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Giovanni Spampinato [Tratto da “Gli Insabbiati” di Luciano Mirone] 2° parte

19 dicembre 2006

Dunque, poche ore prima del delitto, il presidente del tribunale e la moglie vengono visti in compagnia dell’ingegnere Tumino per imprecisati motivi. Una circostanza alquanto singolare. A che titolo si trovano insieme? Si tratta di un incontro occasionale o di un’amicizia che dura da tempo? Qual è il ruolo svolto dal figlio Roberto nell’ambito di questo rapporto? Tutto viene sotterrato dal silenzio. Sull’omicidio di contrada “Ciarberi” continua a indagare il tribunale di Ragusa, il cui presidente è coinvolto nell’inchiesta.

La circostanza salta fuori soltanto quattro anni dopo (1976) – quando ormai Saverio Campria è stato trasferito alla Corte d’Appello di Roma e il figlio sta scontando la pena per l’assassinio di Giovanni Spampinato – nel corso di un processo per falsa testimonianza celebrato presso la pretura di Ragusa contro Roberto Campria e Giovanni Cutrone. Chi è Giovanni Cutrone?

Pregiudicato per truffa, emissione di assegni a vuoto e diserzione, secondo alcuni organi di informazione, Cutrone è legato agli ambienti eversivi della destra laziale. Originario di Chiaramente Gulfi, in provincia di Ragusa, dove ha fondato l’Uomo Qualunque, un movimento vicino alla destra più reazionaria, dopo aver trascorso alcuni anni a Roma, torna al paese natio dandosi al commercio di antiquariato. Le cronache lo descrivono come un individuo losco e spregiudicato, abituato a presentarsi sotto i falsi nomi di Bruno o di Campise. Amico dell’ing. Tumino, con lui gira spesso la Sicilia per acquistare oggetti antichi. Dagli investigatori viene descritto così: “Alto circa un metro e ottanta, sui cinquant’anni, brizzolato”.

Secondo i  magistrati ragusani che nel ‘72 indagano sul delitto di contrada “Ciarberi”, il pomeriggio del 25 febbraio, sia Cutrone che Campria trascorrono del tempo con Angelo Tumino. Ma i due hanno sempre negato. Interrogato dopo una settimana dall’omicidio, l’antiquario di Chiaramente Gulfi afferma di essere stato sì con l’ingegnere, ma soltanto il giorno precedente, quando con lui si è recato a Piazza Armerina e a Pietraperzia per incontrare dei commercianti di anticaglie. Gli inquirenti scoprono che ha mentito quando interrogano Vita Brullo, la sua donna, la quale afferma di aver sentito che Cutrone intorno alle 13,00 del 25 febbraio “rimase d’accordo col Tumino per telefono di andarlo a trovare nel pomeriggio e che alle 15-15,30 uscì da casa espressamente per questo motivo”.

Dopo l’interrogatorio, Cutrone sparisce facendo perdere le sue tracce. Viene arrestato a Modena nel febbraio dell’anno successivo, soltanto dopo l’assassinio di Spampinato: interrogato nuovamente, nega ancora, ma non riesce a spiegare cosa ha fatto il pomeriggio del 25 febbraio. I magistrati della Procura di Ragusa lo rinviano a giudizio assieme a Campria per falsa testimonianza.

Ecco come il pretore Vincenzo Occhipinti ricostruisce le ore che precedono il delitto: alle 12,10 del 25 febbraio – si badi bene: pochi minuti dopo l’incontro fra l’ingegnere e i coniugi Campria – “il Tumino si trovava a girare con la propria vettura verso la contrada Mangiapane (…) in compagnia di una persona i cui caratteri fisici (non alto, magro, con gli occhiali, sui 30-35 anni) descritti dai contadini (…) corrispondono a quelli del figlio del presidente del Tribunale. Un contadino vero le 12,30 sentì il più giovane dire all’ingegnere: “Angelo, si è fatto tardi, torniamo nel pomeriggio”.

“Nel pomeriggio” prosegue il magistrato “alle 15 o poco dopo, il Tumino uscì di casa assieme a Campria e ad un’altra persona e si diresse verso la macchina posteggiata nelle vicinanze. La teste Elisa Ilea, vicina di casa, li vide dal balcone mentre raccoglieva i panni, preoccupata per l’annuvolarsi del cielo, e vide Marco che salutava il Campria e questo, dalla strada, che si volgeva per ricambiare il saluto”.

Dunque, secondo il pretore, gli uomini che il pomeriggio del 25 febbraio escono dalla casa dell’ingegnere sono tre: Angelo Tumino, Roberto Campria e un terzo che il dottor Occhipinti – sulla scorta delle diverse testimonianze – identifica nella persona di Giovanni Cutrone.

Alle 15,30 l’ingegnere torna in campagna. Secondo la ricostruzione del magistrato, non ci va con due ma con un solo individuo, lo stesso che l’ha accompagnato la mattina. Ma per Occhipinti non si tratta di Campria: “Di fronte alle descrizioni concordanti dei contadini i quali, a parole, sembrano aver fatto il ritratto a Campria, si pongono, come elementi di contrasto, il fatto che l’uno dei due chiamava per nome l’ingegnere (mentre non sembra che il Campria gli desse abitualmente del tu), ed il fatto che il colore del soprabito del giovane sconosciuto, così come indicato da un contadino, non corrisponde al colore dell’impermeabile che l’imputato indossava certamente nell’uscire dalla casa del Tumino.

In virtù di questi due elementi (l’uso del “tu” e il colore dell’impermeabile) il pretore di Ragusa esclude che Campria possa essere il misterioso uomo che il pomeriggio del 25 febbraio accompagna Tumino nelle contrade del ragusano. Ma c’è in quest’ultimo brano un controsenso che va evidenziato. Infatti, come si è visto, Occhipinti scrive: “L’uno dei due” chiamava per nome l’ingegnere” “L’uno dei due”. La frase sottintende che Tumino nei minuti che precedono il suo assassinio – contrariamente a quanto asserito nel resto della sentenza – non si trova con una sola persona, ma con due. Probabilmente una svista del pretore. Certamente l’ennesima contraddizione giudiziaria che caratterizza questa vicenda.

“Non si sa” prosegue Occhipinti, “Quanto durò la loro seconda gita; ma è certo che il Tumino ne ritornò vivo, se fra le 17 e le 18 potè attraversare la piazza San Giovanni”, come risulta dalla dichiarazione di un testimone.

Resta da capire perché Roberto Campria e Giovanni Cutrone negano ostinatamente di essere usciti assieme a Tumino dall’abitazione di quest’ultimo poche ore prima dell’omicidio, e cosa hanno da nascondere.

“A questo punto”,si legge nella sentenza, “rimane da chiedersi per quali motivi i due imputati hanno deposto il falso. La preoccupazione di estraniarsi dal Tumino e, con esso, dal sospetto di un omicidio, è evidente per entrambi; ma soprattutto per il Cutrone, il quale, a differenza del Campria, non è coperto da alcun alibi in relazione all’ora in cui il professionista fu ucciso”.

“Dagli atti processuali”, prosegue Occhipinti, “traspare, tuttavia, lo sforzo reciproco degli imputati di estraniarsi l’un l’altro, fino a negare una conoscenza che, dati gli strettissimi rapporti da entrambi allacciati con il Tumino, doveva invece essere intensa (..) Si ha la netta impressione che, più che col Tumino, i due imputati abbiano tenuto a nascondere di essersi incontrati fra loro”.

Alla fine, il pretore Occhipinti condanna Giovanni Cutrone a un anno e tre mesi; Campria a un anno, concedendo le attenuanti generiche. In Cassazione la pena inflitta al figlio del magistrato viene annullata.

Torniamo alle ore successive al delitto Tumino, La sera del 26 febbraio, a Scoglitti, un piccolo centro di mare a pochi chilometri da Ragusa, si verifica un’altra incredibile coincidenza: due individui sospetti vengono pedinati dal finanziere Francesco Fasanella nei pressi del bar Mediterraneo. Il militare li segue e annota che i due si trovano a bordo di una “Prinz Nsu di colore avana chiaro, targata Rg 46266”. In una distinta segnalazione, un altro finanziere, Emanuele Colonna, fornisce la stessa versione dei fatti, confermando per iscritto chela marca dell’automobile, il colore, e il numero di targa sono gli stessi di quelli rilevati dal collega. Dalle successive indagini, si stabilisce che quella macchina appartiene ad Angelo Tumino. Secondo il rapporto dei finanzieri, una delle due persone che viaggia a bordo della Prinz Nsu e l’ex “Decima Mas” Vittorio Quintavalle.

Eppure l’istruttoria del dottor Angelo Ventura, esclude questa ipotesi: “Le dichiarazioni rese alle Guardie di Finanza Fasanella Francesco e Colonna Emanuele”, scrive il giudice istruttore, “in un primo momento sembravano avere assunto particolare rilevanza. Da esse, infatti, sembrava certa la circostanza che l’autovettura del defunto fosse stata vista la sera del 26 febbraio a Scoglitti, cioè il giorno successivo al delitto e quando ancora si facevano ricerche per il ritrovamento, con a bordo due individui che dalla descrizione di una di esse si pensava raffigurare il Quintavalle Vittorio, Successivamente veniva accertato che la vettura non era quella del defunto e che le sue persone erano identificabili in due individui del luogo, certi Pentola Giuseppe e Pentola Francesco”.

Per il dottor Ventura si tratta di una banale negligenza dei due finanzieri. Possibile che i militari si siano inventati il nome di Vittorio Quintavalle, e perfino il numero di targa? Per Ventura non solo è possibile, è certo.

Quintavalle fornisce un alibi, dice di aver conosciuto Tumino soltanto quindici giorni prima, e sparisce dalla circolazione. Nessuno lo cerca, nessuno gli chiede che tipo di rapporto ha instaurato con la vittima, nessuno gli domanda perché dodici giorni prima del delitto si trova assieme a Tumino presso un restauratore di Modica.

Eppure viene accertato cha la Prinz Nsu dell’ingegnere, dopo essere stata rifornita di carburante intorno alle 18,30 del 25 febbraio, ha percorso molti chilometri. Gli inquirenti infatti, rinvenuta l’auto, trovano il serbatoio quasi vuoto. Delle due l’una: o Tumino poco prima di essere ucciso ha macinato tanti chilometri – e questo sembra improbabile dalle 18,30 alle 19,00 – oppure dopo la sua morte qualcuno si è impossessato della sua macchina e ha girato follemente per cause imprecisate, parcheggiando l’auto, diverse ore dopo, davanti all’abitazione del professionista, e cercando di ripulirla dal sangue della vittima. Particolari, questi, che si intrecciano perfettamente con la ricostruzione fatta da Spampinato.

Soltanto dopo la morte del giornalista, il sostituto procuratore Agostino Fera dirà alla stampa: “Non abbiamo potuto mettere Quintavalle a confronto con il benzinaio che ha visto Tumino con altre due persone la sera del 25 febbraio perché quando avremmo dovuto farlo ha fatto perdere le sue tracce”. Il sostituto Fera, oltre ad ammettere candidamente una “disattenzione” del genere, parla anche lui di “due persone” – altra strana coincidenza – cha accompagnano Tumino la sera del delitto. Roberto Campria dichiara ai giudici di “non conoscere alcuna persona identificata come Quintavalle Vittorio” e il mistero rimane insoluto.

Non si sa perché Quintavalle sparisce, non si sa perché il rapporto degli agenti della Guardia di Finanza è stato smentito in maniera così clamorosa dal giudice istruttore, non si sa se ad accompagnare Tumino la sera del delitto sono davvero due uomini o uno soltanto. Quando la verità sembra vicina, una cortina fumogena la nasconde fino a farla scomparire del tutto.

Il fatto certo è che Quintavalle e Cutrone, perni fondamentali di questa vicenda (assieme a Campria) dopo essere stati interrogati, tagliano la corda e si rendono irreperibili.

Ma cerchiamo di approfondire altri aspetti importanti. Il 4 aprile 1972, dopo tre anni di fidanzamento, Emilia C. decide di interrompere bruscamente il fidanzamento con  Roberto Campria. Il 16 aprile parte improvvisamente alla volta di Roma. L’interruzione del rapporto avviene dopo trentanove giorni dal delitto Tumino, quando a Ragusa tutti sanno del coinvolgimento del giovane Campria nell’omicidio. Non sappiamo quale sia l’intensità amorosa che pervade questo rapporto, ma è certo che Emilia lascia Roberto nel momento in cui buona parte della città sospetta di lui. Appare strano che la famiglia C. soprattutto la ragazza – gli unici a sapere se veramente Roberto Campria la sera del delitto è stato a casa loro ad assistere al festival di Sanrermo – non prendano una decisa posizione di difesa del giovane dal momento in cui egli resta coinvolto nel delitto Tumino.

L’avvocato Giovanni C., padre di Emilia, dichiara al “Giornale di Sicilia””:”Mia figlia non se la sentiva più di restare legata ad un uomo sospettato di omicidio. Mi disse: “Papà, che vita sarebbe la mia se un giorno cominciassi a sospettarlo anch’io?”. L’ex suocero di Campria usa parole pesanti. Se infatti per l’opinione pubblica ragusana il “sospetto” nei confronti di Roberto sembra alquanto giustificabile – visti i guai nei quali il figlio del presidente si è cacciato nel contesto del caso Tumino – non altrettanto può dirsi per Emilia e per la sua famiglia, che confermano l’alibi di Roberto. Di cosa dovrebbe “sospettare” la ragazza se la sera in cui viene ucciso Tumino il suo fidanzato si trova assieme a lei? Ai magistrati, l’avvocato C. dichiara: “Mia figlia partì da Ragusa dietro mio consiglio perché il Campria insisteva per riprendere il fidanzamento, e anche due giorni prima della partenza telefonò a mia figlia, a lungo”.

Passano alcuni mesi. Dopo la conferenza stampa del 2 agosto 1972, Roberto Campria cerca in tutti i modi l’amicizia di Spampinato, lo chiama la telefono, fa di tutto per incontralo, gli dimostra molta disponibilità a parlare del delitto Tumino. “Gli telefonava continuamente”, dice la madre di Giovanni “cercava ogni scusa pur di incontrarlo”. “Alla fine di agosto”, prosegue il padre, “facemmo una gita. Giovanni con noi si confidava poco, eppure lo vedevamo preoccupato”.

La giornalista Clementina Perrone, nell’ottobre del ’72 riporta sulla “Gazzetta del Sud” una confidenza fattale dallo stesso Spampinato: “Dopo avermi querelato per diffamazione a mezzo stampa, ora Campria mi è diventato amico, mi colma di gentilezze, di cortesie, e mi confida tanti particolari sulla sua vita che mi lasciano perplesso”. Contemporaneamente, secondo Giorgio Chessari, ex-deputato regionale del Pci, Roberto cerca di iscriversi alla Federazione del Partito Comunista: “I fatti mi portavano a ritenere che Campria realizzava un disegno preciso, premeditato”, dice Chessari: “L’iscrizione alla Federazione gli serviva per familiarizzare con Spampinato e per cercare una copertura dal Pci”.

Perché Campria cerca l’amicizia di Giovanni?

Dice ancora Clementina Perrone: “Io ho sempre creduto e credo ancora che Roberto Campria abbia fin dal priomo momento nascosto qualcosa. Lui custodisce ancor oggi un segreto nel quale forse sta la spiegazione di tutto. La pubblica opinione lo indicò subito come l’omicida di Tumino. Io non credo che abbia ucciso Tumino. Ma ha sempre nascosto qualcosa”.

Secondo il parere di molte persone che hanno vissuto direttamente la vicenda, Campria viveva col terrore che il giornalista dell’”Ora” potesse scoprire qualcosa di inconfessabile. Uno stato d’animo apparentemente ingiustificato, considerata la buona fede dimostrata da Spampinato nell’ultimo articolo. Invece la paura del giovane Campria – che nel giro di pochi mesi perde diciotto chili – galoppa come un vacillo imbizzarrito.

Spampinato sta al gioco, con la malcelata speranza di riuscire a strappargli i segreti sul delitto Tumino, dei quali lo ritiene depositario. Prosegue Clementina Perrone: “In quel periodo era Campria a cercare Spampinato al quale faceva le confidenze più strane. Giovanni veniva spesso a trovarsi. A Cava D’Aliga si era più volte incontrato con me, con Vittorio e con Enzo Perrone. Ricordo che, un giorno di settembre, Giovanni si disse preoccupato per le confidenze che gli faceva Campria, confidenze, a volte, le più strane, che riguardavano anche la sua vita privata. Gli consigliammo di essere prudente. Enzo, in particolare, disse a Giovanni di non accettare mai appuntamenti in posti isolati con Roberto Campria. Che andava in giro armato (…). Sicuramente Campria si era fatto scappare qualcosa (…). Quando avrà capito che Giovanni era deciso ad andare per la sua strada, alla ricerca della verità lo ha eliminato”. Poi conclude con questa amara riflessione: “Evidentemente doveva proteggere qualcuno o qualcosa più importanti degli anni della sua vita che sarebbe andato a trascorrere in prigione. Chi doveva proteggere? Resterà un mistero. Tuttavia raccogliendo i tanti tasselli di questa storia, non è difficile farsi un’idea.

 

All’Inizio di settembre del ’72, Roberto affitta un vecchio magazzino. “All’atto della locazione”, dice Maria Arestia, proprietaria dell’immobile, “gli consegnai una chiave antica, ma il Campria, vedendo quella chiave grossa, mi disse che non la voleva”. Avrebbe pensato lui a cambiare la serratura. Cosa che fa in tempi molto rapidi, tenendo la nuova chiave senza darne copia alla padrona di casa. Qualche giorno dopo deposita nel magazzino una barca a motore, e poi “provvede a produrre una fessura nella porta stessa” che sarebbe servita per ricevere eventuale posta. “infatti”, prosegue la proprietaria, “sopra la fessura ho notato il suo cognome e nome con targhettina di carta”.

Da quel momento Campria trasferisce la sua residenza ufficiale in via Fiume, anche se in realtà continua a vivere con i genitori in via Matteotti. Non si è mai saputo il motivo di quella decisione, ma è certo che quel nuovo locale gli serva come base logistica per le operazioni più losche. In quel magazzino porta delle armi, alcuni appunti sul delitto Tumino, e una lettera proveniente dalla Grecia, della quale non è mai stato specificato né il mittente né il contenuto. Altre armi (una pistola Beretta e due fucili con matricola abrasa) si trovano ben custoditi nell’appartamento di via Matteotti. Un arsenale di discrete dimensioni che Roberto Campria divide tra via Fiume e via Matteotti.

Il 15 Settembre, nel corso di un incontro a Siracusa, Giovanni Spampinato confida all’avvocato palermitano Salvo Riela di aver ricevuto delle pesanti minacce dal suo futuro assassino.

Alla fine del mese, il giornalista si reca dal padre di Emilia per verificare l’alibi di Roberto: “Verso la fine di Settembre o ai primi di Ottobre del ‘72” dice l’avvocato ai magistrati, “Giovanni Spampinato mi disse anche che il Campria temeva che io non confermassi l’alibi da lui prodotto per il delitto Tumino (…). Anche tale Carbone Aldo mi disse che il Campria temeva che io non deponessi circa la sua presenza in casa mia la sera in cui era stato ucciso il Tumino”.

Roberto sente che la situazione sta precipitando. Il 7 ottobre, presso un’armeria di Caltagirone, acquista una rivoltella Smith & Wesson e una pistola Herm Luger. Scrivono i magistrati di secondo grado: “Sono due armi, non una, in modo da potere agire con entrambe a tiro incrociato contemporaneo (…). Sono appositamente di tipo diverso, in modo da potere sfruttare contemporaneamente i vantaggi della rivoltella (cioè la certezza di non incepparsi) e della pistola (un maggior numero di colpi)”.

Due giorni dopo, pur essendo sprovvisto di porto di pistola, Campria avvisa la questura di Ragusa dell’acquisto effettuato. Non accade nulla, malgrado i sospetti che si appuntano su di lui relativamente al delitto Tumino. La denuncia della questura contro Campria per detenzione illegale di armi viene presentata soltanto il giorno successivo all’assassinio di Spampinato.

Il 21 ottobre il figlio del magistrato, in quel momento sospettato per il delitto Tumino, si reca dal sostituto procuratore della Repubblica, Agostino Fera, per “chiedere”, come asserisce lo stesso magistrato, “dei consigli su determinati fatti che gli stavano accadendo”. “Mi ha riferito”, aggiunse Fera, “di essere stato avvicinato da persone sconosciute che gli avrebbero proposto di interporre i suoi buoni uffici per un tentativo di corruzione da effettuare presso qualche Guardia di Finanza al fine di favorire uno sbarco di sigarette di contrabbando. Egli avrebbe dovuto convincere il finanziere ad effettuare dei pattugliamenti in una determinata zona, mentre in altra zona poco distante si sarebbe dovuta svolgere l’operazione di sbarco”. Da ciò si desume che fra i contrabbandieri e Campria esiste già un rapporto. Sennò perché il chiedere aiuto dal iglio di un magistrato per portare a termine certe operazioni? Il sostituto procuratore Fera gli consiglia di rivolgersi al maggiore Carlo Calvano, comandante della Guardia di Finanza di Ragusa, “per concertare con lui un’eventuale operazione di polizia”, ma non ritiene di segnalare il fatto ai superiori. Lo fa – anche lui con ritardo – quattro giorni dopo l’uccisione di Spampinato, con un a lettera indirizzata al Procuratore generale di Catania.

Frattanto Spampinato indaga: non si sa cosa ha scoperto di nuovo, ma proprio in quei giorni decide di mostrare una fotografia di Roberto ai contadini di “Ciarberi”. Contemporaneamente Campria gli chiede di pubblicare un articolo a sua difesa. Spampinato pone una condizione: “Mettimi tutto per iscritto e firmalo”.

Il 24 ottobre il figlio del magistrato, seguendo il consiglio di Fera, si reca dal maggiore della Guardia di Finanza Carlo Calvano. Secondo l’ufficiale, Campria “cominciò a dire che si interessava di antiquariato e poi aggiunse che era stato avvicinato da una persona insospettabile della quale non fece il nome”. Quell’operazione”, afferma Calvano ai magistrati, “avrebbe facilitato lo sbarco di una nave proveniente dalla Jugoslavia che si sarebbe fermata fuori dalle acque territoriali, con un quantitativo di sigarette del valore di duecento milioni di lire; per lo sbarco sarebbero stati usati dei pescheresti e il Campria sarebbe stato ricompensato con la somma di dieci milioni, dalla quela avrebbe dovuto detrarre un milione per il finanziere”.

Durante quell’incontro, Campria confida al maggiore che in un’altra occasione gli “era stato richiesto di trasportare una valigetta a Palermo dietro un compenso così forte da indurlo a sospettare che si trattasse di droga”. “Soggiunse che aveva rifiutato la proposta. Nel corso della discussione parlò di due persone che gli avevano richiesto di agevolare il contrabbando di tabazzhi”. Poi l’ufficiale aggiunge: “”A volte, a quanto aveva sentito veniva pagato mediante la consegna di oggetti d’arte”.

Il 27 Ottobre Roberto Campria si reca nel magazzino di via Fiume per prendere le due armi acquistate venti giorni prima: “L’avere portato con se”, scrivono i magistrati di appello, “le due armi e tutte le relative munizioni disponibili per l’incontro con lo Spampinato, dimostra che egli si avviò per consumare l’omicidio secondo il piano predisposto. La Pallottola in canna conclama questo proposito (…).Esse dovevano servire soltanto ed esclusivamente contro lo Spampinato”.

Più tardi, Roberto Campria spara contro Giovanni Spampinato dopo avere assunto una normale dose di sedativo. “Manca uno stato d’ira”, rilevano i magistrati, “insorto nell’incontro ultimo fra Campria e Spampinato (…). La modalità del fatto, soprattutto l’avere mandato esattamente a giusto bersaglio i sei colpi sparati, pur in posizione scomoda, provano freddezza ed escludono lo stato d’ira”.

Dopo l’assassinio del giornalista, “La Sicilia” pubblica un memoriale di Saverio Campria contro l’opinione pubblica e la magistratura ragusana: “Mio figlio Roberto c’entra come Pilato nel Credo. Si è tentato il colpo grosso: disonorare mio figlio e farmi scappare ignominiosamente, per conquistare, ora come allora, questo regno costituito dalla presidenza del tribunale”. Il magistrato poi svela: “Durante l’istruttoria sul delitto Tumino (…) mio figlio si è fatto ricevere dal sostituto procuratore Fera (…). Continuando a conversare, lo stesso sostituto ha detto a mio figlio che, in un certo momento, era stato disposto un provvedimento di fermo per lui e per altre quattro persone: provvedimento che era stato ritirato per riguardo a me”. Le pesanti accuse di Saverio Campria sollevano le proteste della magistratura ragusana e del sostituto Agostino Fera che smentisce quelle affermazioni, ma rivelano che Roberto Campria ha potuto contare su certe compiacenti coperture proprio all’interno del tribunale. Due mesi dopo, il presidente viene trasferito presso la Corte d’appello di Roma.

Sia in istruttoria che durante i due gradi di giudizio, l’assassino di Spampinato afferma di avere sparato in seguito alle “provocazioni” del giornalista: “Giunti davanti al carcere”, dichiara Roberto ai giudici, “il giornalista cominciò a farmi la saletta, a prendermi in giro e a dirmi: “Sono stato uno scemo ad essermi fidato di te. Adesso scendi e costituisciti”. Io persi la testa e gli sparai”.

Un mese prima del dibattimento di primo grado, i genitori di Roberto Campria offrono alla famiglia Spampinato, a titolo di risarcimento, cinquemila metri quadrati di buon terreno nella zona di Ragusa: “Il gesto è semplicemente crudele”, dichiara Giuseppe Spampinato ai giornalisti: “Avremmo preferito un gesto umano che per gente come noi va al di là di qualsiasi dimensione materiale”. I genitori di Giovanni rifiutano l’offerta.

Il 7 luglio 1975 la Corte d’assise di Siracusa condanna Campria a ventun anni di reclusione, il minimo previsto per l’omicidio semplice: il collegio giudicante concede all’imputato l’attenuante della seminfermità mentale per quella dose di sedativo ingerita prima del delitto , e aggiunge che Campria ha sparato perché provocato da Spampinato. Perfino il Pubblico ministero si schiera contro il giornalista. “Spampinato”, dice il Pm, “non aveva motivo di sospettare di Campria ed è rimasto vittima della sua prevenzione. Campria gli era antipatico perché era un giovane bene (…). C’è molta spregiudicatezza in questi articoli, molta bramosia di vendere copie, molta smania di fare carriera”. Il Pm Ruello chiede diciotto anni. La Corte ne infligge tre in più.

La condanna viene ridotta sensibilmente in appello, grazie a una serie di attenuanti generiche (“la menomazione del sistema nervoso di Campria”) concesse dai giudici: da ventuno a quattordici anni. Da scontare presso il manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina.

Quest’ultimo processo si svolge a Catania (maggio 1977). Il collegio giudicante non tiene conto dell’arringa del Pubblico Ministero Tommaso Auletta, che contesta la sentenza di primo grado che si regge, come dice lo stesso magistrato, “unicamente sulle dichiarazioni rese dall’imputato che non meritano alcun credito soprattutto se si pensa che provengono da persona la quale aveva premeditato il delitto ed era andata all’appuntamento pronta ad effettuare un’azione da tempo predisposta e aveva verosimilmente preparato anche la linea di difesa da seguire”. Auletta su Giovanni Spampinato dice: “Un modello di intellettuale da cui lo stesso Campria era irresistibilmente attratto (…) Se non sono questi i compiti dei giornalisti, allora si possono abolire i giornali”. Parlando dell’assassino aggiunge: “Altro che pazzo. La sua intelligenza è superiore alla media e il suo delitto è frutto di una mente lucida e criminale”. La chiave del delitto, secondo il Pm, va ricercata nella “paura di Campria, il quale non ha sparato per tutto quello che Spampinato aveva scritto, ma per quanto non aveva ancora scritto sulle trame dei fascisti e sui pericolosi traffici nei quali erano coinvolti si Tumino che Campria. Il delitto è stato una prova di fedeltà a quel mondo”.

Uscito dal manicomio nel 1986, Roberto Campria si è sposato, ha due figli, fa il falegname, e vive in una città siciliana. Qualcuno ha scritto che dopo il manicomio è pervaso da una volontà di redenzione: si dedica al recupero degli alcolizzati e dei tossicodipendenti. Nel ’94 ha presentato istanza alla Provincia di Ragusa per essere riammesso in servizio. La richiesta non è stata accolta. In merito al delitto Tumino, continua ad essere vago sui motivi che lo indussero a uccidere Spampinato e ripete di essere stato vittima di una provocazione. Se è depositario di inquietanti segreti, forse non lo sapremo mai. Se non ha parlato finora, le cose sono due: o non ha segreti. Oppure ha deciso di portarseli con sé nella tomba.

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