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Anni difficili – Introduzione/L’investigatore dimenticato Giuseppe Peri [I^ Parte]

15 dicembre 2006

Renato Azzinnari          Leone Zingales

 Anni difficili

 L'intelligente intuizione

di un investigatore siciliano

tra mafia ed eversione negli anni '70,

decennio dei misteri e dei buchi neri

 (Il rapporto di Giuseppe Peri)

Istituto Gramsci Siciliano

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Indice

Introduzione                              

L’investigatore “dimenticato”       

Giuseppe Peri                                   

Il rapporto Peri                              

Documenti allegati al Rapporto    

Post Scriptum                                 

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A quei validi investigatori che in tempi difficili, in silenzio e con tenacia, sono riusciti a lavorare coraggiosamente ma sono stati fermati, purtroppo, ad un passo dalla verità.

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Introduzione Di Renato Azzinnari e Leone Zingales

 
Sgomberiamo il campo da una questione che potrebbe sfociare in un equivoco inutile. Questa pubblicazione non è uno "scoop". In questa sede non si vuole cercare notorietà e sensazionalismo

Il documento integrale che fa parte di questo scritto vuole essere soltanto la testimonianza di un lavoro investigativo che, a nostro giudizio, è giusto che venga valorizzato.

Il rapporto firmato dall'acuto investigatore Giuseppe Peri ha messo in luce una serie di aspetti, nel campo delle indagini pure, che successivamente sono stati riesplorati da altri operatori della polizia giudiziaria e "potenziati" grazie allo strumento dei collaboratori di giustizia e, in ultima analisi, a sofisticate apparecchiature elettroniche. Oggi, insomma, è più facile condurre una difficilissima indagine rispetto a ieri.

Giuseppe Peri si è trovato tra le mani un caleidoscopio di notizie e le ha sviluppate secondo una sua personalissima intuizione.

Tra le mani dell'integerrimo poliziotto palermitano è finito un mosaico di ardua ricostruzione "storico-giudiziaria" che è stato sezionato come se si operasse chirurgicamente

Peri si è mosso in anni difficili, gli anni '70 del secolo scorso.

Anni in cui gli investigatori più preparati del nostro Paese si sono trovati a dovere risolvere «gialli» e misteri, (vedi stragi, omicidi "eccellenti" trame politico-mafiose intrighi in cui servizi deviati e cellule terroristiche di estrema destra hanno fatto il bello ed il cattivo tempo). Anni, quelli '70, in cui l'opinione pubblica ha trovato più di una difficoltà a comprendere il filo conduttore di determinati crimini, di determinati fatti di sangue. Anni difficilissimi gli anni '70. Per gli investigatori più capaci del nostro Paese non è stato facile affrontare con serenità e con la mentalità giusta argomenti “scottanti”. Non è stato raro assistere al fallimento di certe indagini proprio quando la verità era ad un passo. Non è stato raro assistere alla "caduta" di certi magistrati quando questi, dopo avere percorso un sentiero irto di rischi e difficoltà oggettive e ambientali, si sono ritrovati con un pugno di mosche in mano quando la linea del traguardo era praticamente alla loro portata.

Trasferimenti, inchieste passate da un ufficio all'altro, da un magistrato all'altro, da una procura all'altra, hanno caratterizzato, purtroppo, una lunga escalation di vicende che hanno scosso il Paese e che, per troppi e lunghi anni, sono rimaste nel tunnel dell'oblio. Anni difficili gli anni '70. Come difficili sono stati gli anni '60. Anni in cui – e questo sarà accertato in un secondo tempo storico – "pezzi" inquinati dallo Stato, personaggi collegati ai servizi segreti deviati, affaristi di pochi scrupoli, piduisti con tanto di tessera nel taschino, imprenditori corrotti, mafiosi di primo pelo e uomini di "rispetto" di antico lignaggio e rappresentanti di un certo mondo politico collegati alla criminalità organizzata, avevano formato una non meglio definita "consorteria" Un manipolo di personaggi che pur tra mille difficoltà e decine di processi, sono stati via via individuati e smascherati. Anche grazie all'intervento deciso di alcune procure.

Anni difficili gli anni '70. Difficili anche per quegli investigatori, poliziotti o carabinieri, non avvezzi alle interviste o ai salotti televisivi,

Investigatori dal volto e dal nome anonimo. Investigatori la cui unica meta era quella di far bene il proprio lavoro, sino in fondo e senza condizionamenti. Investigatori che hanno avuto il solo torto di far rispettare le leggi e di raschiare il fondo della pentola per arrivare alla verità; quella vera, senza guardare in faccia nessuno.

Anni '70 difficili per tutti.

Giuseppe Peri protagonista, suo malgrado, di questo documento storico-giornalistico, era un poliziotto normale. Umile, attaccato alla Patria, alla famiglia, al lavoro. Era un personaggio assolutamente sconosciuto ai più.

Sulla scrivania del suo ufficio un giorno qualunque, di un mese qualunque, piombò un incartamento che il poliziotto cercò di radiografare e sviluppare senza alcun tentennamento.

Peri, prima di ogni altro, tentò di offrire una lettura analitica e quanto mai precisa e ad ampio raggio, in relazione ad alcuni fatti di cronaca – apparente mente slegati tra di loro – ma in realtà, secondo il suo intuito e secondo gli indizi raccolti in quei lunghi mesi di lavoro investigativo, collegati da un unico, sottilissimo filo conduttore. Per Giuseppe Peri quei fatti avrebbero fatto parte di una sola strategia.

Tutto ciò utilizzando un metodo nuovo per quel che concerne l'attività investigativa degli anni '70, non proprio all'avanguandia in Italia rispetto ad altri paesi industrializzati o rispetto agli USA. Peri, dunque, mise in atto un innovativo sistema d'indagine.

A detta di molti, Peri fu l'antesignano delle più moderne teorie che poi avrebbero visto accertata la convivenza in simbiosi di mafia e terrorismo, massoneria e clan mafiosi, logge massoniche e terrorismo politico-mafioso. Certo il suo lavoro non ebbe il successo sperato. Molte vicende, da lui ritenute collegate ad altre, non confluirono nei giusti canali investigativi. Ma resta il fatto che l'integerrimo poliziotto provò a far quadrare il cerchio di una serie di episodi, molti dei quali scossero terribilmente l'opinione pubblica nazionale e, in un paio di casi, non solo quella nazionale.

Quando cominciò la carriera di poliziotto, Giuseppe Peri aveva previsto per sé un lavoro normale, senza eccessi, Un lavoro che potesse essere paragonato ad altre attività professionali, ad altre mansioni; senza infamia e senza lode. Un lavoro normale condito da successi e insuccessi, da gioie e da amarezze. Niente di più. Nella sua mente non c'era altro, durante la sua carriera investigativa che il lavoro e la famiglia. Insomma Peri aveva previsto di costruirsi una vita normalissima, come un qualsiasi cittadino-lavoratore. Una vita senza proclami e senza particolarissimi problemi. Egli si trovo a lavorare, purtroppo, in una città (la Trapani degli anni '70) in cui il solo tentativo di accennare timidamente ad un connubio tra mafia e politica, mafia e massoneria e cose del genere, poteva tramutarsi in una sorta di boomerang. Non erano pochi coloro che, una volta che il poliziotto mise a frutto gli indizi che aveva raccolto, lo apostrofarono malamente dandogli del "matto".

Pura utopia, in quegli anni a Trapani, riuscire a concludere una indagine del genere senza rimanere schiacciato dai richiami dei Superiori.

L'avere collezionato una serie di crimini (omicidi, sequestri di persona, stragi terroristico-mafiose e addirittura un disastro aereo) in un rapporto consegnato alla magistratura, dopo avere legato tutte le vicende secondo un proprio filo conduttore, creò attorno a Peri il vuoto assoluto. Il piccolo Don Chisciotte della questura di Trapani si trovò in pochissimo tempo a fare i conti con alcuni giganti della “non verità”. Certa magistratura ambigua dell'epoca e certi suoi superiori, non credendo al suo lavoro lo attirarono in una sorta di «strada senza ritorno».

In quei mesi, nel corso dei quali raccolse indizi, testimomanze e prove più o meno consistenti, Peri si fece soltanto dei nemici.

Più andava avanti, più aumentavano i suoi detrattori. Era conosciuto come il «Maigret trapanese», Giuseppe Peri. Negli anni in cui diede forma e contenuto ad un rapporto di 34 pagine, fitto fitto e ricco di annotazioni e riferimenti, il poliziotto dovette fare i conti con le polemiche, con le minacce, con i rinbrotti più o meno celati di alcuni Superiori. Malgrado tutto, riuscì ad inviare il rapporto ai capi di ben sette procure della Penisola.

In quel documento proiettò una inedita luce sui fatti eclatanti come la tragedia di «Montagna Longa» (il Dc 8 dell'Alitalia precipitato il 5 maggio 1972 in provincia di Palermo) o come l'attentato che costo la vita all'alto magistrato genovese Francesco Coco.

Nel calderone di quel rapporto "esplosivo" anche quattro sequestri di persona e sette omicidi. Giuseppe Peri ci lavorò duramente. Giorno e notte. Era partito da un labile indizio, Raccolse una enorme mole di carte, migliaia di documenti. Si era appassionato a quei casi, a quei misteri, e si era convinto che sarebbe riuscito a risolverli tutti. Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, l'investigatore mostrò il suo coraggio, conscio di toccare intoccabili, conscio di rischiare la sua vita come quella dei suoi stretti collaboratori. Tra le sue mani una bomba ad orologeria, in per la quantità dei casi sezionati sia per la caratura di determinati personaggi, finiti – Più o meno a ragione – nel mirino delle sue sconvolgenti e clamorose investigazioni. Peri si era convinto di avere acquisito un mosaico dalla difficile composizione. Era certo di avere sia le mani numerosi pezzi ma non tutti. Eppure non si arrese e malgrado le avversità e i grandi ostacoli che dovette superare, con enorme dispendio di energia fisica e mentale, riuscì a ricostruire quel mosaico.

Sapeva però che certi “apparati ufficiali delle Istituzioni” gradivano davvero poco quel suo lavoro d'indagine. Peri si trovò subito in un vicolo cieco e la sua strada fu sempre in salita, percorrendo il sentiero irto di difficoltà senza alcuna garanzia, senza che alcuni dei suoi  Superiori ne spalleggiassero l'attività.

Peri fu pressato, per certi versi anche isolato ed emarginato. Il poliziotto però, porto avanti con dignità il suo lavoro, la sua «battaglia», il suo "credo" investigativo,

Gli anatemi che gli piovvero in abbondanza non lo scalfirono più di tanto, anche se qualche volta ebbe voglia di mollare tutto e di andare via da Trapani.

In più di una occasione qualcuno lo contattò telefonicamente in ufficio «consigliandogli» qualche giorno di riposo.

Era accaduto durante il "periodo caldo" dell'indagine, proprio quando il poliziotto aveva acquisito elementi importantissimi per collegare determinati ambienti politico-affaristici ad alcuni fatti criminosi.

Peri, proprio grazie a quelle telefonale ricevute in ufficio, a quei "consigli" , a quelle pressioni, decise di continuare. Patria, lavoro e famiglia erano i  suoi punti cardine per quel che riguardava i valori e proprio nel nome di quei valori aveva giurato a se stesso che mai e poi mai si sarebbe ritirato. Peri proseguì e percorse ancora a lungo la strada della verità, la sua verità.

Nella sua mente soltanto un pensiero: smascherare coloro che si celavano dietro quelle trame oscure.

A Giuseppe Peri interessava soltanto far rispettare la legge. Nessuna colorazione politica, nessun partito, nessun uomo delle Istituzioni lo avrebbe fermato. Sapeva di avere toccato " fili della verità" e di avere dato fastidio a "qualcuno", a Roma o a Palermo, ma tutto questo lo lasciò indifferente. Era ben consapevole che prima o poi sarebbe entrato nel tunnel della strada del non ritorno.

Chissà quante volte avrà pensato ai depistaggi chissà quante volte si sarà posto la domanda. «E se mi hanno depistato apposta?».

Si trattava però di pochi istanti in cui i suoi pensieri si annebbiavano. Pochi secondi dopo il Peri coraggioso ed inflessibile era già a lavoro, a caccia della verità e di altri elementi da incastonare nel suo grande e misterioso mosaico. Il suo unico obiettivo era quello di arrivare alla verità processuale nel più breve tempo possibile, ma era consapevole delle difficoltà ambientali, territoriali e lavorative.

Il rapporto giudiziario consegnato alla magistratura diede vita ad uno scossone senza precedenti. In certi ambienti investigativi siciliani e nel chiuso delle stanze di certi Palazzi.

Giuseppe Peri, "piccolo" poliziotto di provincia, aveva intuito per primo ciò che venti anni dopo avrebbe progettato un grande magistrato siciliano, Giovanni . Falcone. Quella intuizione investigativa si sarebbe poi chiamata Superprocura.

In pratica, indagando sulla tragedia aerea di «Montagna Longa», sui sequestri di persona e sugli omicidi, Peri si accorse che il lavoro investigativo, sviluppato come si faceva allora non avrebbe potuto garantire i successi sperati senza che una organica e complessa analisi dei fatti e un intelligente vaglio dei fatti globalmente considerati potevano suggerire.

Stravolgendo i tradizionali canoni di polizia giudiziaria, sino a quel momento in vigore e tentando di cambiare letteralmente le regole dettate dalle competenze territoriali e burocratiche, Peri innescò una inattesa quanto innovativa procedura d'indagine che sarebbe stata successivamente oggetto di oculati accorgimenti, anche legislativi, nella lotta alla criminalità organizzata.

Ad un ventennio dalla sua scomparsa, l'intuizione investigativa di Giuseppe Peri appare più che mai attuale. Il coraggioso funzionario – trasferito da Trapani a Palermo (non si è mai saputo se si fosse trattato di un trasferimento «punitivo») – morì la notte del Capodanno 1982. Non vide confermate le sue teorie. Le me intuizioni rimasero tali, ben celate nelle 34 pagine che costituiscono quel rapporto.

Nella seconda metà degli anni '90 alcuni dei misteri trattati da Peri nel suo rapporto investigativo sono stati argomentati da alcuni collaboratori di giustizia. A parte le nuove risultanze investigative che hanno permesso di rileggere il contesto in cui sono maturati taluni degli argomenti sviscerati da Peri, resta il fatto che il poliziotto palermitano ha dato il via ad un nuovo procedimento nella trattazione di più «casi», inserendoli in un contesto ben più ampio,

Che sia stato depistato "ad arte" il coraggioso poliziotto?

Che il suo lavoro sia stato soltanto il frutto di un paziente «gioco ad incastro» che tra mezze verità ed intuizioni senza alcun riscontro, ha fatto tremare qualche potente?

E' possibile. Un fatto resta indelebile. Il lavoro di Peri ha reso giustizia a tanti servitori dello Stato che, come lui, hanno affermato nell’ombra e nel silenzio ma tenacemente, il proprio pensiero. Servitori dello Stato che non si sono piegati allo strapotere e alla prepotenza politico-mafiosa. Ringraziamo l'Istituto Gramsci Siciliano e in particolare il suo Presidente Prof. Giovanni . Giudice, per averci dato la possibilità di raccontare la storia di un investigatore come Peri.

 

Gli Autori

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L’investigatore dimenticato

 

GIUSEPPE PERI

 

Giuseppe Peri nacque a Palermo il 18 aprile del 1927. Laureatosi in legge, entrò in Polizia il 16 settembre del 1956. Due anni dopo il Ministero dell’Interno gli conferì il primo encomio. Peri, infatti, si distinse in una brillante operazione di polizia giudiziaria, partecipando ad una inchiesta sulla criminalità organizzata. Fu destinato alla questura di Trapani dove, per circa 16 anni, diresse la locale Squadra mobile. La notte del 14 gennaio 1968 fu inviato dal questore di Trapani a coordinare i soccorsi nelle zone colpite dal terremoto della Valle del Belice. In particolare in quei tragici momenti, Giuseppe Peri si distinse a Poggioreale e a Salaparuta nelle operazioni di assistenza della popolazione visibilmente provata, all’addiaccio e senza tetto. Significative le parole che Peri trascrisse nella segnalazione ai suoi superiori: “…sono circa le 24 ed una scossa sismica ci sorprende nella piazza di Poggioreale. Con me ci sono il sindaco Giovanni Maniscalco e due agenti. Ci precipitiamo nella strada adiacente dove era in corso la distribuzione di liquori e pane. A causa della scossa la distribuzione era stata sospesa per il fuggi fuggi generale…”. Il dottor Peri non se lo fece dire due volte: proseguì da solo la distribuzione. Intorno all’una si presentò un sacerdote proveniente da Salaparuta il quale sottolineò che gli abitanti di quel paese, sparsi per le campagne circostanti, avevano bisogno di cibo e di acqua, specialmente i bambini. Il funzionario dispose l’invio immediato dei viveri promettendo allo stesso prete che di lì a poco lo avrebbe raggiunto coi suoi uomini.

Suggestivo ed emozionante è il racconto che Peri fa di un’ulteriore scossa sismica: “…giunti alle porte di Salaparuta, alle 2,15, ed iniziata appena la distribuzione dei liquori, si verificava una tremenda scossa che radeva al suolo i vicini centri di Poggioreale, Gibellina e della stessa Salaparuta. Sì forte era stata la scossa, che la terra sollevandosi di circa un metrò si increspò onduosamente mentre il lungo boato scosse paurosamente tutta la contrada che, oscurata da nuvoloni di polvere alzatasi dalle macerie dei paesi in rovina, e che si interponeva tra la luna e il triste paesaggio, assunse un aspetto da apocalisse. Il suono delle campane dei campanili che quasi riproducevano con i rintocchi l’intensità delle stesse scosse, completava la visione apocalittica della tremenda tragedia abbattutasi in tutta la zona…”.

Per questi episodi gli fu assegnato dal Ministero un attestato di merito e gli fu conferita dal Comune di Poggioreale la cittadinanza onoraria.

Fino al dicembre del 1973 diresse la Squadra mobile di Trapani conseguendo brillanti risultati nella lotta al crimine organizzato. Tra l’altro si distinse per aver guidato le indagini, coordinate dall’allora Procuratore della Repubblica di Marsala Cesare Terranova, per il sequestro e l’omicidio della piccola Antonella Valenti e delle sorelline Virginia e Ninfa Marchese commesso da Michele Vinci, successivamente definito dalla stampa nazionale “il mostro di Marsala”.

In seguito si occupò della direzione della II Divisione della stessa questura sino al 30 novembre del 1974. Nove giorni dopo, il suo arrivo ad Alcamo come dirigente di uno dei commissariati più esposti nella lotta contro la mafia.

E’ in questo grosso centro agricolo-commerciale del trapanese che Peri si occupò di quattro clamorosi sequestri di persona. Il solerte funzionario di polizia segnalò, il 15 novembre del 1976, alle Procure di Trapani e Marsala e alla questura di Trapani (con rapporto preliminare), che i sequestri di Luigi Corleo, Nicola Campisi, Luigi Mariani ed Eugenio Egidio Perfetti, sarebbero stati realizzati “per fini eversivi di autofinanziamento della criminalità politica di area neofascista con la collaborazione della delinquenza comune”.

Questa impostazione delle indagini suscitò nel Questore di Trapani dell’epoca, Aiello, una dira reazione tanto che la “relazione Peri” fu definita “farneticante”. Il 9 dicembre 1976 Giuseppe Peri fu rimandato a Trapani e, di fatto, messo a disposizione del Procuratore della Repubblica di Marsala per proseguire le indagini sulle nuove ipotesi che avevano portato a quattro sequestri.

Il 20 settembre 1977 ignoti attentarono alla sua vita. Recatosi alla Procura di Marsala per partecipare a un summit sui sequestri di persona, nel corso del quale si fece il punto sullo stato delle indagini per l’omicidio del tenente colonnello Giuseppe Russo, Peri si accorse che qualcuno aveva svitato i bulloni della ruota anteriore sinistra dell’Alfetta sulla quale aveva effettuato il viaggio da Trapani.

Un’altra giornata amara per Giuseppe Peri fu quella del 22 novembre 1977, quando il settimanale “Trapani Sera” pubblicò inaspettatamente ampi stralci del suo rapporto contenente gli esiti delle indagini, fino a quel momento, sui quattro sequestri.

Peri, visibilmente contrariato, denunciò i due episodi all’Autorità Giudiziaria. Il 1° luglio 1978 fu trasferito d’autorità, ufficialmente inviato in missione, alla questura di Messina. Peri non accettò mai quel trasferimento, entrando in polemica con il Procuratore Generale di Palermo. Il 29 luglio successivo fu trasferito alla questura di Palermo dove rimase fino alla morte avvenuta il 1° gennaio 1982. Gli ultimi quaranta mesi della sua brillante carriera li trascorse praticamente escluso da qualunque tipo di indagine, dimenticato in un anonimo ed oscuro ufficio burocratico.

Se la sua vita professionale fu costellata di alti e bassi, di gioie e amarezze, di encomi e falsità, la sua vita privata fu serena e piena di soddisfazioni. Il poliziotto Peri, una volta tornato a casa la sera, indossava i panni del padre e del marito. Il suo lavoro, le sue indagini, le sue inchieste, i suoi coraggiosi atti di eroismo, non erano argomenti da trattare in famiglia, a tavola come in salotto.

Questo fu Giuseppe Peri.

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  1. 25 settembre 2007 a 19:07 | #1

    Salve, sono giornalista radio città aperta, (roma,88.9) dove tra le altre cose, ho ideato una trasmissione dal titolo:”fatti estranei”; dove mi occupo di fatti storici, recenti e lontani nel tempo; il tutto, senza pregidiziali politiche e culturali. Comunque, ho letto il rapporto peri, e l’ho trovato molto interessante. Sarà sicuramente un argomento che tratterò nelle prossime trasmissioni. saluti

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