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Non salire su quell’aereo [di Maurizio Macaluso – Quarto Potere – 2 marzo 2007]

22 dicembre 2006

Un ex esponente dell'estrema destra rivela che il disastro di Montagna Longa fu opera di un gruppo di terroristi. Maria Eleonora Fais, sorella di una delle vittime, lo ha incontrato

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C'è un uomo che conosce la verità, che sa tutto su quella strage. Quella sera doveva essere sull'aereo schiantatosi sulle montagne di Palermo. Qualche minuto prima della partenza però qualcuno gli consigliò di non imbarcarsi. Il suo posto fu occupato da una giovane giornalista palermitana che stava tornando in Sicilia per fare visita ai suoi familiari. Si chiamava Angela Fais. Aveva ventisette
anni. La ritrovarono due giorni dopo il disastro. Gli occhi chiusi ed il volto bianco semicoperto dai lunghi capelli, il braccio sinistro e parte del corpo bruciati. Sua sorella, Maria Eleonora, si batte da trentacinque anni per ottenere giustizia. Ha raccolto prove ed ha scoperto che c'è una verità diversa da quella accertata dalle autorità.

"Su quell'aereo c'era una bomba", dice. "Si è trattato di un attentato ordito da servizi segreti deviati, estremisti di destra ed esponenti delle cosche della provincia di Trapani che intendevano destabilizzare il Paese".

Il 5 maggio del 1972 era una mite serata di primavera. A Palermo fervevano i preparativi per le elezioni politiche. Mancavano ormai meno di quarantotto ore all'appuntamento.
L'onorevole Giorgio Almirante era arrivato nel capoluogo per incontrare gli elettori. Nulla faceva presagire la tragedia che in pochi secondi avrebbe sconvolto la vita di tante famiglie. Alle 22,21 il pilota Roberto Bartoli informò la torre di controllo di Palermo di essere sulla verticale dell'aeroporto a cinquemila piedi e fu autorizzato ad atterrare. "Viro a destra sul mare, sotto vento, ed entro sulla 25 sinistra". Il DC8 sembrava procedere normalmente verso la pista. Tre minuti dopo l'ultimo contatto, però, l'aereo finì inspiegabilmente contro la montagna. L'impatto fu cruento.

Non vi fu nessun sopravvissuto. I sette membri dell'equipaggio ed i centotto passeggeri morirono nel disastro. Il giorno seguente un giornale inglese che dava notizia della tragedia parlò di un attentato mafioso. Le autorità italiane però si mostrarono sin dall'inizio poco propense a credere a quest'ipotesi. Il ministro dei trasporti Oscar Luigi Scalfaro nominò una commissione d'inchiesta per chiarire le cause del disastro. La commissione, guidata dal colonnello Francesco Lino, impiegò appena dodici giorni per stabilire che si era trattato di un tragico incidente. Nelle conclusioni si affermava che i piloti erano drogati. "Si trattava di una conclusione affrettata e totalmente infondata", dice Maria Eleonora Fais. I familiari di Angela Fais e del comandante Roberto Bartoli e di altre vittime si mobilitarono contestando apertamente le conclusioni della commissione d'inchiesta.

"Dall'autopsia effettuata sui corpi emerse chiaramente che i piloti non erano drogati", dice Maria Eleonora Fais. Intanto anche la magistratura indagava.
Anche i consulenti nominati dal giudice istruttore di Catania Sebastiano Cacciatore giunsero alle conclusioni di un errore del pilota. Secondo i professori Renato Vannutelli, Antonino La Rosa ed il comandante Francesco Barchitta, Roberto Bartoli aveva ritenuto erroneamente di trovarsi sulla verticale di Punta Raisi mentre in realtà era a circa quindici miglia dall'aeroporto, su Monte Gradara, dove da poco tempo il radiofaro era stato spostato.

Credendo di essere sul mare, aveva virato a destra finendo invece contro la montagna. "E' una conclusione che non sta in piedi", spiega Maria Eleonora Fais. "Roberto Bartoli era un bravo pilota. Aveva alle spalle oltre diecimila ore di volo. Aveva già effettuato altri atterraggi a Palermo dopo lo spostamento del radiofaro e quindi ne era a conoscenza. Non avrebbe mai potuto commettere un errore da principiante. Se i fatti fossero andati veramente così i pezzi del relitto dovevano posizionarsi in maniera diversa con un'angolazione di meno di settanta gradi rispetto alla cresta della montagna". Maria Eleonora Fais capì subito, leggendo gli atti dell'inchiesta, che c'era qualcosa che non quadrava. I medici legali avevano accertato che i corpi di alcuni passeggeri erano disintegrati. Il corpo del regista Francesco Indovina, morto nel disastro, non fu mai ritrovato. I soccorritori rinvennero solo la protesi dentaria ed un documento d'identità. Come aveva potuto disintegrarsi, si chiese Maria Eleonora Fais, se era morto a seguito dell'impatto?

Iniziò a sospettare che non si era trattato di un incidente e che qualcuno stesse tentando di occultare la verità. Leggendo ancora gli atti scoprì che due poliziotti, che percorrevano l'autostrada, videro l'aereo in fiamme. Uno dei due raccontò che, dopo avere udito un boato, guardò il cielo e vide una grande luce e l'aereo che perdeva progressivamente quota lasciando una scia di fuoco. Un pilota di linea, atterrato qualche ora prima a Punta Raisi, da un bar di Cinisi, sentendo il rumore dei motori in avaria, si precipitò fuori e vide il DC 8 in fiamme che si dirigeva verso la montagna. Anche il sergente Roberto Terrano, in servizio presso la torre di controllo dell'aeroporto di Palermo, riferì di avere visto l'aereo in fiamme ma successivamente ritrattò. "Capimmo che qualcuno stava tentando di affossare la verità", dice Maria Eleonora Fais. I familiari di Angela Fais e di altre sei vittime del disastro furono le uniche famiglie a costituirsi parte civile nel processo a carico del direttore dell'aeroporto e di due tecnici dell'aviazione civile chiamati a rispondere del disastro.

"Questa tragedia aveva sconvolto la vita di tante famiglie", spiega. "Tanti non avevano le possibilità economiche per affrontare il processo. Altri decisero invece di accontentarsi dei risarcimenti".

Il processo si concluse il 27 aprile del 1982 con l'assoluzione di tutti gli imputati. Per i giudici gli unici responsabili del disastro erano i piloti morti nell'impatto assieme al resto dell'equipaggio ed ai passeggeri. "Fu un processo vergognoso", spiega Maria Eleonora Fais. "Non ci fu concessa alcuna possibilità di esprimerci. Fummo costantemente interrotti e zittiti. Tutte le nostre controperizie furono puntualmente respinte dalla Corte. Per protestare decidemmo alla fine di ritirarci senza attendere i giudizi di secondo e terzo grado". Maria Eleonora Fais non era però disposta ad arrendersi. Era certa che vi era un'altra verità e sarebbe riuscita prima o poi a scoprirla. Tre anni dopo, leggendo un giornale, venne a conoscenza dell'esistenza di un rapporto nel quale si ipotizzava che l'aereo era stato fatto esplodere. Giuseppe Peri, dirigente della squadra mobile di Trapani, indagando su quattro sequestri di persona avvenuti nella provincia e nel settentrione, aveva scoperto che i rapimenti erano stati organizzati per fini eversivi da alcuni criminali di area neofascista con la collaborazione della delinquenza comune.

Mentre indagava sul percorso delle banconote pagate dai familiari di Luigi Corleo, suocero dell'esattore Nino Salvo, una vittima dei quattro sequestri, l'investigatore era venuto a conoscenza che Luigi Martinesi, esponente della frangia eversiva della destra pugliese, aveva deciso di pentirsi ed aveva iniziato a collaborare con la giustizia. Sulla scorta delle sue confessioni, raccolte dal giudice istruttore Morelli, l'investigatore trapanese scoprì il patto segreto tra mafia e terrorismo fascista, formulando la sua tesi sulla matrice dolosa di Montagna Longa. Secondo l'investigatore, doveva essere un'azione dimostrativa. L'attentatore, in possesso di carica esplosiva ad orologeria, avrebbe dovuto fare esplodere la bomba dopo lo sbarco dei passeggeri. L'obiettivo era di generare paura nell'opinione pubblica e destabilizzare il Paese alla vigilia delle elezioni politiche evitando la possibile apertura dei democristiani ai comunisti di Berlinguer. Un imprevisto fece però saltare i piani degli attentatori. Il pilota del DC 8, sorvolando Punta Raisi, diede la precedenza ad un aereo proveniente da Catania, ritardando di dieci minuti l'atterraggio. Un ritardo che fu fatale. Perché, si chiese Maria Eleonora Fais, quel rapporto non era tra gli atti dell'inchiesta? Gli inquirenti non erano forse a conoscenza della sua esistenza?

Scoprì con grande sorpresa che Giuseppe Peri aveva inviato il proprio rapporto al tribunale di Catania mentre era ancora in corso l'istruttoria. "Sono certa che il giudice istruttore Sebastiano Cacciatore lo ricevette", dice. "Non so perché inspiegabilmente decise di non inserirlo nel fascicolo. Noi non fummo mai messi a conoscenza dell'esistenza di questo importante documento che avrebbe potuto dare una svolta alle indagini". Dopo avere fatto questa scoperta, Maria Eleonora Fais decise di avviare delle ricerche per acquisire una copia del rapporto. Le ricerche si rivelarono però molto più complesse di quanto potesse immaginare. Trascorsero oltre dieci anni prima che riuscisse a ritrovarlo. "Nel 1992 conobbi, durante una manifestazione antimafia a Palermo, il procuratore di Marsala Paolo Borsellino", racconta. "Gli raccontai la mia storia e lui s'offrì d'aiutarmi".

Il rapporto fu ritrovato negli scaffali della Procura di Marsala dove era rimasto per tanto tempo nascosto sotto una coltre di polvere. Quando Maria Eleonora Fais si recò a ritirarlo gli fu risposto però che il procuratore intendeva prima vederlo e le fu chiesto di ritornare. Era la primavera del 1992. Il 23 maggio il giudice Giovanni Falcone morì in un attentato. Paolo Borsellino, profondamente segnato dall'improvvisa scomparsa, si chiuse in se stesso rifiutandosi per settimane di incontrare chiunque. Quando il 19 luglio una carica di esplosivo lo uccise Maria Eleonora Fais comprese che la verità s'allontanava. Dovette attendere altri cinque anni prima di riuscire ad entrare in possesso del rapporto. Il 4 agosto del 1997 riuscì finalmente ad ottenere dal procuratore di  Marsala Antonino Silvio Sciuto una copia dell'agognato documento.

"Fu egli stesso a consegnarmelo", dice. "Quando lo lessi rimasi fortemente emozionata. Scrissi immediatamente un'istanza con la quale chiesi la riapertura delle indagini ma la richiesta fu rigettata". Alcuni anni dopo scoprì che un ex esponente della destra estremista, che negli anni Settanta operava al fianco di Pierluigi Concutelli, viveva a Palermo. Decise d'incontrarlo. "Volevo parlare con quell'uomo", racconta. "Speravo che fosse disposto ad aiutarmi. All'insaputa di mio marito e dei miei familiari, feci delle ricerche e scoprii dove viveva. Lo chiamai al telefono da una cabina spacciandomi per un'impiegata degli uffici giudiziari. Gli dissi che i familiari di alcune vittime della sciagura erano intenzionati a fare riaprire le indagini e che ero stata incaricata di contattarlo. Mi disse di richiamarlo la settimana successiva e così feci. Accettò d'incontrarmi. Andai a trovarlo nel luogo in cui lavorava. Si dimostrò subito disponibile. Mi disse che aveva fatto parte di un gruppo dell'estrema destra che operava a Palermo. Mi raccontò che la sera del 5 maggio del 1972 doveva imbarcarsi sull'aereo. Prima della partenza era stato invitato però a desistere ed attendere il volo successivo. Mi spiegò che l'aereo era stato fatto esplodere e che Stefano Delle Chiaie  conosceva tutta la verità".

Quando sentì quel nome Maria Eleonora Fais sobbalzò dalla sedia.
Stefano Delle Chiaie, noto esponente della destra eversiva, era stato per anni il leader di Avanguardia Nazionale ed era stato coinvolto in gravi atti di terrorismo. Nel 1970 aveva partecipato al Golpe Borghese. Nella notte del 7 dicembre di quell'anno, comandava, infatti, l'unità che avrebbe dovuto occupare il Ministero dell'Interno. Era stato anche indagato per la strage di Piazza Fontana. Se lui era a conoscenza della verità certamente dietro a questa storia c'era l'opera di terroristi.

Maria Eleonora Fais si chiese però se poteva fidarsi di quell'uomo. Le aveva raccontato la verità o, forse, aveva tentato di depistarla? "Durante l'incontro mi aveva detto che nel 1974 lui ed i suoi compagni erano stati spinti a fare una rapina in un supermercato, in via Catania, a Palermo, erano stati colti in fragrante dalla polizia ed arrestati. Dopo che era finito in manette aveva capito che si era trattato di una trappola. Qualcuno, dopo averli usati, aveva deciso di liberarsi di loro. Quando tornai a casa feci delle verifiche ed accertai che realmente nel 1974 vi era stata una rapina in un supermercato in via Catania, a Palermo, ed i rapinatori erano stati colti in flagranza. Andai da un magistrato e gli raccontati tutto ciò che avevo scoperto. Mi disse di tornare da quell'uomo e di fargli firmare un foglio in cui chiedeva di essere interrogato. Quando glielo chiesi però si rifiutò. Mi disse che se lo avesse fatto sarebbe stato ucciso". Nella primavera del 2000 Maria Eleonora Fais presentò una nuova richiesta di riapertura delle indagini. Cinque mesi dopo anche questa istanza fu
inesorabilmente rigettata. Sono trascorsi altri sette anni e la verità è ancora lontana. Maria Eleonora Fais continua però ancora a sperare che un giorno qualche magistrato decida di riaprire l'inchiesta e faccia luce su questa vicenda. "Non posso accettare che ancora oggi si continui ad affossare la verità", dice. "Non mi arrenderò mai".

Maurizio Macaluso

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