Home > Libri > Sinopsi e Nota di “Sogni d’acqua” – Edoardo Rebulla

Sinopsi e Nota di “Sogni d’acqua” – Edoardo Rebulla

23 dicembre 2006

Eduardo Rebulla – Sogni d’acqua – Sellerio editore Palermo,1999

 

“Anziché spostare qualcosa dall’ombra alla penombra cercando di fare luce in un mistero, il meccanismo qui offerto procede in direzione opposta: togliere luce e rendere misteriosa una vicenda apparentemente scontata. Dalla piena luce alla penombra” La vicenda apparentemente scontata cui Rebulla fa riferimento è il disastro aereo di Montagna Longa, dove il 5 maggio 1972 un volo diretto a Palermo si schiantò, provocando la morte di 115 persone – una tragedia che, almeno cronologicamente, aprì per Palermo un’epoca luttuosa di misteri e di veleni. Intorno a questo nucleo (l’ipotesi che a Montagna Longa non sia accaduto un incidente, ma il primo episodio di una stagione di violenza organizzata), si intreccia la storia di cinque personaggi il cui destino è unito dall’aver ciascuno perduto nel disastro “qualcuno che in realtà aveva già perso”. Una trama di circostanze li seduce e la loro, più che un’indagine, si profila come una resa al gioco delle premonizioni e delle coincidenze, sotto la regia di un enigmatico personaggio. E dalla resa – al pessimismo, al simbolismo di una vicenda di marchio inevitabilmente indecifrabile della realtà – più che una verità, e assai di più di un’inchiesta, emerge una rappresentazione della lunga agonia della città che Sciascia definì “irredimibile”.

NOTA

 

Una volta terminata la partita e tirato un respiro di sollievo, ci sarebbe da spiegare la strategia e le mosse. Ma, devo confessarlo, non ne sono capace. Nei dieci anni che mi separano dall’inizio di questo progetto sul tema dei quattro elementi, molte cose sono accadute e molte altre no, e forse nello scarto ho dimenticato i presupposti. Ovvero mi appaiono fin troppo manifesti, come quegli oggetti consumati che fanno parte del nostro panorama abituale e che a furia di starci sotto gli occhi diventano invisibili, pronti però a riemergere come impronta del vuoto se solo vengono spostati o sottratti. Certo, una volta completato questo cammino, potrei rendere omaggio da un lato all’affermazione di Bachelard secondo cui la fisiologia dell’immaginazione obbedisce alla legge dei quattro elementi (la creazione artistica ha bisogno di un elemento materiale – aria, fuoco, terra, acqua – che le dia la “propria sostanza, la propria regola, la propria poetica specifica”), e dall’altro all’intuizione junghiana che lega gli elementi ai desideri e alle ansie del divenire inteso come trasformazione, cambiamento. E tuttavia anche se i protagonisti di questi quattro libri sono indiscutibilmente ammalati di cambiamento, anche se appaiono alla stregua di individui in attesa, sospesi in una zona di passaggio, al culmine dell’esitazione, capisco che non serve aggiungere parole alle parole.

Forse qualcosa potrei dirla sulla complessità di questo percorso, contrassegnato da un progressivo avvicinamento temporale e spaziale alla realtà che mi circonda. Ma anche qui il divertimento personale, la scommessa o la vanità hanno prevalso. In fondo sento di non discostarmi troppo da quell’epigrafe che Hermenegildo Bustos, un oscuro pittore indio messicano dello scorso secolo, ha posto sul retro di un autoritratto: “Per vedere se ce la faccio”. Con lo stesso stato d’animo, per vedere se ce la facevo, anch’io ho iniziato questa tetralogia sul tema degli elementi, partendo da lontano. Duccio di Boninsegna, Tommaso d’Aquino e il mistero di un testo eretico ed alchemico costituivano il nucleo narrativo di Carte celesti (’90). La vicenda si svolgeva nel Duecento e nella campagna senese, e Palermo non era che una città remota, irreale, di cui giungevano tracce imprecise attraverso Nicola Pisano (che per qualche tempo aveva vissuto alla corte di Federico II) e Gelsomina. Linea di terra (92) prendeva invece le mosse da un’ipotetica fuga di Pisanello da Napoli braccato dai sicari di Alfonzo d’Aragona, ne immaginava il suo arrivo a Palermo e quindi la sua partecipazione alla stesura del Trionfo della Morte. Anche qui i bagliori di Palermo giungevano attutiti: dallo stile epistolare, dall’estraneità dei luoghi, dalla reclusione che il protagonista in parte subisce, in parte sceglie.

La morte di Pietro Novelli costituiva infine lo sfondo di Segni di fuoco (95). Uno dei periodi più torbidi della città, quello compreso fra la peste del 1625 e la rivolta del D’Alesi del 1647, trovava modo di essere suggerito, mescolandosi al clima e alle atmosfere di una interminabile notte estiva, fitta di dialoghi e sensazioni.

 

Sogni d’acqua segna adesso l’approdo se non al presente quanto meno a qualcosa che è appena stato, Molti abitanti di Palermo hanno avuto un amico, un parente, un conoscente che è morto nella tragedia di Montagna Longa del 5 maggio 1972 e l’eco di quel terribile episodio non è ancora spenta. Dura, persiste. Non solo fra i congiunti delle vittime, che continuano ad incontrarsi ad ogni anniversario sul luogo del disastro, ma anche nella memoria della città.

Ancora una volta quindi, anche in questo libro, la storia bussa ma senza poi varcare del tutto la soglia. C’è e agisce sul filo della plausibilità, ma il distanziamento, lo spazio concesso agli equivoci e alle intuizioni, gioca un ruolo determinante. La lettura che do di Montagna Longa è ovviamente priva di riscontri certi e tuttavia possibile. Troverete fra poco alcune puntualizzazioni che fanno riferimento alla stampa dell’epoca e agli atti giudiziari. Servono – è bene ribadirlo – soltanto a fornire una documentazione (approssimativa) delle fonti, non certo a giustificare o a convalidare la trama del romanzo. Quando ho iniziato a scrivere Sogni d’acqua mi ha interessato soprattutto la possibilità che questa vicenda mi offriva di rompere la simmetria rispetto ai romanzi precedenti. Anziché spostare qualcosa dall’ombra alla penombra cercando di fare luce in un mistero, il meccanismo qui offerto procede in direzione opposta: togliere luce e rendere misteriosa una vicenda apparentemente scontata. Dalla piena luce alla penombra. Dalla solida certezza di chi ha sempre pensato di annoverare la fine di quelle centoquindici persone nella categoria degli eventi drammatici e statisticamente inevitabili (il primo grande disastro dell’aviazione civile italiana), all’ipotesi di un attentato. Ipotesi suggestiva, a cui non mancano puntelli e che trova il suo acme in una serie di straordinarie coincidenze.  Vogliamo provare ad elencarne alcune?

  1. Il comunicato diffuso la mattina del 7 maggio 1972 dall’agenzia di stampa Reuter e ripreso da alcuni quotidiani inglesi (in particolare il “Sunday Express” e il “Sunday Telegraph”) secondo cui la tragedia di Montagna Longa era il risultato di un attentato mafioso. Su quell’aereo, infatti, viaggiavano due uomini divenuti scomodi per la delinquenza organizzata: il giudice Ignazio Alcamo e il tenente colonnello della Guardia di Finanza Antonio Fontanelli.
  2. Ignazio Alcamo, quarantatre anni, nato a Trapani, consigliere di Corte d’Appello, era anche Presidente della I sezione del tribunale di Palermo, nonché Presidente della sezione speciale di Misure Preventive. Proprio da quest’ultima sezione partì, poco prima della sua morte, la richiesta del soggiorno obbligato per il costruttore edile palermitano Francesco Vassallo e per Antonietta Bagarella, sorella di boss e moglie di quel Totò Riina destinato a diventare così noto nelle cronache degli ultimi anni.
  3. Antonio Fontanelli, quarantanove anni, nato a Livorno, era stato promosso tenente colonnello pochi giorni prima del disastro e non aveva ancora fatto a tempo ad indossare la divisa con i nuovi gradi e ad assumere maggiori responsabilità nelle indagini sulla “nuova mafia”, di cui si era a lungo occupato.
  4. Per spiegare la rotta anomala dell’aereo si ipotizzò allora che il comandante avrebbe deliberatamente trascurato le procedure regolamentari di volo per guadagnare tempo. Un paio di settimane dopo la tragedia, la Commissione d’inchiesta ordinò una verifica e un DC8 provò ad atterrare seguendo la rotta regolamentare e quella del disastro. Risultato: tredici minuti nel primo caso e sei nel secondo. Per risparmiare non più di sette minuti, quindi, un comandante esperto avrebbe deciso di contravvenire alle più elementari norme di sicurezza. E’ credibile?
  5. Un’altra delle ipotesi formulate e ampiamente riportata dai giornali dell’epoca vede entrare in gioco il radiofaro (NDB). Il presupposto è che qualche tempo prima l’NDB era stato spostato di circa 18 chilometri all’interno, dalla sua posizione iniziale a livello del mare fino al Monte Gradusa. In linea teorica, il comandante avrebbe potuto ignorare la nuova posizione del radiofaro e seguirne i segnali come se esso si trovasse ancora a livello del mare, rendendosi conto solo all’ultimo istante di essere fuori rotta. A facilitare l’errore avrebbe potuto concorrere anche un’altra condizione: il radiofaro continuava a mantenere la stessa soglia e frequenza precedenti (PAL 355,5). Gli esperti allora fecero parecchie obiezioni a tale possibilità. Riassumiamole: a) da quando era stato spostato il radiofaro, il comandante aveva già effettuato altri atterraggi notturni a Punta Raisi; b) sia il comandante che il secondo pilota avrebbero dovuto ignorare o non avere ben visibile sul cruscotto (come di norma avviene) la carta di avvicinamento aggiornata con la nuova posizione dell’NDB; c) entrambi i piloti avrebbero dovuto ignorare l’altimetro elettronico di bordo, che fornisce la quota relativa al terreno sorvolato e che dispone di spie luminose di allarme per segnalare quote ritenute pericolose – ovvero si deve pensare che tale altimetro fosse o guasto o disinserito; d) nel contatto radio con la torre di controllo, il comandante aveva chiaramente comunicato di vedere la pista e di poter procedere all’atterraggio a vista.
  6. La discrepanza fra le conclusioni della Commissione d’inchiesta ministeriale e l’indagine della Magistratura di Catania. La Commissione attribuì la causa del disastro all’errore umano, cioè al mancato rispetto delle regolari procedure di atterraggio da parte dei piloti del velivolo, e invece assolse pienamente da ogni responsabilità la struttura aeroportuale. Di contro, l’indagine della Magistratura di Catania ribaltò le posizioni e l’incidente fu interamente addebitato alle carenze dell’aeroporto e furono denunciati come responsabili tre dirigenti del Ministero dei Trasporti e del Ministero della Difesa, uno dei responsabili della Direzione Generale dell’Aviazione Civile, il direttore dell’aeroporto di Punta Raisi e il sergente che era di turno alla torre di controllo.
  7. L’incredibile storia della scatola nera, alla cui memoria era affidato il compito di chiarire cosa era realmente avvenuto negli ultimi minuti prima dell’impatto. Questo sofisticato congegno, come sappiamo, fu ritrovato ma risultò inutilizzabile: il nastro,  uscito dal suo binario, continuava a  girare ma senza registrare. Una condizione del tutto particolare che piegherebbe, secondo i tecnici, la mancata segnalazione del guasto in cabina di pilotaggio.
  8. Ci sarebbe ancora da dire sull’assenza di scarpe da parte di tutte le vittime del disastro. Questo dettaglio era citato dalla stampa dell’epoca, soprattutto da quella inglese. In genere una simile misura viene adottata negli atterraggi di fortuna e, se così fosse, si potrebbe supporre che a bordo era scattato un piano di emergenza. Determinato da cosa: un incendio? Un’esplosione? Certo, rimarrebbe da capire come mai il pilota non segnalò nulla alla torre di controllo. Ma non ci vuole molto ad aggirare l’obiezione: l’incendio (o l’esplosione) avrebbero potuto danneggiare l’impianto elettrico e rendere quindi inservibile la radio. D’altra parte, quasi a conferma di questa tesi, ci sono le dichiarazioni rese dai testimoni di Carini, molti dei quali avevano da poco finito di assistere a un comizio e tutti concordi nel ritenere che l’aereo era passato sulle loro teste in una scia di fuoco per andarsi poi a schiantare sulla montagna. Ecco, forse in una circostanza come questa, con un’emergenza a bordo, la decisione di seguire una rotta più breve per risparmiare quei famosi sette minuti avrebbe avuto un senso ben preciso.
  9. Anche le date hanno una certa importanza. In quel 5 maggio del 1972 siamo infatti alla vigilia delle elezioni politiche “più travagliate dell’Italia repubblicana”. Come non trascurabile è che esattamente un anno prima, il 5 maggio 1971, era stato assassinato a Palermo il Procuratore Generale Pietro Scaglione, aprendo la stagione della caccia ai giudici.

 

Un capitolo a parte meriterebbe la relazione del vice questore Peri. Palermitano di nascita, per molti anni capo della squadra mobile di Trapani, Peri fu trasferito subito dopo il suo clamoroso rapporto in un ufficio periferico della questura di Palermo. Due anni dopo, nel 1979, moriva stroncato da un infarto. Nelle quaranta cartelle dattiloscritte che egli inviò a sette Procure della Repubblica, parlava di stretti legami fra mafia, malavita comune e neofascisti e sosteneva l’esistenza di una vera e proprio organizzazione che si autofinanziava con i sequestri di persona. Indicava l’esistenza di una manovalanza del crimine cha agiva indisturbata in un’Italia di trame e di complicità e ricostruiva la storia di sette omicidi, quattro sequestri di persona e una strage, quella appunto di Montagna Longa. Ma, com’è scritto ne I Siciliani  del giugno ’85, Peri tentò anche un’analisi politica dell’alleanza mafia-eversione nera arrivando alla conclusione che si trattava di un tassello di quello scenario che tutti conosciamo sotto il nome di “strategia della tensione”. Interessante e gravida di inquietante lungimiranza risulta infine una delle affermazioni conclusive di Giuseppe Peri: “Un tempo per colpire il potere costituito si assassinavo i re, oggi si tenta di scardinare lo Stato uccidendo i procuratori della Repubblica che, nel nuovo assetto istituzionale, appaiono i maggiori depositari del potere costituito”.

A chi volesse ripercorrere con un taglio diverso dal mio la storia di quegli anni non mancherebbero spunti per un’inchiesta ricca di colpi di scena e di strane anticipazioni. Fra le tante una mi ha particolarmente colpito: alcuni di coloro che avversarono il rapporto Peri o che sostennero il suo trasferimento furono poi ritrovai nelle liste della P2; altri ancora, che allora apparivano solerti servitori dello Stato e che non persero tempo a bollare quel rapporto come frutto di un delirio fantapolitica, si trovano ancora oggi sul banco degli imputati a dover rispondere di collusione con gli ambienti mafiosi.

Di fronte al dilagare di tanta incertezza, anche a me, come a Ismaele, non rimane che aderire a quella malinconica teoria cui giunge K, il protagonista del Processo di Kafka: la bugia è la regola del mondo. La regola: anche questa è una parola che piacerebbe ad Anna Sofia, dato che nel suo significato si mescolano cose diverse: l’asticella per misurare e l’emblema di chi ha un comando. Se ne potrebbe dedurre che la misura, l’attività cioè che più di ogni altra costituisce la figura principe del sapere, dovrebbe essere il requisito di chi regge e dirige. E forse è così , ma in apparenza: quell’asticella è come un peso falso e, anche se la bilancia mostra di essere in pari, è solo una menzogna.

 

A questo punto, non mi rimane altro che dedicare il libro e confessare alcuni debiti. La dedica è a Giacomo Baragli che, in Sogni d’acqua,è adombrato nel personaggio di “Giacomo”. Scultore, intellettuale o, per usare una definizione in voga negli anni settanta-ottanta, lucidissimo “operatore culturale”, Giacomo Baragli ha rappresentato molto di più di quanto non sappia testimoniare la labile memoria storica della città di Palermo. Sono trascorsi dieci anni dalla sua scomparsa e mi piace immaginare che questo libro possa in un modo o in un altro costituire la celebrazione di un anniversario. Per me e per tanti altri della mia generazione, Giacomo è stato un vero indicatore di rotta. In quegli anni agitati che seguirono la contestazione studentesca del Sessantotto la sua lucidità ha costituito un punto di riferimento, un modello di comportamento, forse l’ultimo che ci è stato concesso prima di avventurarci più avanti nel tempo e di arrivare a capire che la svolta era già compiuta e che qualcosa era irrimediabilmente perduto. Noi non saremmo stati in grado – noi, adesso quasi cinquantenni, non avremmo saputo, per indolenza o per incapacità o per oggettiva impossibilità, rappresentare qualcosa di simile per le nuove generazioni. Forse più che un tempo senza padri (o senza madri), il nostro è un tempo senza maestri e quest’assenza, che interamente poggia su una difficoltà a colmare i vuoti, ad assumersi responsabilità e infine a rischiare, pesa molto di più che la perdita di qualsiasi altro ruolo. Ma non è questo il luogo, come scrive Matteo ad Anna Sofia, per dilungarsi “sulla fine delle ideologie e sulle mie personali delusioni”. Lo dico pensando a Giacomo e alla sua biografia artistica, dominata da un punctum preciso e insondabile: il suo rifiuto a seguire la strada del successo, la sua decisione di tornare alla casella di partenza. A quell’epoca Baragli si trovava a Londra come insegnante in una Scuola di arti e mestieri. E proprio quando tutte le strade sembravano aperte, egli invertì la rotta e ritornò a Palermo. Una mossa sorprendente, che egli stesso definì come “arrocco di Re”. Erano gli anni della contestazione, gli anni in cui la politica investiva direttamente la sfera del privato, e quella scelta aveva il senso di una critica al sistema dell’arte e alle regole del mercato. Fu una mossa giusta? Fu una mossa e basta, che nel bene e nel male ha segnato tutto il resto della sua vita. Ci si potrebbe semmai domandare se la sua rinuncia è stata compresa appieno, se questa città ha mai pagato il saldo a uno che, come Baragli, ha deciso di arroccarsi in periferia, di abbandonare le correnti migratorie e di lottare contro la polvere e l’indifferenza. Sono trascorsi dieci anni e la mia risposta a questa domanda è no. Palermo è una città impermeabile; le cose e le persone scivolano via, senza lasciare traccia. Ancora adesso. Forse è mutato il quadro politico ma non certo il pantano su cui essa galleggia.

Per quanto riguarda i debiti, l’elenco è lungo. Nel corso del racconto ci sono molte citazioni, alcune più esplicite altre meno: darne un resoconto minuto sarebbe una perdita di tempo. Mi limito pertanto a segnalare i debiti maggiori. Quelli a Eliot e a Melville sono in parte saldati grazie alle citazioni poste ad epigrafe del libro. C’è ancora da aggiungere Rilke, Rimbaud, Valery, la Yourcenar, il Tao tè ching, alcuni libri alchemici, le suggestioni del Frankenstein di Mary Shelley e quello straordinario romanzo che è   Il libro nero di Lawrence Durrel. Anche l’inizio di My Gun is Quick di Mickey Spillante, citato da Umberto Eco in Sei passeggiate nei boschi narrativi, ha la sua parte: “Quando sedete a casa vostra, sprofondati confortevolmente in una poltrona davanti al camino, vi siete mai domandati cosa accade fuori? Probabilmente no. Voi prendete il libro, e leggete di questo e di quello, e vi fate eccitare per procura da persone e fatti irreali … Anche gli antichi romani facevano così, davano sapore alla loro vita attraverso delle azioni, quando se ne stavano al Colosseo e si guardavano gli animali feroci che facevano a pezzi gli esseri umani, spassandosela alla vista del sangue e del terrore … Va bene, va bene, è bello fare lo spettatore. La vita attraverso il buco di una serratura. Ma ricordatevi: fuori di qui accadono davvero delle cose … Non c’è più il Colosseo, ma la città è un’arena assai più grande e c’è posto per tanta più gente. Le zanne affilate non sono più quelle delle belve, ma possono essere ben più affilate e maligne. Dovete essere svelti, e bravi, o sarete divorati … Dovrete essere svelti. E bravi. O vi faranno fuori”.

Una spiegazione merita infine il riferimento un po’ criptico a due luoghi della città. Il primo è Piazza Sett’Angeli, che nel racconto ho definito come un luogo “il cui nome è niente più di un’ombra”. L’allusione è al fatto che in prossimità di questa piazza sorgeva una chiesetta consacrata alle antiche patrone di Palermo: Santa Ninfa e Santa Oliva. Lì il vicario dell’arcivescovo, uomo proveniente dalla corte dei Borgia e abituato a ogni astuzia e ogni trama, “trovò” nel 1516, anno di torbidi e di rivolte contro il vicerè Moncada, un affresco che affiorava dall’intonaco. In esso erano rappresentati i Sette Angeli che assistono al Trono della Maestà Divina; angeli combattenti, pronti a lottare con zelo e fedeltà contro Lucifero e i suoi seguaci. Un “ritrovamento miracoloso” che, scatenando la devozione popolare offrì l’opportunità di alleggerire la tensione e dare requie al vicerè. Grazie all’impostura di quel finto ritrovamento si poté inoltre creare una confraternita ricca e potente, alle cui dipendenze lavorò un esercito segreto e crudele, pronto ad agire nell’ombra e a colpire per vendetta o per sopruso. Storia antica e moderna, di ieri e di oggi, storia di sette e di intrecci fra poteri. Chissà se a vederlo oggi quell’affresco ci offrirebbe qualche traccia in più. Invece è andato distrutto, assieme al monastero, durante le giornate garibaldine. Distrutto da una cannonata: per caso o per necessità?

Il secondo luogo è Corso Tukory: “una strada malata, che puzzava di putrefazione già nel nome”. Una strada dedicata a una patriota ungherese che partecipò nel 1860 alla spedizione dei Mille, fu ferito a una gamba durante la battaglia di Ponte dell’Ammiraglio e, nonostante l’amputazione dell’arto, morì per la gangrena. Quasi a ribadire l’agonia contenuta nel nome, Corso Tukory offre l’accesso al più grande ospedale della città: un via vai di ambulanze a sirene spiegate che congestiona ancora di più il traffico e infrange la quiete di quello che a metà del secolo era un quartiere di edilizia popolare, confinante a est con l’Albergheria e a ovest con il Policlinico e l’Ospedale Civico e, poco oltre, con il Cimitero di Sant’Orsola. Insomma Corso Tukory è una sorta di spartiacque fra una delle zone più degradate della città da un lato e gli ospedali e il cimitero dall’altro, cioè fra miseria, malattia e morte.

Torna, infine, anche in questo libro qualche accenno al Trionfo della Morte. E torna non solo perché il tema della Morte come Grande Rapinatrice da cui l’affresco prende le mosse, costituisce il primo nucleo della coscienza moderna della morte. Tanta insistenza è dovuta al fatto che questo dipinto senza raffronti nella cultura figurativa siciliana, da cinque secoli costituisce una sorta di emblema della città di Palermo. Nella sfacciata arroganza della Morte che irrompe sulla scena col suo bianco cavallo scheletrico, nella sua mano armata di frecce che colpisce in silenzio le vittime scelte con cura, nella contrapposizione fra miserabili e potenti, fortemente sembra riproporsi l’umore di questa irredimibile città.

Ho scritto “irredimibile” e il pensiero non poteva non andare a Leonardo Sciascia. In una prima stesura di Sogni d’acqua trovato modo di citare il suo pensiero a proposito di Montagna Longa. Poi, durante quel lavoro “in levare” che è la revisione di un testo, quell’incluso si è perso e adesso mi si ripresenta. Un pensiero, quello di Sciascia, che nulla aveva a che vedere con le ipotesi del disastro e che era invece tutto concentrato sullo sgomento per quanto era accaduto. Per dare veste al proprio sentimento egli citava Il Ponte di San Luis Rey, un libro in cui Thornton Wilder, ripercorrendo la vita di cinque persone morte nel crollo di un ponte peruviano nel 1714, era riuscito a sottrarre quelle cinque vittime all’anonimato di una morte meccanica e incidentale. Nulla di simile, scriveva Sciascia, era invece possibile per i centoquindici morti di Montagna Longa. Nel loro caso la morte aveva avuto una vittoria assoluta e incontrastata, una vittoria doppia, perché essi erano stati privati della vita e perché erano stati condannati a una tragedia di massa.

La conclusione del libro di Wilder suona pressappoco così: c’è un mondo dei vivi e un mondo dei morti e a collegarli ci pensa l’amore. Un ponte più duraturo e resistente di qualsiasi edificio. Forse è un’affermazione consolatoria, non esente dal rischio di sembrare retorica, e tuttavia basterebbe considerare la tenacia con cui i parenti delle vittime partecipano ogni anno all’anniversario di Montagna Longa per ammettere che c’è in essa qualcosa di vero. E per capire che l’omaggio di Sciascia alle vittime di quella tragedia non era un gioco letterario. Forse uno scrittore come lui, così restio a dare largo al sentimento, così acuto nel mostrare il bilico sul quale si muove la ragione, non poteva far altro che citare un libro e ripararsi dietro le parole e i pensieri altrui. Per pudore. Per raffreddare la propria emozione.

 

E.R.

 

Palermo, gennaio ‘99

Categorie:Libri Tag:
I commenti sono chiusi.