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Il disastro di Montagna Longa in un rapporto l’altra verità [di Enrico Bellavia - La Repubblica - 26 aprile 2001]

    Due poliziotti sull'autostrada se lo videro passare sopra abbastanza basso da ricordarsene. Una casalinga al balcone lo vide sparire dietro la montagna con un rumore assordante e poi scorse un bagliore sul costone. Un uomo, sul versante opposto della roccia, ebbe l'impressione che volasse come avvolto dalle fiamme. Il primo perito ricostruì che non poteva essere andata così. Altri quattro tecnici dopo di lui tirarono fuori tesi diverse, giunsero a conclusioni opposte, ma, mai, mai misero in discussione che di incidente si era trattato. Il fuoco doveva per forza essere una conseguenza. Rimase solo un vice questore. Solo lui credette a un attentato e come tale lo trattò. Ma nessuno gli diede retta. 

    Era il 5 maggio del 1972. Venti minuti dopo le 22. Serata calda ma senza vento, visibilità intorno ai cinque chilometri. Il DC 8 classe 43 Antonio Pigafetta, costruito nel '61, in servizio con i colori Alitalia, sigla I-Diwb, impegnato sul volo AZ 112, portava 108 passeggeri più 7 uomini di equipaggio da Roma a Palermo. Morirono tutti. Lasciarono 98 orfani e 50 vedove. Fu allora il più grande disastro nella storia dell'aviazione civile italiana. I primi trenta corpi li ritrovarono due vigili del fuoco inerpicandosi lungo il crinale di Montelepre. Otto li recuperarono più in la', tra gli anfratti e i rovi di quella montagna inospitale. Montagna Longa.

    Lì intorno c'era quello che restava: un giudice, due giornalisti, un uomo e una donna, uno che, dissero, era dei servizi segreti e un paio di militari su quell'aereo. Qualcuno non fu mai identificato. Quasi tutti tornavano a casa per votare. Era l'ultima sera di campagna elettorale, quella sera. Mistero nel mistero nella notte dei misteri d'Italia. Sciagura, incidente, disastro. Tutto purchè a nessuno saltasse in mente di tirare fuori storie di complotti e attentati. Una nota d'agenzia della "Reuter", tre giorni dopo, lanciò subito la tesi di una bomba a bordo. Nessuno raccolse, ad eccezione del rappresentante dei piloti Anpac nella prima commissione di indagine. Cinque anni dopo fu quel poliziotto al quale diedero del visionario a elaborare una sua teoria. L'aereo non doveva esplodere in volo. Non dovevano esserci vittime. Doveva essere una azione dimostrativa. L'ordigno piazzato sotto un seggiolino, bagaglio terrifico dimenticato lì da un passeggero apparentemente distratto, doveva mandare in mille pezzi l'aereo quando era già vuoto. Ma andò tutto stortò quella notte. Andò storto perchè il DC 8 fu costretto ad atterrare l'atterraggio.

    "Palermo AZ 112 è sulla vostra verticale e lascia 5000 e riporterà sottovento, virando a destra, per la 25 sinistra", disse Roberto Bartoli, il comandante. "Ricevuto il vento è sempre calmo" rispose Palermo. "Ok, Bartoli". Poi fu il buio, il vuoto. Non ci fu altro perchè il nastro della scatola nera era strappato. Non registrò un accidente di niente e di quello che successe a bordo sopo quell'annuncio di discesa non si seppe nulla. A nessuno venne in mente di frugare, di cercare, di capire il come e il perchè di un nastro che doveva esserci e non c'era. Eppure quell'assenza era il necessario corredo di un aereo caduto per disgrazia.

    Non venne in mente di analizzare i corpi, di verificare se avessero addosso tracce di esplosivo. L'autopsia, poi. L'autopsia la fecero a dua cadaveri soltanto. Collo spezzato e intestini a vista. Poteva essere il risultato di un impatto? E quella borsa esplosa dall'interno, come se una misteriosa forza dal di dentro ne avesse scardinato le cerniere, torcendo un barattolo di latta come se lo avessero preso a martellate?Poteva essere tutto questo compatibile con un impatto imprevedibile e imprevisto? Poteva e doveva. Si poteva per questo sorvolare su un dettaglio: i passeggeri non avevano le scarpe. Come se qualcuno li avesse avvisati, gli avesse detto di tenersi pronti per qualcosa, un ammaraggio, un atterraggio di emergenza, l'evaquazione da quella trappola di lamiera e velluto. E gli strumenti, cosa dicevano gli strumenti? Nessuno li ha mai esaminati a fondo. Per quel disastro non c'e' neppure un ora esatta. Non guardarono neppure gli orologi dei passeggeri. Non li cercarono e non li trovarono. Un incidente, era stato un incidente. 

    Ci fu la prima inchiesta, la guidava il generale Francesco Lino, nominato dal ministro dei trasporti Oscar Luigi Scalfaro in persona. Il decreto fu firmato il 12 giugno. Il 27 avevano già concluso: tutta colpa del comandante. Era miope, era ubriaco (la perizia tossicologica lo escluse), era distratto, e poi lasciava fare al suo secondo, un neofita di quella trappola che chiamavano aeroporto. Ma perfino il generale Lino dovette ammettere che con il nastro strappato rimaneva un mistero: "L'analisi conduce a formulare le ipotesi di una situazione particolare determinatasi all'interno della cabina di pilotaggio per l'intervento di persone estranee oppure di una avaria che possa avere distolto per quasi due primi l'equipaggio".

    Certo l'aeroporto era quello che era, non doveva neppure sorgere lì e aveva tutto scassato, incompleto e approssimativo. Ma era atterrato e decollato di tutto, dissero, perchè giusto quel DC 8 avrebbe dovuto schiantarsi? L'Anpac, l'associazione dei piloti di linea, provò a dire che non poteva essere andata così. Condusse una controinchiesta consegnata ai fogli ingialliti della rivista dell'epoca. Bartoli era atterrato a Punta Raisi il 13 aprile precedente, conosceva a menadito quell'aereo, aveva al suo attivo 8500 ore di volo e sul DC 8 ne aveva fatte 737. Aveva le lenti, ma era uno che volava con qualunque cosa avesse due ali e un motore, un appassionato.

    L'inchiesta penale iniziò a Palermo ma la trasmisero subito a Catania poichè tra le vittime c'era Ignazio Alcamo, sostituto procuratore generale presso la corte d'appello del capoluogo. A Catania commissionarono altre due perizie. E spuntarono tre ipotesi: il primo pilota disse che avrebbe virato a destra e sarebbe entrato per la verticale sinistra. Il secondo capì il contrario e l'aereo finì sulla montagna. Seconda ipotesi: l'aereo agganciò la frequenza del radiofaro su Monte Gradara e ritenne di trovarsi sulla verticale di Punta Raisi. Il faro era stato installato da poco e per accorgersene i due piloti avrebbero dovuto scrupolosamente dare un'occhiata alle carte di navigazione che segnalavano la novità sul cambio di frequenza. Dal faro di Monte Gradara a Montagna Longa l'aereo, questo diceva la seconda ipotesi, c'era arrivato in assetto da atterraggio. La terza ipotesi non differiva dalla prima, ma era una sommatoria di concause che concludeva per la stessa tesi: l'aereo si era schiantato per colpa dei piloti. Così i giudici a dieci anni dal disastro mandarono assolti il direttore dell'aeroporto e i due tecnici dell'ente per l'aviazione. Per le vittime, le parti civili rimaste erano i familiari di Angela Fais, giornalista de "L'Ora", e i familiari di Elisabetta Salatiello, la figlia dell'ingegnere della Keller. Furono zittite durante tutto il processo e si ritirarono platealmente.

    Rimase solo quel rapporto di quel vicequestore a raccontare un'altra verità. E anche la storia di questo dossier di 36 fogli è una storia misteriosa. Giuseppe Peri era un poliziotto all'antica, tutto indizi e ragionamento. poliziotto in quel di Trapania alle prese con il caso dei casi dell'epoca. Si trattava del sequestro dell'esattore Luigi Corleo, il suocero di Nino Salvo, il ras delle esattorie. Al vicequestore arrivarono delle notizie, delle imbeccate, delle soffiate. In breve, sulla scorta delle confessioni di un neofascista brindisino, imbroccò la pista del patto tra mafia e neri. E lì elaborò la sua teoria su Montagna Longa. Scrisse tutto e provò a farsi assegnare le indagini. Ma non accadde nulla. Allora andò alla posta e spedì sette raccomandate alle Procure di Marsala, Trapani, Palermo, Agrigento, Taranto, Milano, Torino e alla Procura generale presso la corte d'appello di Palermo Spedì quel rapporto a tutti fuorchè alla magistratura catanese titolare delle indagini. Quel rapporto non è mai entrato ne ufficiosamente ne' ufficialmente nell'inchiesta sulla morte di 115 persone. Lo ha scovato per caso e testardaggine Maria Eleonora Fais, la sorella di Angela. Lo cercò andando a bussare alla porta di Paolo Borsellino una mattina del '91. Borsellino frugò alla ricerca di quel fascicolo. Ma non lo trovò, risalì solo al numero di protocollo. La ricerca si fermo al1992 con la morte di Borsellino e con la sfiducia che in questi trent'anni di ricerche di fantasmi spesso sfianca chi ancora cerca la verità. Nel 1997, Maria Eleonora Fais torna alla carica e dal procuratore Antonio Silvio Sciuto ottiene in una torrida mattina di giugno l'agognato si: il rapporto c'e'. Qualcuno le dice anche che era ben nascosto. Ma il rapporto ora c'e'. E con quello in mano Maria Eleonora Fais chiede la più semplice delle cose: la verità.

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IL PROCESSO: Tre generali alla sbarra tutti assolti in Cassazione

    L'Avvio dell'inchiesta penale su Montagna Longa è il rapporto "Pellegrino", redatto dall'Anpac e inviato al Procuratore capo Giovanni Pizzillo. Da Palermo l'inchiesta si sposta a Catania. Se ne occupano i Pm Vitaliti e Grassi e poi il giudice istruttore Sebastiano Cacciatore. A luglio del 1973 Vitaliti e Grassi incriminano tre generali: Felice Santini, direttore generale aviazione civile, Giuseppe canipari capo secondo reparto Itav e Sebastiano Freri, a capo del terzo reparto Itav. Del disastro devono rispondere anche Luigi Sodini, ex direttore del servizio aeroporti della direzione generale dell'aviazione civile e capo dei servizi di radioassistenza per l'aviazione; Giovanni Carignano, direttore dell'aeroporto; e il sergente della torre di controllo Rosario Terrano. Il primo grado si conclude con l'assoluzione di tutti il 27 aprile dell'82. L'anno dopo la sentenza d'appello e nell'84 c'e' il verdetto della Cassazione.

IL RETROSCENA: I dubbi avanzati dal poliziotto che per primo indagò sulla strage. Trame nere, ritardi fatali e quel cadavere senza nome.

    Il rapporto del vicequestore Giuseppe Peri era una proposta di denuncia a carico di 32 persone e ha la data del 28 agosto 1977. Conteneva una serie di elementi sulla responsabilità dei neofascisti, capofila Pierluigi Concutelli, in combutta con la mafia in quattro sequestri di persona verificatisi a Milano Lainate (Egidio Perfetti, 13-23 gennaio 1975), a Sciacca (Nicola Campisi, 1-11 luglio 1975), a Salemi (Luigi Corleo, 17 luglio 1975), e a Gallipoli (Luigi Mariano, 23 luglio 1975-9 settembre 1975). Rincorreva le tracce delle banconote utilizzate per i riscatti e saldava questa ricostruzione con le parole di Luigi Martinesi, detenuto per il sequestro Mariano e figlio dell'ex federale di Brindisi, raccolte dal giudice istruttore di Taranto, Morelli.

    Il rapporto contiene alcune intuizioni ma anche alcuni eccentrici accostamenti. Da qualche settimana è pubblicato dall'Istituto Gramsci in un volume "Anni difficili", curato da leone Zingales e Renato Azzinnari con una serie di note che ne correggono le conclusioni, sulla base delle indagini poi svolte sui sequestri.

    Il capitolo su Montagna Longa è introdotto con un accostamento cronologico sulla base di una coincidenza. Per Peri non era un caso che il 5 maggio del '71 fosse stato ucciso il procuratore della repubblica Pietro Scaglione, assassinato con il brigadiere Antonio Lo Russo. A pagina 16 e 17 del rapporto originale si legge: "L'eversione della società costituitasulla base delle istituzioni democratiche è iniziata con tale delitto ed è continuata a un anno preciso di distanza con altro delitto purtroppo di strage. Ci si pone il dilemma: attentato o disgrazia causata da un improvviso guasto? L'ipotesi dell'attentato è corroborata dalle seguenti circostanze obiettive; quella sera era l'ultimo giorno della campagna elettorale. Parecchi cittadini di Carini, mentre erano in piazza a sentire l'ultimo comizio, insolitamente videro un aereo che sorvolava la zona e , come scrisse la stampa, in fiamme. Il pilota del DC 9 (così nel documento originale ndr) sorvolando Punta Raisi diede la precedenza all'aereo proveniente da Catania, ritardando pertanto di dieci minuti l'atterraggio. I cadaveri secondo i medici legali si presentavano disintegrati, cosa che non avviene invece a seguito di urti violenti. Non fu identificata la centodiciottesima vittima. Ammessa l'ipotesi che anche tale disastro, come la strage del treno Italicus e altre stragi del Nord attribuite a trame eversive, sia un anello della strategia della tensione, si deve ammettere che l'attentatore in possesso di una carica esplosiva a orologeria non voleva di certo anche la sua morte e approssimandosi il momento del contatto delle due lancette e quindi dell'esplosione, non si autodenunziò al personale di bordo per ovviare alla deflagrazione e i dieci minuti di ritardo dell'atterraggio avrebbero fatto esplodere la carica a bordo. Ne discende che l'attentatore non avrebbe voluto anche la sua morte e forse nemmeno la strage perchè ne sarebbe stato coinvolto, avrebbe voluto forse il danneggiamento dell'aereo già atterrato allorquando tutti i passeggeri, lui compreso, fossero già scesi a terra… Tale episodio sarebbe stato sicuramente rivendicato se fosse stato distrutto o danneggiato soltanto l'aereo una volta tterrato".

    Peri era stato per 16 anni capo della Mobile di Trapani e aveva collaborato poi da vicequestore con varie Procure. Dopo quel rapporto fu inviato a Messina e poi trasferito a Palermo in un posto di seconda fila.

I SOCCORSI: Il primo allarme lanciato a Carini

    L'allarme scatta alle 22.25. tre minuti dopo il dottore Gino Governanti da Carini chiama i vigili del fuoco. Questo è un estratto del rapporto di Furitano: "L'aereo proveniente da ponente aveva urtato strisciando sul crinale di Montagna Longa, i motori avevano lasciato una lunga traccia sul pianoro. Un'ala con due motori e una parte della fusoliera venivano proiettati oltre il pianoro, rotolando sulla fiancata di levante della montagna in direzione di Carini. Il resto della fusoliera si era disintegrato. Alcuni corpi erano rotolati assieme all'ala sul versante di Carini. Verso quest'ultima direzione sono stati proiettati, in fiamme, un'ala, due motori e parte della carlinga, il che ha dato la falsa impressione ai testimoni che si trovavano a Carini che l'aereo procedesse con incendio a bordo".

I RICORDI: Una fiammata e dopo il boato

    Questo è il racconto in presa diretta che il sergente della torre di controllo di Punta Raisi, Rosario Terrano, fa al suo collega di Roma, quando perde di vista l'ereo. "Guarda che la 112 mi sembra sia andata a finire sulla montagna. Ho visto che invece di essere sottovento era sopravvento. Dal lato opposto. Questo non ha atterrato, io ho visto le luci di navigazione e penso che abbia sbagliato l'atterraggio. Allora io ho visto queste luci di navigazione andare con la stessa velocità che può avere il DC 8 ormai vicino alla velocità di stallo.Riattaccata non era. Questo qua è andato a finire dall'altra parte delle montagne più basse che abbiamo noi qua. L'abbiamo visto qui sopra, scendeva a vista 5000 piedi. Lasciava 5000 piedi a vista, poi si è vista una fiammata".

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  1. Ferrari
    3 maggio 2007 a 17:23 | #1

    Da studiare

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