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E se fosse stato un missile? [di Maurizio Macaluso – Quarto Potere – 9 marzo 2007]

22 dicembre 2006

Nuovi particolari sulle clamorose rivelazioni dell'estremista di destra che ha parlato del disastro aereo di Montagna Longa puntando il dito su alcuni ex compagni della lotta armata

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L'aereo fu abbattuto. Una bomba o, forse, un missile sparato da terra, uno di quelli del tipo Stingher, un'arma micidiale capace di abbattere caccia ed elicotteri da guerra, facilmente manovrabile da un solo uomo. E' questo lo scenario apocalittico descritto da un ex estremista di destra. L'uomo, ex compagno di Pierluigi Concutelli, che oggi vive a Palermo, ha rivelato che il Dc 8 schiantatosi la sera del 5 maggio del 1972 sulle montagne del capoluogo siciliano sarebbe stato fatto esplodere da terroristi. Negli anni Settanta operava in Sicilia un gruppo di estremisti capeggiati da Pierluigi Concutelli, leader dell'eversione fascista, che era stato incaricato di compiere una serie di stragi ed omicidi con l'obiettivo di destabilizzare il Paese. Il gruppo, che avrebbe avuto una sede vicino il teatro Politeama, nel centro di Palermo, era dotato di armi sofisticate e di campi paramilitari. Nel 1974 la polizia fece irruzione in un vecchio edificio, alla periferia di Erice, in cui era stata segnalata da una fonte confidenziale la presenza di terroristi.

Quando gli agenti arrivarono, Pierluigi Concutelli ed i suoi uomini erano già andati via. Nel corso del blitz furono rinvenute tracce della presenza dei terroristi e dell'attività compiuta nel campo. Sui muri del casolare erano disegnati bersagli circolari. A terra furono ritrovati numerosi bossoli e valvole di radio rotte. In un angolo fu rinvenuta una catena che era stata utilizzata per issare su un albero una lunga antenna radio. Un altro campo paramilitare fu scoperto a Menfi, in provincia di Agrigento. Attività eversive sarebberostate effettuate anche presso l'aeroporto militare Boccadifalco di Palermo. Secondo l'estremista, l'obiettivo dell'organizzazione era di riuscire a destabilizzare il Paese ed assumerne il controllo.

Il piano fu rivelato da un terrorista di estrema destra, Luigi Martinesi, che dopo essere finito in manette nel 1975 nell'ambito dell'indagine sul sequestro del banchiere Luigi Mariano, decise di collaborare rivelando tutti i retroscena del rapimento. Raccontò che, durante una riunione a Roma, era stato deciso di effettuare quattro sequestri di persona. I proventi sarebbero stati impiegati per finanziare l'attività dei gruppi estremisti. Le vittime, precisò Luigi Martinesi, erano state scelte dagli stessi promotori sull'identità dei quali si rifiutò di rispondere. Il 13 gennaio del 1975 un commando rapì a Lainate, in provincia di Milano,  l'industriale Egidio Perfetti, titolare di un'importante azienda dolciaria con un fatturato annuo di svariati miliari di lire. I rapitori chiesero un riscatto di sette miliardi. L'imprenditore fu rilasciato il 23 gennaio dopo il pagamento di due miliardi.

Il primo luglio del 1975 l'avvocato Nicola Campisi, docente della facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Palermo, fu sequestrato mentre viaggiava al volante della sua auto in direzione di Sciacca. Ai familiari giunse una richiesta di riscatto di due miliardi lire. Il docente fu liberato l'11 agosto dopo il pagamento di settecento milioni. Il 17 luglio un commando sequestrò l'esattore Luigi Corleo. Il rapimento destò grande scalpore. Luigi Corleo era un personaggio potente. Assieme ai cinque fratelli gestiva un patrimonio miliardario accumulato in decenni di gestione delle esattorie e con i ricavi provenienti dalle attività delle aziende agricole della famiglia. Il genero, Nino Salvo, personaggio discusso per i suoi rapporti con la mafia,  interpellato dai giornalisti, escluse che il rapimento potesse avere delle motivazioni di carattere politico. "Mio suocero non si è mai occupato di politica".

I rapitori chiesero il pagamento di un riscatto di venti miliardi di lire. Luigi Corleo, sofferente di coliche e privo di un rene, non fece mai ritorno a casa. Il 23 luglio del 1975 fu sequestrato a Gallipoli il banchiere Luigi Mariano. I rapitori chiesero un riscatto di due miliardi di lire. Luigi Mariano fece ritorno a casa il 9 settembre dopo il pagamento di duecentottanta milioni. Giuseppe Peri, funzionario di polizia che indagava sul rapimento di Luigi Corleo, prendendo spunto dalle dichiarazioni di Luigi Martinesi, ipotizzò che i quattro sequestri fossero stati realizzati dal gruppo capeggiato da Pierluigi Concutelli "per fini eversivi di autofinanziamento della criminalità politica di area neofascista con la collaborazione della delinquenza comune". Il 22 agosto del 1977 l'investigatore inviò all'autorità giudiziaria un rapporto esplosivo in cui venivano indicati i nomi di esponenti dell'estrema destra e personaggi mafiosi che sarebbero stati coinvolti nella strategia della tensione.

Trentaquattro pagine in cui avanzava l'ipotesi che un gruppo capeggiato dal terrorista Pierluigi Concutelli avesse agito indisturbato con la complicità della mafia rendendosi responsabile di orrendi crimini finalizzati a destabilizzare il Paese. "E' esistita ed esiste – scrisse – una potente organizzazione dedita alla consumazione di sequestri di persona con richiesta di riscatto di diversi miliardi per fini eversivi i cui promotori, mandanti dei sequestri, vanno ricercati negli ambienti politici delle trame nere ed in ambienti insospettabili. Oltre alla consumazione dei sequestri è stata realizzata anche la cosiddetta strategia della tensione con stragi ed omicidi di persone rappresentative tra i quali quello in danno del sostituto procuratore Vittorio Occorsio, atti a creare, criminosamente, lo scontento generale, il caos che sarebbe dovuto giovare al pronunciamento dei cospiratori".

L'investigatore ipotizzò che le telefonate pervenute ai familiari di Luigi Corleo durante i giorni delle febbrili trattative erano state effettuate da Pierluigi Concutelli. L'estremista di destra era stato in Sicilia negli anni in cui erano stati commessi i sequestri ed altri crimini. Nel novembre del 1976 una fonte confidenziale aveva segnalato la sua presenza nelle campagne di Salemi. La stessa zona in cui, il 17 luglio del 1975, erano state rinvenute abbandonate due delle auto adoperate dai rapitori di Luigi Corleo. "Si può affermare che movimenti di estrema destra, a carattere rivoluzionario – scrisse Giuseppe Peri – si siano serviti per realizzare sequestri di persona di organizzazioni mafiose operanti nelle zone teatro degli stessi sequestri. Le organizzazioni mafiose si sono servite di pericolosi pregiudicati di sicuro affidamento e scelti soprattutto in loco perché conoscitori delle innumerevoli strade interpoderali da percorrere con sicurezza nella fuga con il sequestrato, come nei sequestri Campisi e Corleo, e perché più mascherabile l'avvicendamento nei turni di vigilanza al sequestrato. Essendo i pregiudicati prescelti di alcuna estrazione politica degna di considerazione, sarebbe riuscito del tutto impossibile agli inquirenti risalire allo scopo politico del sequestro finalizzato al finanziamento di gruppi eversivi mandanti".

"Che tale potente organizzazione mafiosa perseguisse indirettamente dei fini che esulano dal mero conseguimento del prezzo del riscatto – affermò Giuseppe Peri in un altro passo del suo rapporto – è dimostrato dalla dichiarazione resa dal Campisi Nicola dopo la sua liberazione e cioè che ricevuta, dopo due giorni dalla sua cattura, la visita, nel cunicolo ove veniva tenuto segregato, di tre individui incappucciati, di cui uno con accento romano e l'altro con accento settentrionale, costoro gli avevano precisato di non essere dei comuni delinquenti ma che agivano per delle finalità non meglio precisate".

"Che le trame eversive nere, costituite da organizzazioni  anti-parlamentari, abbiano avuto a capo persone insospettabili riunitesi, secondo la dichiarazione di Martinesi Luigi a Roma nei primi mesi del 1975 per programmare quattro sequestri di persona avvalendosi della delinquenza comune e mafiosa – prosegì Giuseppe Peri – è dimostrato dalla specie di materiale rinvenuto e sequestrato nell'abitazione del Concutelli Luigi nell'atto del suo arresto". Nell'abitazione dell'estremista furono rinvenuti dalla polizia cariche di tritolo, bombe a mano, vari rotoli di miccia, detonatori, interruttori per comando a distanza di cariche esplosive, numerose pistole, due mitragliatrici, un moschetto e centinaia di cartucce. Nel corso del blitz furono ritrovati anche due manuali sull'impiego degli esplosivi editi dallo Stato Maggiore dell'Esercito, due tesserini in bianco del Ministero della Difesa, passaporti e patenti false. "Le armi e le munizioni militari ed i trattati sugli usi degli esplosivi,  usciti da ambienti militari non si sa come, trovati in possesso del Concutelli – scrisse Giuseppe Peri – denunziano chiaramente che la matrice dei promotori dell'organizzazione va ricercata in ambienti insospettabili. E tale organizzazione non ha disdegnato, come dimostrato, di servirsi delle potenti organizzazioni mafiose siciliane e calabresi,
commettendo dei sequestri di persona per realizzare i suoi fini di autofinanziamento. Soltanto una circostanza fortuita agli inquirenti di Lecce ha rivelato la complessità dell'organizzazione criminosa"
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Luigi Martinesi era stato sorpreso al volante della sua auto mentre trasportava indumenti personali del banchiere Luigi Mariano. Sottoposto ad un lungo ed estenuante interrogatorio, aveva deciso di collaborare e di rivelare i piani della banda. "Di fronte a prove concrete di responsabilità – scrisse Giuseppe Peri – Luigi Martinesi ha fornito particolari non immaginabili della stessa organizzazione che agiva finalizzando i delitti commessi a scopi politici. Ed agendo su campo nazionale, in regioni diverse, difficile e quasi impossibile sarebbe stato trovare collegamenti tra i vari gravi delitti, cioè tra i vari sequestri di persona, dal momento che,  normalmente, le indagini vengono ristrette nell'ambito della stessa provincia ove vengono consumati. E se si riesce raramente a provare la responsabilità di alcuni individui locali o a trovare indizi a loro carico si rimane, purtroppo, nella cerchia degli esecutori materiali".

Giuseppe Peri indicò nel proprio rapporto trentuno nomi di persone coinvolte a vario titolo nei quattro sequestri. "Gli elementi di responsabilità raccolti a carico dei denunciati su ogni delitto di cui in rubrica e sulla loro associazione a delinquere – scrisse il funzionario di polizia – sono le risultanze di un obiettivo esame dei vari fenomeni criminosi. I responsabili dei sequestri in questione non meritano alcuna attenuante. Il Perfetti Egidio, per tutti i giorni della sua prigionia, è stato tenuto in una piccola nicchia legato, con la possibilità di uscire il capo da un foro ricavato in una tavola che fungeva da porta. E' stato tenuto sepolto vivo! E del Corleo nessuna notizia. O è morto per collasso, data l'età avanzata, o è stato cinicamente ucciso affinché, una volta rimesso in libertà, non rivelasse elementi utili per l'identificazione dei suoi rapitori. Non è stata data nemmeno la umana possibilità ai figli di averne la salma per tributare la giusta cristiana pietà. Si ha a che fare con belve umane. A chi avrebbero giovato i diversi miliardi ricavati o da ricavare dai sequestri di persona in esame? Ad individui non identificati, mandanti dietro le quinte, non degni nemmeno di alcuna attenuante perché avrebbero voluto, con l'instaurazione violenta di una forma di governo, togliere agli Italiani il sommo dei beni: la libertà, con messi di lotta basati sulla viltà di crimini infamanti e che grondano ancora di sangue. E questi criminali non sanno che la libertà è un valore eterno, una prerogativa dello spirito che non si estingue, che si rigenera perché, là dove si sopprime si fa violenza alla stessa natura umana che ne tollera, soltanto per un breve tempo, le mutilazioni, le disarmonie".

Indagando sui quattro rapimenti, Giuseppe Peri arrivò ad ipotizzare che anche alcune stragi ed omicidi che avevano insanguinato negli anni Settanta la Sicilia occidentale erano opera del gruppo capeggiato da Pierluigi Concutelli. Una strategia della tensione iniziata con l'omicidio del procuratore della Repubblica Pietro Scaglione, assassinato il 5 maggio del 1971 a Palermo assieme all'autista  Antonino Lo Russo, e proseguita con altri crimini. Un anno dopo quell'agguato, un aereo di linea precipitò mentre stava atterrando presso l'aeroporto di Punta Raisi. Sette membri dell'equipaggio e centotto passeggeri persero la vita nel disastro. Le indagini erano ancora in corso. Gli inquirenti avevano scartato la pista dell'attentato propendendo per un errore dei piloti.

Giuseppe Peri però formulò un'ipotesi contrastante: "Non è convincente per lo scrivente – affermò il funzionario di polizia – che sia un caso fortuito che proprio il 5 maggio del 1971 e del 1972 si verifichino rispettivamente un grave duplice omicidio per discreditare l'Autorità dello Stato ed un disastro aereo che getta nel lutto e nell'angoscia numerose famiglie generando giudizi perplessi sulla causa. Ci si pone il dilemma: attentato o disgrazia causata da improvviso guasto? L'ipotesi dell'attentato è corroborata da circostanze obiettive".

L'ipotesi era stata formulata, alcuni giorni dopo il disastro, da un componente della commissione ministeriale incaricata di fare luce sulla vicenda. Il comandante Ferretti aveva avanzato il sospetto di una esplosione nella carlinga a seguito di un incendio provocato da un missile lanciato da terra. Il sospetto era stato però liquidato e l'inchiesta ministeriale si era chiusa alla chetichella dopo appena quindici giorni di lavoro. Secondo Giuseppe Peri, l'attentatore era a bordo dell'aereo. La bomba avrebbe dovuto esplodere dopo lo sbarco dei passeggeri ma un imprevisto avrebbe fatto saltare i piani provocando la morte dello stesso attentatore. "In caso di avarie di strumenti di bordo – scrive il funzionario di polizia – il pilota avrebbe avuto anche dei secondi di tempo per segnalarle a terra al personale di assistenza al volo della torre di controllo e ne sarebbe rimasta traccia nella scatola nera. Invece nulla è stato detto dal pilota perché l'improvvisa deflagrazione non gli ha dato il tempo di farlo. E' da aggiungere che, essendosi verificato un evento diverso da quello voluto con la strage di oltre cento persone, logicamente nessuna trama eversiva l'avrebbe rivendicato ed anche perché, trattandosi di vittime innocenti, non avrebbe conseguito consensi per discreditare lo Stato alla vigilia delle elezioni, anzi avrebbe conseguito una condanna generale".

Il rapporto di Giuseppe Peri non fu ben accolto dai suoi superiori che ritennero le conclusioni dell'investigatore farneticanti. Il 22 novembre del 1977 un settimanale locale pubblicò ampi stralci del documento. Giuseppe Peri, visibilmente contrariato, denunciò la vicenda all'autorità giudiziaria. Il primo luglio del 1978 fu trasferito d'autorità alla questura di Messina per una missione. Giuseppe Peri ritenne che qualcuno stava tentando di distoglierlo dalle indagini vanificando anni di duro lavoro. Rifiutò il trasferimento entrando in polemica con il procuratore generale di Palermo. Il 29 luglio successivo fu trasferito alla questura di Palermo. Trascorse gli ultimi quaranta mesi della brillante carriera in un anonimo ufficio escluso da qualunque tipo d'indagine. Il primo gennaio del 1982 fu stroncato da un infarto. Le indagini sul sequestro di Luigi Corleo hanno imboccato intanto un'altra pista. Negli anni Novanta alcuni pentiti hanno rivelato che il rapimento fu effettuato dalla mafia trapanese nell'ambito di una strategia del clan dei corleonesi volta a lanciare messaggi ai colletti bianchi contigui all'organizzazione, rei di avere sgarrato o di non avere rispettato determinati patti d'onore.

Anche l'indagine sul disastro aereo ha imboccato una pista diversa. Nessuno ha voluto credere all'ipotesi di un attentato terroristico. Ventitrè anni dopo però un estremista di destra, interpellato da Maria Eleonora Fais, sorella di una dei centotto passeggeri morti nel disastro, ha rivelato che l'aereo sarebbe stato abbattuto da terroristi ed ha sostenuto che l'ex estremista Stefano Delle Chiaie è a conoscenza di tutti i particolari. Forse una bomba piazzata prima del decollo da Roma, forse un missile lanciato da terra qualche minuto prima dell'atterraggio. L'ex estremista nero non è stato mai ascoltato dai magistrati. Trent'anni dopo tutti i sospetti avanzati da Giuseppe Peri restano in piedi.

Maurizio Macaluso

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