quando un ricco aristocratico, per sedare una rivolta di contadini, ingaggia alcuni “picciotti” del palermitano. “Forse c’era l’interesse a mantenere quella provincia al riparo da particolari attenzioni poliziesche, per potere usare questa zona come una specie di porto franco, come una retrovia inosservata, una zona di transito sicuro per (…) riciclare denaro sporco, per sbarcare sigarette di contrabbando, droga o armi sulle coste poco sorvegliate”.

Nel periodo a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta mafiosi pericolosi come Gaspare Gambino (uno dei grandi capi di Cosa nostra americana), i fratelli Lo Cicero, i Rallo, i Girgenti vengono mandati al soggiorno obbligato in provincia di Ragusa, dove si stabiliscono e acquistano vasti appezzamenti di terra.

A quel tempo Giovanni legge Gramsci, è affascinato da filosofi come Marcuse e Sartre, e si appassiona alla Dottrina sociale della Chiesa. Aderisce all’Arci, frequenta la Fuci ed è fondatore, assieme al deputato comunista Giorgio Chessari – futuro sindaco di Ragusa – de “L’opposizione di sinistra”, un  quindicinale povero di mezzi che gli consente una retribuzione di venticinquemila lire al mese. Il “giornale”, scrive Spampinato, “è (…) uno strumento di informazione, o di controinformazione necessario, indispensabile dato l’assoluto, incontrastato monopolio (a livello locale) della stampa borghese mistificatrice, asservita a precisi interessi di classe e di gruppi di potere”

Esauritasi questa esperienza, dà vita al periodico di ispirazione cattolica “Dialogo”, fondato assieme a un nutrito gruppo di intellettuali ragusani.

Nel ’69 conosce Vittorio Nisticò, direttore dell’”Ora” di Palermo, che apprezza subito le sue capacità giornalistiche. Da quel momento Giovanni comincia a fare il corrispondente da Ragusa scrivendo di tutto (costume, cultura, cronaca), ma appassionandosi soprattutto alle inchieste sui movimenti neofascisti che operano in Sicilia in quel periodo. “La collaborazione di Giovanni”, ricorda Franco Nicastro, ex-cronista dell’”Ora”, era molto apprezzata dal giornale. Spampinato era uno dei giovani più promettenti su cui il quotidiano aveva puntato”.

Poco dopo comincia a collaborare anche con “l’Unità”. Nel 71 si presenta come indipendente nelle liste del Partito comunista, ma non viene eletto. Alcuni mesi prima della sua morte decide di iscriversi al Pci, verso il quale terrà sempre un atteggiamento molto critico.

Un anno prima del suo assassinio, in un momento di particolare ispirazione, scrive la sua biografia. Questo è un brano:

 

L’estate del 52 la passammo a Beddio. Affittammo una casa, allora era campagna, le ultime case arrivavano in via Filippo Turati. Mio padre ogni tanto veniva dalla città con una piccola moto che gli prestavano (…). Sulla statale, allora, passavano poche auto. Si sentiva il rombo lontano del motore, e poi si vedevano arrivare, al centro della strada, sembravano velocissime col motore esasperato nel lungo rettilineo, le topolino, le giardinette, le 1100. Una volta stavano mettendo sotto me, o mio fratello: uno stridio disperato di freni e una grande paura. Qualche volta andavamo da dei contadini dall’altra parte della strada. C’era un campo di girasoli, e mangiavamo i semi ancora verdi. C’erano le mucche, e la sera facevano la ricotta, accendendo il fuoco con gli escrementi essiccati dei bovini. Il padrone di casa, o un suo figlio, era cacciatore. C’erano bei cani, ma molto seri. Un giorno legarono un cane in cortile, e stette lì forse per due giorni. Il cane ululava, si lamentava, era straziante. Ci dissero di non avvicinarci, aveva la rabbia. Poi lo abbatterono a fucilate. Ricordo l’odore della terra bagnata dagli acquazzoni estivi. Quell’odore mi inebriava (…) In terza, all’anziana maestra, si sostituì un maestro che parlava poco. Un giorno il maestro mi nominò capofila. Per una settimana o forse per un mese, dovevo controllare ogni mattina se i miei compagni avevano fatto i compiti, e se avevano le mani e le orecchie pulite. I bambini si raccomandarono tutti a me, che ero stupito e insieme orgoglioso dell’incarico. Dovevo entrare in carica l’indomani. Ma quello stesso giorno il maestro mi interrogò in grammatica, e mi chiese i verbi. Io parlai confusamente di “passato terremoto”, tutti risero, e il maestro mi tolse la carica di capo fila (…). Avevo solo i nonni di San Michele di Ganzaria, austeri, a cui solo noi, io e Alberto, fra i nipoti, davamo del tu. Mai un regalo, mai un pensiero affettuoso verso di noi. I miei compagni di scuola parlavano di strenne favolose, diecimila lire i nonni, cinque gli zii. Io arrivavo in genere a 800 lire, e non le spendevo.

 

Osservatore acuto della realtà siciliana (soprattutto ragusana e siracusana), Giovanni Spampinato ne diventa in poco tempo la coscienza critica. Fin dall’inizio della sua attività giornalistica, si distingue per le grandi inchieste sugli intrecci esistenti in Sicilia orientale fra neofascismo, agenti dei colonnelli greci, contrabbando di armi e droga.

A pochi mesi dal tentato golpe di Junio Valerio Borghese, scopre che il “principe nero”, proprio in Sicilia, può contare su alcuni saldi punti di riferimento che si annidano all’interno dei gruppi neofascisti. Del resto, per preparare l’azione eversiva, Borghese proprio nel catanese ha installato un grosso campo di addestramento per i giovani della destra. Spampinato ritiene che il golpe sia collegato con la strage milanese di piazza Fontana e con l’attentato all’Altare alla Patria di Roma, commessi quasi contemporaneamente. Nella primavera del 1971 scrive su  “L’opposizione di sinistra”: “Quello che è legittimo chiedersi è chi avrebbe eseguito in periferia il disegno eversivo, chi collaborava nell’elaborazione e nell’esecuzione dei piani, chi erano insomma i complici del “principe nero”. Poi, dall’analisi di carattere generale, si sofferma sulla situazione siciliana:

 

Per limitarci alla sola Sicilia orientale, un panorama estremamente interessante si offre a chi si vuol fare un’idea del neofascismo locale e dei metodi e dei fini che si propone (…) Dirige il gruppo un certo Sandro Bertolani, amico intimo di Stefano Galati, il quale è dirigente dei Volontari del Msi, l’organizzazione paramilitare “ufficiale” del Movimento Sociale (altri squadristi sono inquadrati nella Associazione Paracadutisti, e nella squadra di rugby Amatori Catania). Il galati nell’estate del ’69 accoltellò uno studente di sinistra ma fece pochi giorni di carcere; ha partecipato a innumerevoli azioni squadristiche anche fuori dall’isola, tanto da essere spesso citato come “valente camerata” dalla stampa fascista e da ricevere un premio del “Soccorso tricolore”. Stefano Galati, detto “Dente d’oro”, sparisce dalla militanza attiva dopo il dicembre ’69: è indicato come l’esecutore materiale dell’attentato all’Altare della Patria, e quindi direttamente implicato nella strage di Stato. Il teste che lo riconobbe e ne parlò con la polizia, un giovane capellone tedesco, ha avuto una “strana” sorte: ora è in un ospedale psichiatrico (…).Stefano “Dente d’oro” non è mai stato interrogato in merito agli attentati. Un altro personaggio, il cui nome è stato fatto in relazione alla strage di Stato è Glauco Reale, di Siracusa (…) già appartenente a Ordine nuovo, ora dirigente giovanile e consigliere provinciale del Msi. Il Reale partecipò, nell’estate del ’69, alla “gita” in Grecia offerta dai colonnelli ai loro più fedeli camerati italiani. Ma i contatti con la Grecia non sono episodici né casuali. Giuseppe Spadaio, ancgh’egli proveniente da Ordine Nuovo e adesso consigliere comunale e membro del Consiglio Nazionale del Msi, è molto amico di un ricchissimo operatore economico greco, presente da molti anni a Siracusa, e implicato in tutta una serie di attività tanto lucrose quanto poco pulite, dalla speculazione edilizia alla provocazione politica. Xenophon Mephalopoulos – questo il nome del nababbo ellenico _ è molto legato al regime dei colonnelli (si dice sia il console di Grecia in Sicilia), e avrebbe “ispirato” la conversione politica di notevoli personaggi, migrati improvvisamente da un partito all’altro (…). L’operazione permise l’approvazione di un Piano regolatore che mise la città in mano agli speculatori edilizi; il Mephalopoulos è uno dei principali azionisti della SAIA (società Azionaria Immobiliare Aretusea), principale beneficiaria della speculazione. Inoltre, la Dc si spostò a destra, e il Msi divenne più disponibile ad azioni squadristiche contro studenti e lavoratori.

 

Giovanni Spampinato scopre che il magnate greco, grazie alla sua florida posizione economica, è uno dei più generosi finanziatori dell’eversione nera in Sicilia. Prosegue il giornalista:

 

Nelle acque siciliane si svolge un intenso contrabbando di sigarette. Le navi si dice che sbarchino anche cariche di armi. Sembra che tali sbarchi siano avvenuti un po’ dappertutto nella costa: uno fu segnalato a Noto, mentre si sa che nel ragusano esponenti fascisti invitano i loro camerati ad acquistare pistole, che sembra forniscano essi stessi. Le navi vengono dalla Grecia, e i “sigarettari” sono in genere uomini di estrema destra. Gli utili sono ingentissimi. Tra l’altro, si tratta di una comoda fonte di finanziamento, in cui non ci sarebbe meraviglia se si scoprisse che sono implicati gli amici dei colonnelli (…). A Bellolampo (vicino Palermo),lo scorso anno, dei fascisti furono sorpresi ad esercitarsi con dei mitra; quattro furono arrestati. Ma le esercitazioni paramilitari non avvengono solo presso Palermo. A Barcellona, in provincia di Messina, sembra si siano esercitati dei fascisti che sono stati impegnati a Reggio Calabria. Altre esercitazioni, con la copertura di campeggi o gite organizzate da enti o associazioni varie, si svolgono un po’ dappertutto. 

 

Nelle righe successive, Giovanni si sofferma su un particolare che risulterà fondamentale per capire il resto di questa storia: “A Siracusa opera un gruppo archeologico diretto da un certo Efisio Pitone, già appartenente ad Ordine Nuovo; il gruppo è pieno di fascisti, ed ha parecchi soldi. Svolge campagne di scavo, e campeggi. Da Siracusa parte una forte corrente di materiale archeologico di contrabbando: un commercio che rende bene. Sempre per rimanere a Siracusa, i contatti con la Grecia sono frequenti, tanto che si parlò di gemellaggio fra Atene e Siracusa (sotto gli auspici dell’immancabile Mephalopoulos). Il sindaco democristiano Giuliano si è recato per due volte nel giro di pochi mesi in Grecia, cercando di non dare troppa pubblicità alla notizia”.

La “gita” in Grecia, cui Spampinato fa riferimento, viene organizzata, secondo quanto scrive nelle righe successive, dal neofascista Mario Merlino, uomo molto vicino a Stefano Delle Chiaie e implicato nella strage di piazza Fontana.

La Sicilia, quindi, come teatro della strategia della tensione. La Sicilia come punto nevralgico nel Mediterraneo. In Grecia in quel momento ci sono i colonnelli, in Spagna il generalissimo Franco, in Portogallo Slazar: tutti e tre finanziano i progetti eversivi della destra italiana. Contemporaneamente a Malta, Dom Mintoff caccia le basi americane e lo stesso fa Gheddafi in Libia. La Sicilia, a quel punto, diviene il punto strategico più importante del Mediterraneo nell’ambito della Guerra fredda. “Già a quel tempo Giovanni sospettava un collegamento fra gli ambienti eversivi dell’estrema destra e i servizi segreti”, dice il giornalista Franco Nicastro.

In un articolo apparso sull’”Ora” (10 marzo 1971) scritto “a quattro mani” con Liborio Termine, Spampinato riporta un documento, datato 1 marzo 1971 e trasmesso per vie riservate alle Federazioni siciliane del Msi dal vicesegretario nazionale Tullio Abelli: “Quante persone disciplinate possono essere spostate? Nell’ambito della regione, delle regioni vicine, sul piano nazionale? Con quali mezzi di trasporto possono avvenire gli spostamenti?”

E’ il momento in cui Kosta Plevris, l’uomo del servizio segreto ellenico, incaricato dal suo governo di occuparsi della “questione italiana”, frequenta assiduamente il nostro Paese. Plevris è indicato come l’ideatore della “strategia della tensione” che nel 67 ha portato i colonnelli a fare il colpo di Stato in Grecia. Secondo quanto lui stesso dichiara ai giornali dell’epoca, in Italia ha dei contatti con Stefano Delle Chiaie, Mario Merlino, Pino Rauti e Giulio Maceratini. Ma vediamo cosa scrive Spampinato nei mesi successivi:

 

Una novità, in provincia, la comparsa delle SAM, perseguibili per legge già per il solo nome (Squadre di Azione Mussolini): organizzazioni paramilitari nate per aggredire, per uccidere (…). Non fanno mistero di essere armati, mostrano i tirapugni, perfino le pistole (…). Intorno stanno contrabbandieri di sigarette e trafficanti di droga. Personaggi oscuri, che vivono in bilico fra il lecito e l’illecito, che maneggiano molti soldi (…).Gli appartenenti alle SAM, raggruppati in piccole squadre, hanno partecipato a corsi paramilitari. Alcuni sono stati impiegati in azioni squadristiche a Catania, a Reggio Calabria … I primi due mesi del 1970 videro esibirsi i neofascisti iblei in una frenetica attività di aggressioni e provocazioni. Erano recenti le tragiche esplosioni di piazza Fontana e dell’Altare alla Patria (…). Il 4 gennaio, in piazza Diana, a Comiso, i fascisti sfilano in formazione militare, in camicia nera, con i gagliardetti, scandendo slogan apologetici del fascismo e cantando canzoni fasciste. La polizia non ritenne di intervenire né denunciare il fatto (…). Nel 1971, durante un comizio a Pozzallo, l’on. Missino Salvatore Cilìa, dopo aver generosamente definito “falliti, cornuti, ladri, pederasti, ignoranti” tutti gli esponenti locali e nazionali del Pci, e dopo avere avvertito il maresciallo dei carabinieri “di stare attento”, perché lui, (il Cilia) aveva degli “amici nella Legione”, dichiarò: “La prossima volta verrò a Pozzallo con cento persone armate di mitra e allora il carabiniere lo farò io”.

 

Fin qui alcuni articoli del giornalista ragusano sugli strani movimenti dell’estrema destra che si verificano nella Sicilia orientale fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta. Ma per capire come inizia a morire Giovanni Spampinato, bisogna raccontare un delitto al quale l’assassinio del cronista è indissolubilmente legato.

 

Sabato 26 febbraio 1972, intorno alle 13,30, dopo una notte di pioggia, una contadina scopre in contrada “Ciarberi”, un luogo impervio distante circa dodici chilometri dal capoluogo, il cadavere di un uomo. E’ quello dell’ingegnere Angelo Tumino, residente a Ragusa, con un figlio a carico, Marco, avuto in seguito alla relazione con una giovane donna di Modica, trasferitasi da diversi anni a Roma.

A Ragusa viene definito un viveur. Una fama che l’ingegnere Tumino si è guadagnato nel ’61, quando a bordo della sua Spider sfreccia ogni giorno per la città con le attrici del film Divorzio all’italiana, che il regista Pietro Germi ambienta proprio nel ragusano.

Alle elezioni amministrative del ’60, candidatosi nelle liste del Movimento sociale italiano, viene eletto al Consiglio comunale, ma decade subito a causa di una lite pendente col Comune. Fascista da sempre, i suoi problemi finanziari cominciano quando costruisce illegalmente un palazzo nel centro storico di Modica. Da alcuni anni l’ingegnere non esercita la professione, essendosi dedicato al commercio di oggetti di antiquariato.

Contrapposti i giudizi dell’opinione pubblica ragusana sul suo conto: un brav’uomo che vive di espedienti, secondo il parere di alcuni;  un personaggio losco implicato in traffici di natura illecita, secondo altri. “Giovanni Spampinato”, ricorda Franco Nicastro, “sospettava che Tumino potesse essere direttamente coinvolto nelle trame dell’eversione nera di quegli anni: questo particolare me lo confidava spesso quando avevamo occasione di vederci”.

Quella mattina a “Ciarberi”, nel portamonete di Angelo Tumino vengono trovate trecentottantamila lire e i documenti di identità; le indagini accertano che nei giorni precedenti ha concluso un affare di quattro milioni. Un delitto indecifrabile, dato che a Ragusa l’ultimo morto ammazzato risale al lontano 1954.

In un rapporto che i carabinieri presentano all’autorità giudiziaria, viene spiegato che il movente è da ricercarsi nel torbido mondo del commercio di antiquariato; vengono anche fatti i nomi dei principali indiziati, ma quel rapporto sarà del tutto ignorato dai magistrati della Procura.

La perizia necroscopica stabilisce che l’ingegnere è stato ucciso venerdì 25 febbraio (il giorno prima del ritrovamento del cadavere) tra le 18,00 e le 19,00 con un colpo di pistola calibro 9 alla fronte sparato da distanza ravvicinata e dall’alto verso il basso, dopo essere stato colpito al capo un paio di volte con un oggetto contundente. Gli investigato9ri, dopo varie ricerche, non riescono a trovare il bossolo attraverso il quale possono stabilire le caratteristiche dell’arma con la quale la vittima è stata uccisa.

Le ipotesi formulate in quelle prime ore sono due: o l’omicidio è avvenuto in contrada “Ciarberi”, oppure in altro luogo e successivamente il cadavere è stato trasportato in quella trazzera di campagna. Ulteriori indagini saranno portate a escludere la prima e privilegiare la seconda ipotesi.

Domenica 27 febbraio (due giorni dopo l’omicidio), alle 4,30 del mattino, la Prinz Nsu di Tumino viene rinvenuta a Ragusa con uno sportello appena accostato e le chiavi attaccate al cruscotto. Tracce di sangue e di fango – che qualcuno ha cercato frettolosamente di cancellare con l’acqua – vengono notate sul pavimento e nella parte posteriore dell’auto.

Giovanni Spampinato segue la vicenda con grande passione. Il 29 febbraio 1972 fa un incredibile “scoop”. Titola “L’Ora”: “Sotto torchio il figlio di un magistrato”. Nell’articolo si legge: “Le indagini dei carabinieri proseguono sotto la direzione del procuratore della Repubblica, dott. Puglisi, e del suo sostituto dott. Fera, che ieri fino a tarda sera hanno interrogato alcune decine di persone fra cui il figlio di un magistrato di Ragusa, su cui si appuntano molti sospetti”. Il giornale palermitano – l’unico a dare questa notizia – così prosegue: “Il fatto che sia stato posto sotto sequestro il materiale d’antiquariato acquistato dall’ing. Tumino lascia supporre che i sospetti degli inquirenti si siano accentrati nel mondo dei trafficanti d’oggetti  d’arte, di cui il Tumino era divenuto assiduo frequentatore (…) Ma queste al momento, ripetiamo, sono solo congetture. Il fatto certo è che gli investigatori interrogano soprattutto gli amici dello scomparso, e uno di questi è stato tenuto sotto torchio per molte ore”.

Il figlio del magistrato al quale Spampinato fa riferimento è Roberto Campria, trent’anni, geometra, impiegato presso la Provincia di Ragusa, figlio del presidente del tribunale Saverio Campria. Fidanzato da tre anni con la bella Emilia C., figlia di un noto avvocato ragusano, Roberto da qualche tempo fa progetti di matrimonio. Afferma di essere amico di Tumino perché intende “arredare il futuro appartamento con dei pezzi antichi”.

Ha un’altra passione il giovane Campria: quella delle armi. Armi moderne e funzionali, che egli detiene in casa con la tolleranza dei genitori. Scrive di lui Mario Genco su “L’Ora”: “Per il concorso alla Provincia al quale partecipò il figlio del presidente del tribunale, furono commesse delle scorrettezze nei riguardi degli altri concorrenti fatti ritirare con sottili pressioni. Rimasto solo, Campria-figlio vinse il concorso e venne destinato all’ufficio di Igiene mentale”. Ma questa è un’altra storia.

Roberto Campria da più parti è considerato molto vicino agli ambienti neofascisti. Una circostanza che lui ha sempre negato. Franco Nicastro, che per il giornale “L’Ora” si è occupato approfonditamente del caso, afferma: “Su Roberto Campria rimase un alone negativo per la facilità con la quale egli intratteneva rapporti con ambienti poco raccomandabili sia della destra eversiva che dei trafficanti di opere d’arte”.

Benché in quell’articolo Spampinato non ne citi il nome, Campria due giorni dopo si fa intervistare dal quotidiano catanese “La Sicilia” (il giornale più diffuso nella parte orientale dell’isola) confermando indirettamente che “il figlio del magistrato” di cui parla “L’Ora” è proprio lui: “Il giovane Campria”, si legge, “visibilmente amareggiato per alcune congetture formulate sul suo conto, ci ha detto: “Ho appreso da alcuni giornali che nel buio profondo nel quale brancolano carabinieri e magistratura, alla ricerca disperata della soluzione del caso Tumino, l’unico punto lumisono sembra costituito dal fatto di essere io, allo stato, il maggiore indiziato dell’omicidio. Inutile dire quanto sia rimasto sconcertato … Sono disgustato dal pensiero che qualche mente malata possa aver fatto certe congetture, lesive per la mia dignità”. Da quel momento “La Sicilia”, nei servizi sul delitto Tumino, ignora il nome di Campria per oltre sette mesi esso ricompare solamente il 28 ottobre, data in cui sulle prime pagine di tutti i giornali compare la notizia dell’uccisione di Spampinato.

In quei giorni Giovanni scrive al fratello Alberto, all’epoca studente universitario a Pisa: “Ieri ha telefonato la moglie del giudice Campria, se l’è presa con la mamma (io non c’ero) perché su “l’Unità” e su “L’Ora” si diceva che era stato interrogato il figlio di un magistrato”. Poi, soffermandosi sui giornali locali, aggiunge: “Qui la stampa è un’associazione di omertà controllata. Ieri papà mi ha fatto la predica, dicendo che mi espongo troppo, che nessuno si espone quanto me e che poi queste cose non le apprezzano, non le capiscono (…). Papà fa spesso di questi discorsi, in un certo senso ha ragione, non vale la pena farsi inimicizie. Ma se non si fa neanche questo, scrivere quello che succede e dare così il proprio contributo politico, che si fa?”.

Nei giorni successivi, Roberto Campria va nuovamente all’attacco, sporgendo querela contro il giornalista e contro “L’Ora”. Il 18 aprile – giorno fissato per l’udienza – non si presenta al processo. Spampinato e il giornale vengono assolti, il figlio del magistrato paga le spese processuali.

 

Intanto nella Sicilia orientale si verificano altri fatti che, secondo il cronista ragusano, “sono collegati da una sapiente regia”. L’8 marzo 1972 sulla prima pagina dell’”Ora” viene pubblicata una notizia incredibile: “Cosa ha fatto a Ragusa il fascista Delle Chiaie? Testimonianze sulla sua missione organizzativa in Sicilia”. A pagina 3 c’è un’inchiesta di Giovanni Spampinato così intitolata: “Delle Chiaie a Ragusa. Ecco chi l’ha visto”.

Stefano Delle Chiaie, aderente al gruppo neonazista di Ordine Nuovo di Pino Rauti, inteso il “Caccola” per via della bassa statura, ricercato dal 25 luglio del ‘70 perché fortemente sospettato di essere uno degli autori della strage di piazza Fontana, viene notato a Ragusa nei primi giorni del ‘72. Cosa ci fa uno dei massimi esponenti dell’eversione nera nel capoluogo ibleo ? Ecco cosa scrive Giovanni Spampinato: “La data in cui il latitante avrebbe fatto la sua “apparizione” in città è da fissarsi nei giorni della seconda decade del gennaio scorso. Sarebbe stato visto per circa tre giorni nel bar dell’albergo Mediterraneo di Ragusa. Di averlo visto sono sicuri un gruppo di giovani della Federazione giovanile socialista. A dare forza al discorso dei giovani di Ragusa ci sono le segnalazioni dei gruppi anarchici di Reggio Calabria e di Cosenza, i quali affermano che Delle Chiaie è stato visto in quella città nei primi giorni di febbraio. Insomma, sembra si sia trattato di un ampio “giro” che il latitante fascista ha potuto compiere indisturbato in diverse città del Mezzogiorno. E, a quanto pare, non ha nemmeno ricorso a mascheramenti e stratagemmi di sorta per “ritoccare” la sua fisionomia: a quanto pare, non ha timore che possa essere “incastrato” dai tutori dell’ordine”.

Nello stesso servizio, Spampinato si sofferma su altre figure molto importanti del neofascismo in Sicilia, fra cui quella di Vittorio Quintavalle, sul quale si soffermerà successivamente a proposito del delitto Tumino: “Al Mediterraneo”, scrive il cronista dell’”Ora”, “sarebbe stato visto il mazziere Stefano Galati, detto “Dente d’oro”. Negli ultimi due mesi, a più riprese, vi ha preso alloggio il signor Vittorio Quintavalle con moglie e figli: romano, ex “Decima Mas”, conosciuto come fascista e fedelissimo del “golpista” Junio Valerio Borghese (…). Secondo le dichiarazioni fatteci, è lui che avrebbe preso il caffé con Stefano Delle  Chiaie”. Dai resoconti di Spampinato si evince che, nei primi mesi del ‘72, i grandi strateghi nazionali dell’eversione nera si incontrano a Ragusa con i referenti del neofascismo locale. Delle Chiaie in un’intervista rilasciata molti anni dopo alla “Gazzetta del Sud” smentisce decisamente.

Il 14 marzo 1972 una bomba ad alto potenziale scoppia nella sede della Cgil di Siracusa. La città aretusea vive un periodo molto caldo a causa degli scioperi degli edili e dei metalmeccanici che protestano da giorni per i tagli occupazionali decisi dalla Montedison. “L’Ora” invia Spampinato nei luoghi dello sciopero: “La Sicilia sud orientale (…)”, scrive il cronista, “gioca un ruolo non secondario nella strategia della tensione”. La notte del 3 Aprile, nel ragusano, scoppiano quasi contemporaneamente tre ordigni.

Il 5 aprile Giovanni Spampinato spedisce una lettera di fuoco alla Federazione del Partito comunista italiano, raccontando l’incontro fra Delle Chiaie, Quintavalle e il deputato del Movimento sociale italiano Salvatore Cilìa. Per la prima volta il giornalista inquadra l’omicidio Tumino in un contesto politico ben definito: “In merito al delitto Tumino, si impongono alcune considerazioni, prima fra tutte quella che da oltre 5 settimane dal crimine le indagini, condotte dai carabinieri per conto del procuratore della Repubblica, sono insabbiate (…) Ancora oggi pesano gravi sospetti su Roberto Campria, figlio del giudice. Le indagini sono state condotte in una maniera strana. La stampa, dopo la prima settimana, ha taciuto. L’on. Cilìa  è in relazione con Valerio Borghese almeno dal 1954, quando Borghese firmò una dedica al libro di Cilìa Non si parte (“A te, valoroso Combattente, ieri con le armi, oggi con la penna”): A cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta, Cilìa era vicinissimo ad operazioni estremistiche di destra come Ordine Nuovo”

Nell’ambito della stessa lettera, Spampinato fa riferimento all’ordigno fatto esplodere nella sezione della Cgil di Siracusa che “solo per un caso non ha provocato una strage”. In merito a questo attentato, “la polizia ha immediatamente diretto le indagini sul gruppo di Lotta continua, nonostante l’opinione pubblica fosse concorde nel denunciare la matrice fascista”. Non è un caso, secondo Spampinato, che è stata scelta Siracusa “dove più forti sono le lotte sindacali” come sede per due attentati. Lo scopo, scrive il giornalista, “è quello di preparare l’opinione pubblica ad addossare la responsabilità agli edili disoccupati, che in quei giorni avevano anche occupato il Comune. La tecnica dello scaricamento delle responsabilità rivela, a mio avviso, la presenza della mano sapiente di Delle Chiaie. La squadra politica della Polizia ha messo anche a Ragusa in giro la voce che fra gli anarchici ci sono provocatori dinamitardi”.

E poi alcune importanti rivelazioni: “Venerdì 31 marzo a Siracusa, ad un dibattito organizzato dagli extraparlamentari del Soccorso Rosso a cui mi ero recato (…) ho visto un individuo che mi sembrava di conoscere, nonostante l’elegantissimo vestito blu, l’aria distinta e seria. L’ho osservato da lontano per qualche minuto, ed infine si è allontanato. Più tardi, quando stavo andando via per tornare a Ragusa, ho visto lo stesso individuo, stavolta con un vestito più dimesso che ben conoscevo, correre verso un cellulare della polizia che stava partendo da una traversa a  qualche centinaio di metri dal locale in cui s’era tenuto il dibattito: era l’agente della squadra politica di Ragusa, Nicotra. La polizia, tra l’altro, era a conoscenza del mio spostamento a Siracusa, essendomi inequivocabilmente accorto, per un inconveniente tecnico, che mentre parlavo con Siracusa, essendomi inequivocabilmente accorto, per una inconveniente tecnico, che mentre parlavo con Siracusa il mio telefono era controllato. Ciò potrebbe significare che si stia costruendo non so quale provocazione sulla mia persona, dato che negli ultimi tempi sono venuto a conoscenza di fatti gravi, e forse si sospetta che sappia molto di più di quanto non dica”.

Che tipo di “provocazione” si sta preparando contro Spampinato? Chi la sta architettando?

Da febbraio ad aprile, il giornalista non torna sull’omicidio Tumino. Continua però a seguire i movimenti neofascisti in Sicilia: “ L’uno novembre 1971, “L’Aretuseo” giornale fascista di Siracusa, pubblica un appello della neonata “Associazione Nazionale Arditi d’Italia”. Vi si spiega che dell’associazione possono far parte tutti coloro che hanno fatto il servizio militare, “in tempo di pace e in tempo di guerra”, e si elencano fra gli altri “paracadutisti, Mas, camicie nere, arditi, quadri delle bande, volontari della guerra di Spagna …” Inoltre possono aderire le forze dell’ordine in servizio (e questo è un reato nel reato che nessuno ha denunciato). Il trafiletto conclude sostenendo che “i giovani di tutte le età che hanno compiuto il servizio militare nei corpi speciali di arditismo è bene che si preparino a ben servire la patria imparando tutte le specialità d’armi … “ L’indirizzo degli “Arditi” è corso Gelone 72: la sede della Federazione del Movimento sociale italiano. In pratica, il Msi chiama apertamente a raccolta la borghesia per formare organizzazioni paramilitari (…). A qualche giorno dalla notizia, una ragazza, fidanzata con un esponente del Msi, racconta candidamente di essersi allenata a sparare con carabina e revolver contro sagome umane, e che si preparano in molti, perché “sono tempi duri””. E ancora: “Bisognerebbe indagare su quella serie di traffici illeciti che passano per la provincia di Siracusa (…) e che sembra abbiano un punto di riferimento in Grecia”.

 

L’attualità delle inchieste di Giovanni Spampinato trova conferma oltre vent’anni dopo grazie alla declassificazione degli archivi della Cia decisa nel 1995 dal presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton. Nei documenti del Central Intelligence Agency è contenuto, fra l’altro, l’interrogatorio di un certo Cucchiara, ex-componente delle “Decima Mas”, il quale a proposito dell’origine della formazione clandestina Gladio, dice: “La Decima Mas” doveva creare un’organizzazione centralizzata ma estesa in tutta Italia, con il principale scopo di combattere particolarmente il comunismo, per appoggiare un partito politico di centro o di destra (…). Il capo del movimento era il capitano Rossi della “Decima Mas”, ma suppongo che il leader era il principe Valerio Borghese”.

Nell’inchiesta del giudice veneziano Felice Casson su Gladio ci sono elementi dai quali si evince che la struttura anticomunista operava in Sicilia fin dall’immediato dopoguerra ed era in collegamento con la mafia, la massoneria, i gruppi di estrema destra, e prendeva ordini dall’America.

Fin dal lontano 1956 il generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo, allora capo del Sifar, il servizio segreto militare, firmò con lo stato maggiore delle forze armate americane il piano Demagnetize: “L’obiettivo ultimo del piano”, si legge nel documento, “è quello di ridurre le forze dei partiti comunisti, le loro risorse materiali, la loro influenza nei governi italiani e francesi e in particolare nei sindacati, in modo da ridurre al massimo il pericolo che il comunismo possa trapiantarsi in Italia e in Francia, danneggiando gli interessi degli Stati Uniti nei due Paesi (…) La limitazione del potere dei comunisti in Italia e Francia è un obiettivo prioritario, e deve essere raggiunto con qualsiasi mezzo”.

In quegli stessi anni l’ambasciata americana di Roma stilò un elenco di oltre duemila italiani pronti a battersi in funzione anticomunista. Persone “capaci di uccidere, piazzare bombe e ordigni incendiari, fare propaganda”.

Nella primavera del ’72 Giovanni Spampinato torna a parlare di Delle Chiaie: “Il libro Strage di Stato documenta i buoni rapporti del “Caccola” con le autorità di Pubblica sicurezza. Ma la polizia di Ragusa non lo conosce, non ha mai avuto sue foto”. “Che significa la permanenza, che sembra sia durata parecchi giorni, del “Caccola” a Ragusa?”, si chiede il cronista.

“Nello stesso periodo”, prosegue, “un giovane sedicenne, Giulio Quintavalle, tenta una infiltrazione fra gli anarchici di Ragusa. Subito identificato, il giovane fascista viene allontanato. Il padre Vittorio, che ora dice di essere pittore, ora laureato in pedagogia, ora maestro di karaté, ora operatore economico e così via, e che vive da venti anni con tutta la famiglia a Roma (…) è intimo amico dell’on. Missino Cilìa. Molti sostengono d’aver visto insieme il terzetto Cilia-Delle Chiaie-Quintavalle. Cosa era venuto a fare a Ragusa il signor Quintavalle, e perché raccontava tante balle sul proprio conto? E perché dopo che “L’Ora” ha fatto il suo nome e quello di suo figlio insieme con quello di Delle Chiaie, è sparito dalla circolazione, non facendosi più vivo nonostante avesse affittato a Ragusa un appartamentino? La polizia, che lo definisce enigmaticamente “una guardia del corpo”, si è interessata alla sua persona”.

Spampinato si spinge oltre: “I carabinieri lo hanno interrogato immediatamente dopo la scoperta dell’assassinio dell’ing. Angelo Tumino e hanno a lungo perquisito il suo appartamento”. Nello stesso periodo” si legge ancora, “si parla con insistenza di un vasto giro di esplosivi e di armi, di esercitazioni di fuoco, di “qualcosa di grosso” che si preparerebbe per l’immediato futuro”.

Il 28 aprile 1972 – dopo due mesi di indagini – Spampinato torna sul delitto Tumino: “L’ing. Tumino era noto per la spregiudicatezza con cui conduceva gli affari (…). Una cosa è certa: poche persone, forse una sola, oltre ai parenti del morto, sapevano che sarebbe dovuto recarsi in quei giorni in quella località di campagna dove è stato ritrovato il suo corpo, per rilevare un mobile antico (..) Una coincidenza il fatto che il corpo sia stato ritrovato proprio lì (?)(…). Roberto Campria doveva tra l’altro spiegare come mai, subito dopo il ritrovamento del cadavere del Tumino, si trovasse a casa dell’ucciso, in compagnia degli figlio dell’ingegnere. Tumino e Campria erano molto amici, si frequentavano assiduamente, pare per rapporti d’affari”. E poi incalzante: “Ma perché fu ucciso l’ing. Tumino? Non certo per rapina (…). Chi lo ha ucciso doveva conoscerlo bene, doveva essere da lui considerato un amico. Difficilmente, dicono coloro che lo conoscevano, Tumino sarebbe ingenuamente caduto in una trappola tesa da sconosciuti”. Significativo il brano conclusivo: “In molti esprimono il dubbio che le cose (le indagini, n.d.a.) siano andate per le lunghe perché da qualche parte si cerca di coprire qualcuno in alto, che non deve essere colpito”.

Il 7 luglio 1972, il cronista scrive il penultimo servizio sul delitto di contrada “Ciarberi”: “Molte persone, una decina o forse più, hanno visto l’ing. Tumino in compagnia del suo assassino. Tutti descrivono il misterioso personaggio come un giovane di non più di trent’anni, con viso affilato, con gli occhiali, vestito di scuro”: Proprio l’identikit di Roberto Campria.

“Non dovrebbero esserci dubbi” sul fatto che quel “giovane sia stato l’assassino o uno degli assassini”, in quanto “il giovane aveva trascorso con Angelo Tumino tutta la giornata del 25 febbraio”. Se così non fosse, per quale motivo, si chiede Spampinato, “dovrebbe nascondere la propria identità?”.

In base a questa riflessione, il giornalista arguisce che l’assassino, quasi certamente, è la stessa persona che ha accompagnato Tumino il giorno del delitto. Chi è questo individuo? Giovanni ricostruisce minuziosamente l’intera vicenda, cerca nuovi testimoni, parla con i parenti di Tumino, con gli investigatori, con i contadini di “Ciarberi”, legge il referto dell’autopsia, e si domanda: “Ma Angelo Tumino fu ucciso nella trazzera di contrada Ciarberi? O vi fu portato già morto? I contadini dicono di avere sentito una macchina passare a grande velocità tra le 19 e le 20. Anzi, un uomo che procedeva a piedi, e la incrociò, per poco non fu travolto. Quando l’ignoto automobilista lo scorse, spense i fari, e procedette per un tratto alla cieca. Ma la sera, verso le 11, lo stesso rumore di un motore esasperato meravigliò gli abitanti del luogo. Il cadavere fu lasciato la prima o la seconda volta? Come mai il corpo appariva rivestito e sistemato con cura? Poteva un uomo solo spostare il cadavere dell’ingegnere, che pesava più di cento chili?”

Il volto di Tumino, secondo quanto scrive lo stesso Spampinato, viene trovato quasi sfigurato, tanto che il riconoscimento sarebbe avvenuto soltanto attraverso i documenti. Dopo la scoperta del cadavere, un contadino della zona che conosceva la vittima, “non volendo credere all’evidenza, telefonò a casa dell’ingegnere. Gli rispose il figlio Marco, di nove anni, che abitava solo col padre”. Bisogna precisare che al momento della telefonata, nessuno, tranne quei pochi braccianti di “Ciarberi”, è al corrente della notizia.

Marco infatti risponde tranquillamente al telefono e dice che la sera precedente il padre non è rientrato. Fatto strano, dato che ha promesso al figlio che sarebbe rincasato per cena. Nel corso della telefonata “il massaro” notò con meraviglia che a casa Tumino c’erano altre persone. Telefonò ai fratelli del povero professionista “ avvisandoli del fatto.

“La cognata di Tumino”, prosegue il giornalista, “a sua volta, telefonò al bambino. Le rispose una voce d’uomo. Meravigliata, la donna chiese: “Ma lei chi è?”. Era Roberto Campria. Il figlio del presidente del tribunale, che non seppe giustificare in maniera plausibile la sua presenza”. “sembra che stesse sistemando delle carte”, rivela Spampinato.

E poi: “La famiglia di Angelo Tumino si chiede ancora come mai il giovane Campria, quando seppe dal bambino che l’ingegnere non era rientrato la sera precedente, e che mancava da casa da 24 ore (circostanza insolita, perché il fatto di star solo col figlioletto lo obbligava a rientrare ad ogni costo) non si preoccupò di accertarsi se era successo qualcosa”.

Il cronista dell’”Ora” accerta che i testimoni, che poche ore prima del delitto hanno visto Tumino assieme al suo accompagnatore, sono un benzinaio presso cui l’ingegnere e l’amico “fecero rifornimento”, una vicina di casa, tale Elisa Ilea (di cui Spampinato nei suoi articoli non cita il nome) “che lo vide uscire nel primo pomeriggio”, e alcuni contadini. Il benzinaio, dopo quattro mesi di indagini, è stato messo a confronto con una sola persona e ha cambiato versione ben sette volte.

“La mattina” scrive Spampinato, “Tumino e il suo misterioso accompagnatore, che sedeva nel sedile posteriore della sua Prinz Nsu, dato che il sedile accanto al posto di guida era stato rimosso per ricavare un ampio planale di carico per il materiale di antiquariato (…) girarono a lungo per le campagne (…). Cercavano una casa in cui avrebbe dovuto trovarsi un vecchio mobile che Tumino aveva intenzione di rilevare. Ma sembra che il mobile non esista”. E allora, “chi aveva inventato quella che con ogni probabilità era solo una trappola mortale?”.

“Le indagini, a quattro mesi dal delitto, sono al punto di partenza (…). Le ipotesi che si erano fatte all’inizio sono cadute una dopo l’altra. Perché Roberto Campria si trovava a casa dell’ucciso? Perché rovistata l’appartamento cercando qualcosa? Perché chiese ai parenti di parlare solo col bambino, al quale disse anche “Se ti chiedono di papà, devi dire che è stato rapito”? Perché si muoveva come chi cerca un alibi, quando nessuno sospettava di lui”. Malgrado le pesanti ipotesi formulate da Spampinato, nessuna smentita ufficiale giunge alla testata palermitana da parte dei magistrati di Ragusa.

“Molti dicono”, prosegue Giovanni, “che presto verrà messo tutto a tacere, e definitivamente”.

Quindi un affondo lo riserva al presidente del tribunale: “A fugare preoccupazioni e dubbi non contribuiscono certo le notizie che si hanno sulla personalità dello stesso presidente del tribunale. Soprattutto negli ambienti giudiziari e forensi si ricorda l’impressione suscitata dalla lettura di una bozza di relazione della Commissione parlamentare antimafia”, quando Saverio Campria presiedeva il tribunale di Sciacca.

“Data questa situazione”, conclude Spampinato, “per fugare ogni dubbio e per ridare ai cittadini fiducia nella legge e nell’amministrazione della giustizia, non sarebbe forse opportuno trasferire le indagini ad una magistrato esterno al tribunale di Ragusa, possibilmente non siciliano?”.

Il 2 agosto, Roberto Campria rompe il silenzio che dura da oltre 5 mesi e convoca una  conferenza stampa nella sua abitazione. Alla riunione sono presenti i giornalisti Enzo e Vittorio Perrone, la moglie di quest’ultimo, Clementina Perrone, e Giovanni Spampinato. Il quale registra il contenuto di quell’incontro su un nastro magnetico e lo trascrive integralmente su ventotto cartelle. Se queste ventotto cartelle sono state trascritte fedelmente, si possono dedurre due cose: alcune contraddizioni in cui cade il figlio del magistrato, e i toni distesi fra Campria e Spampinato alla fine della conferenza stampa.

Vediamo sinteticamente cosa dice Campria nel corso di quell’incontro confrontandolo con ciò che è emerso negli anni successivi.

Domanda: “Da quanto tempo non vedeva Angelo Tumino?”.

Risposta: “Da sette o otto giorni”.

Viene ricostruito con certezza, come vedremo successivamente, che Roberto Campria si incontra con Tumino lo stesso pomeriggio del delitto.

Spampinato: “A te è stato chiesto dove eri il giorno in cui fu ucciso Tumino?”.

Campria: “Ero in ufficio. Poi di pomeriggio sono andato da un elettrotecnico, perché avendo acquistato un registratore un anno fa, avevo dimenticato come funzionava”.

Interrogato dagli inquirenti, l’elettrotecnico dichiara di non ricordare se quel pomeriggio Roberto Campria si è recato nel suo negozio, ma non lo esclude del tutto.

“Poi”, prosegue il giovane, “sono andato alla scuola di assistenza sociale”.

E la sera? Su questo punto – che è poi il più importante, dato che Tumino sarebbe stato ucciso fra le 18,00 e le 19,00 – il figlio del magistrato dice: “Ho trascorso tutta la serata con degli amici”. Dagli atti processuali emerge che dalle 16,30 alle 23,00 Campria dichiara di essere stato a casa della fidanzata per assistere al Festival di Sanremo.

Il racconto di Campria così prosegue: “Nel pomeriggio di sabato 26 febbraio mi recai a casa dell’ingegnere Tumino”. In quel momento, secondo quanto dichiara, non sa che il professionista è stato ucciso. Ma un amico (certo Alfieri), ripete testualmente agli inquirenti una frase che Roberto poco prima gli avrebbe pronunciato: “Sono preoccupato perché ho saputo che l’ingegnere questa notte non ha fatto ritorno a casa”: “Come faceva Campria a sapere che Tumino la notte precedente non si era ritirato a casa, se ancora nessuno (neppure i parenti) glielo aveva detto?”, scrive Franco Nicastro.

Ecco come il figlio del magistrato ricostruisce le ore successive: “Mentre mi ritrovavo nell’appartamento di Tumino venni a sapere che l’ingegnere aveva avuto un incidente stradale. Mi  recai in ospedale per chiedere notizie. Mi risposero: “Qui non c’è nessuno”. A quel punto “sono andato dai carabinieri ed ho chiesto notizie (…). Dopo avere aspettato parecchio, sono stato fatto entrare da un graduato ed è stato lui a dirmi che Tumino era morto, probabilmente assassinato”. Quindi “mi ha invitato a dare le prime delucidazioni e mi disse: “Se lo ritiene opportuno può aspettare il rientro del sostituto procuratore dott. Fera, per riferire”. Io ho ritenuto mio dovere (…) aspettare e riferire tutto quello che sapevo”.

Chiede il giornalista Enzo Perrone: “Si dice anche che lei sarebbe andato a casa Tumino, ma avrebbe anche rovistato certe carte”.

Risponde: “Nego nella maniera più assoluta di avere mai rovistato nelle carte dell’ingegner Tumino”.

Alla domanda posta da Vittorio Perrone, “Lei aveva la chiave dell’abitazione di Tumino?” il figlio del magistrato smentisce. Ma in una intervista rilasciata parecchio tempo dopo, afferma: “Quel sabato pomeriggio avevo appuntamento con Tumino. Io avevo le chiavi di casa sua e lo stavo aspettando perché quel pomeriggio dovevamo andare a prendere un armadio”.

L’incontro fra Campria e Spampinato si conclude in modo conciliante: “Se “L’Ora” ha scritto queste cose”, dice il giornalista, “non è stato certo per fare uno scandalo. Perché non ci sarebbe stato motivo né personale, in quanto (…) io non sapevo neppure chi era questo figlio del magistrato, né politico. E’ stato per amore di verità (…). Io penso che questo incontro sia stato molto utile perché credo che si sarebbe continuato nel sospetto (…). Ora comunque io vorrei sperare che non ci sia del risentimento nei miei confronti”.

<p class="MsoNormal" style="text-alig

Categorie:Libri Tag:
  1. 18 aprile 2007 a 22:36 | #1

    Avete per caso il testo integrale del rapporto Petri? Ho visto che cliccando sul link rapporto Petri dà pagina inesistente.
    Cordiali Saluti. Laura picchi

I commenti sono chiusi.