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Attacco al cuore dello stato [di Maurizio Macaluso – Quarto Potere]

17 dicembre 2006

Tra il 1975 ed il 1976 un'ondata di violenza investì il territorio di Alcamo. Due personaggi politici e due carabinieri caddero sotto i colpi di spietati sicari. Secondo Giuseppe Peri, i delitti furono opera di terroristi

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Ogni sera, prima di rientrare casa, gli uomini politici di Alcamo fanno una passeggiata al corso. Stringono mani, incontrano amici e simpatizzanti. Ai tavoli dei bar, nella piazza, tra un caffé ed un aperitivo, si stringono alleanze e talvolta si ordiscono complotti. Antonio Piscitello non rinunciava mai alla sua passeggiata al corso. Quarantacinque anni, sposato e padre di un figlio, indipendente di sinistra, era un politico assai noto ad Alcamo. La sera del 26 aprile del 1975 due sicari lo sorpresero uccidendolo con diversi colpi di pistola. Un delitto che sconvolse il territorio di Alcamo, in cui negli anni Settanta si verificarono numerosi omicidi ed attentati rimasti insoluti. L'uccisione dell'ex consigliere sarebbe maturata nell'ambito di una strategia della tensione ordita da gruppi di estrema destra con la complicità della mafia con il fine di destabilizzare il Paese ed impedire l'avanzata dei comunisti.

L'ipotesi è contenuta in un rapporto del commissario Giuseppe Peri che diresse in quegli anni il commissariato di Alcamo indagando su gravi fatti di sangue. Erano anni difficili. In diverse province della Sicilia erano avvenuti attentati terroristici. Alcamo era il crocevia di traffici illeciti in cui venivano stretti accordi ed alleanze ancora oggi poco chiari. Antonio Piscitello era molto conosciuto in città. Nel 1971 aveva fondato l'Unione Lavoratori Alcamesi. Presentatosi alle amministrative con una lista civica, era riuscito ad ottenere ampi consensi approdando in consiglio.

Tanti pensavano che sarebbe riuscito in breve tempo  a conquistare importanti incarichi. Nell'inverno del 1975 era stato però coinvolto in una vicenda giudiziaria. I carabinieri avevano acquisito a suo carico elementi d'accusa nel quadro di un raggiro che avrebbe coinvolto numerose persone. Antonio Piscitello, finito in manette con le accuse di truffa ed associazione a delinquere, era tornato presto in libertà ma l'inchiesta aveva irrimediabilmente compromesso la sua attività politica. La sera del 26 aprile del 1975 due sicari lo sorpresero in strada ed esplosero contro di lui diversi colpi di pistola uccidendolo. Alcune ore dopo l'agguato furono rinvenuti, nel centro della città, quattordici candelotti di dinamite. Il ritrovamento destò grande preoccupazione nella popolazione. Se l'esplosivo fosse esploso avrebbe potuto provocare una strage.

Il 28 maggio, appena un mese dopo l'uccisione di Antonio Piscitello, un altro fatto di sangue sconvolse la città. Poco prima della mezzanotte l'assessore comunale ai lavori pubblici Francesco Paolo Guarrasi, ex sindaco democristiano, fu assassinato con quattro colpi di pistola mentre stava rientrando a casa. Il cadavere fu rinvenuto, la mattina successiva, da un operaio che si stava recando a lavoro. Gli investigatori accertarono che per compiere l'omicidio era stata utilizzata la stessa pistola servita per uccidere Antonio Piscitello. Gli inquirenti ipotizzarono che l'uccisione dell'ex sindaco, che faceva il costruttore, fosse maturata nell'ambito degli appalti e delle concessioni edilizie. Francesco Paolo Guarrasi si era avvicinato alla politica nel 1966 seguendo le orme della madre, che era stata un'attivista della Democrazia Cristiana.

Il suo primo importante incarico era stato quello di assessore comunale all'Igiene ed alla Sanità. Nel 1969 era riuscito a diventare sindaco con il  sostegno di un gruppo di dissidenti democristiani ed un manipolo di indipendenti di sinistra. Era stato espulso dal partito. In quel periodo era stato raggiunto anche da una comunicazione giudiziaria per alcune presunte irregolarità nell'affare per il rifacimento dei numeri civici del comprensorio alcamese ed in una gara d'appalto per l'acquisto di macchinari che non sarebbero mai stati utilizzati dall'amministrazione comunale. "E' tutto in regola", si era affrettato a dire, sostenendo di potere dimostrare l'infondatezza delle accuse contestatigli dagli inquirenti. Malgrado le vicissitudini giudiziarie, non aveva però abbandonato la politica.

Nel 1971 era rientrato nella Democrazia Cristiana e, due anni dopo, era riuscito ad ottenere la poltrona di assessore ai lavori pubblici. Due mesi dopo la sua morte, sua moglie si tolse la vita lanciandosi dal quarto piano dello stabile in cui, per soli tre mesi, aveva abitato con il marito. Le uccisione di Antonio Piscitello e Francesco Paolo Guarrasi destarono grande preoccupazione tra i personaggi politici di Alcamo. "Dopo tanti delitti – scrisse il commissario Giuseppe Peri in un rapporto – gli uomini politici la sera rincasano presto, tra il sorriso sardonico dell'uomo della strada rinunziando alla passeggiata al corso ed all'abituale chiacchierata in piazza Ciullo non certo soltanto. per obbedire alle mogli dotate di innato senso di veggenza". Ma l'ondata di terrore che aveva investito Alcamo non si arrestò. Il 22 giugno del 1975 un commando esplose raffiche di lupara contro due carabinieri.

I due militari restano miracolosamente illesi. Sei mesi dopo, nel corso della notte tra il 26 ed il 27 gennaio del 1976, un commando fece irruzione in una caserma ad Alcamo Marina ed uccise due carabinieri. I corpi furono rinvenuti la mattina successiva da alcuni poliziotti di passaggio. Carmine Apuzzo giaceva nel suo letto. Gli occhi chiusi e la bocca semiaperta dalla quale fuoriusciva un rivolo di sangue. L'appuntato Salvatore Falcetta era sul pavimento con gli occhi socchiusi e le braccia aperte. I sicari  li avevano sorpresi nel sonno e li avevano uccisi con colpi di pistola. Alcune ore dopo l'agguato un fantomatico gruppo terroristico, il Nucleo Sicilia Armata, diffuse un messaggio con cui si attribuiva la paternità del delitto. "La giustizia della classe lavoratrice ha fatto sentire la sua presenza ore 1.55 ad Alcamo Marina", disse una voce al telefono parlando con il centralinista di un quotidiano regionale. "Il popolo ed i lavoratori faranno ancora giustizia di tutti i servi, i carabinieri in testa, che difendono lo Stato Borghese. Il bottone, ripeto il bottone, perso da uno dei componenti del nostro commando armato che ha operato ad Alcamo Marina è una traccia inutile, perché la giacca l'abbiamo presa da una macchina, tempo addietro, ad Orbetello. Carabinieri e polizia fanno meglio a difendersi ed a dedicare le loro energie ad altro. Fanno meglio a difendersi assieme ai loro padroni fascisti ed americani. Sentirete ancora molto presto parlare di noi. Possiamo agire ad Alcamo, a Roma, ovunque".

La rivendicazione non fu ritenuta attendibile. Il gruppo terroristico era praticamente sconosciuto. Sul pavimento del corridoio della casermetta era stato però effettivamente rinvenuto un bottone perduto da uno dei sicari. Un particolare che potevano conoscere solo coloro che avevano partecipato all'agguato. Alcune settimane dopo i carabinieri  bloccarono un'auto nel centro di Alcamo. Al volante vi era Giuseppe Vesco, un giovane alcamese privo di una mano. I militari notarono sul cruscotto la fondina di una pistola che risultò essere stata sottratta la notte dell'agguato. Giuseppe Vesco fu condotto in caserma. Al termine di un lungo interrogatorio crollò ed ammise di avere partecipato all'uccisione dei due carabinieri. Si rifiutò però di rivelare i nomi dei suoi complici. Due giorni dopo firmò una dichiarazione con la quale accusava alcuni conoscenti di avere partecipato all'agguato. Raccontò che Giovanni Mandalà, un bottaio di trentotto anni di Partinico, aveva forzato la porta della caserma con la fiamma ossidrica.

A sparare erano stati invece Giuseppe Gulotta e Gaetano Santangelo, due giovani alcamesi di diciannove e diciassette anni, mentre Vincenzo Ferrantelli, uno studente di sedici anni di Alcamo, aveva messo a soqquadro le stanze. I quattro furono immediatamente arrestati. All'interno di una stalla di proprietà di Giovanni Mandalà furono ritrovate alcune divise e distintivi trafugati dalla caserma dopo l'agguato. Giuseppe Vesco sostenne che l'attentato, organizzato da un movimento rivoluzionario, era diretto a colpire lo Stato. Nel corso di una perquisizione, all'interno della sua abitazione, furono rinvenuti alcuni ritagli di giornale riguardanti i sequestri di Luigi Corleo e Nicola Campisi. Alcuni mesi dopo l'arresto, però, Giuseppe Vesco ritrattò. Scagionò i suoi complici ed annunciò un memoriale con clamorose rivelazioni. Il 26 ottobre del 1976 fu trovato impiccato all'interno della sua cella nel carcere di Trapani. La sua ritrattazione non bastò per scagionare i presunti complici. Giovanni Mandalà e Giuseppe Gulotta furono condannati rispettivamente all'ergastolo ed a ventotto anni di reclusione. Gaetano Santangelo e Vincenzo Ferrantelli, all'epoca dell'agguato entrambi minorenni, furono condannati al termine di una lunga serie di processi rispettivamente a ventidue e quattordici anni di reclusione.

Il commissario Giuseppe Peri, indagando sul sequestro dell'esattore Luigi Corleo ed altri tre rapimenti, ipotizzò che tutti gli episodi avvenuti in quegli anni nel territorio trapanese sarebbero maturati nell'ambito della strategia della tensione. Il piano sarebbe stato organizato nel corso di una riunione segreta avvenuta nella primavera del 1975 a Roma. "Il regista di tanta scellerata farsa – scrisse il funzionario di polizia – sceglie, come proscenio ove potere realizzare episodi di altrettanta scelleratezza la città di Alcamo, ubicata a specchio rispetto alle località ove sarebbero stati, poi, consumati due dei quattro sequestri. Tale scelta viene fatta con razionale, quanto criminale, sottigliezza, logistica e strategica. Non a caso le suddette località, con l'eminenza grigia dell'organizzazione, debbono avere  topograficamente una continuità tra loro, debbono interessare una medesima zona di questo estremo lembo della Sicilia occidentale: l'attenzione nazionale su fatti gravissimi, insoliti, doveva essere polarizzata, in sincrone unità di tempo, di luogo e di scopo, su una zona ristretta per ottenere il massimo effetto psicologico deprimente. Non si sarebbe ottenuto lo stesso effetto se i vari episodi delittuosi fossero stati consumati, sia pure in un breve arco di tempo, in varie regioni d'Italia ed in località alquanto distanti tra loro. Il clima di tensione e di terrore creato in Alcamo investe, in primis, il mondo politico con gli omicidi del socialista Antonio Piscitello e del democristiano Francesco Paolo Guarrasi. Questo clima di terrore investe anche la sfera dei poteri dello Stato, a mo' di sfida, con l'attentato, con raffiche di lupara, alla vita di due carabinieri viaggianti di notte, il 22 giugno 1975. Questo crescendo di delitti, di genere nuovo per la qualità delle vittime, consumati nell'arco di meno di due mesi, culmina, a distanza di un mese, nel sequestro di Luigi Corleo, nella vicina Salemi, attuato con spiegamento di uomini e con uso di armi da guerra tali da fare pensare ad un colpo di mano militare. Con tali gravi delitti consumati a poca distanza di tempo l'uno dall'altro si instaura il vuoto dei poteri degli organi dello Stato a quali è demandata la tutela della sicurezza pubblica. Tale situazione allarmante diventa gravissima allorquando la notte del 27 gennaio nella casermetta di Alcamo Marina vengono uccisi, nel sonno, due carabinieri".

Maurizio Macaluso

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  1. federica
    18 novembre 2007 a 17:14 | #1

    la giustizia è davvero strana, ora più che mai, i veri criminali sono fuori dal carcere e la giustizia è troppo corrota così come le istituzioni. Ho sentito parlare di questo omicidio tante volte perchè alcamo è un paese che faceva gola a tanti e ora le cose non sono cambiate. la verità non si conoscerà mai, la giustizia non verrà mai fatta…chi ha ucciso veramente i carabinieri? non chi è stato incolpato…non tutti sanno che l’uomo senza mano di cui si parla nell’articolo è stato trovato impiccato in carcere, mi chiedo con una mano soltanto come ti impicchi???e poi il diario che teneva perchè ha delle pagine stracciate proprio quando si parlava dell’omicidio? ma queste cose le so io come le sanno in tanti, peccato che le domande non sempre se le fanno tutti er comodità di non conoscere la risposta.
    é solo una vergogna!

  2. gabriella
    12 ottobre 2007 a 15:34 | #2

    Ho conosciuto Gulotta Giuseppe negli anni ottanta. Faceva dei lavori di edilizia per conto della mia azienda.Condannato all’ergastolo sono riuscita dopo alcuni anni a assumerolo per lavoro all’esterno con l’articolo 21 come operaio nella mia azienda. Gulotta si è sempre proclamato innocente ed io che ormai lo consco da tanti anni credo alla sua versione dei fatti. Tant’è che la mia famiglia ha pagato un legale al fine di procedere ad una richiesta di apertura del processo.
    Lggendo questo articolo mi sono convinta più che mai dell’innocenza del Gulotta perchè in effetti non ci sono prove. Ma io che da 45 anni faccio l’imprenditrice ormai credo di conoscere le persone e il Gulotta è un uomo che ha una gran volontà di lavorare e pur nel suo dichiararsi sempre innocente sembra non aver perso la fiducia nella gustizia. Non so perchè a quel tempo il suo nome sia venuto fuori: probabilmente la sua giovane età ,l’ambiente in cui viveva, il suo quasi totale analfabetismo ( ha imparato a leggere e scivere in carcere) lo portavano a frequentare ambienti poco raccomandabili.E’ sicuramente una vittima e non c’è niente di criminale in lui.
    Ergastolano, l’ho tenuto nei pressi della mia casa ,vicino a mia figlia bambina,
    e mai ho avuto un momento in cui io abbia avuto paura della sua vicinanza.
    E’ un uomo mite,ha un figlio e si è preso carico della famiglia della donna con cui convive e che aveva più problemi di lui.
    Ha un ottimo rapporto con i compagni di lavoro e mai una volta (ormai sono passati quasi 15 anni)mi sono pentita di avergli dato la possibilità di lavorare all’esterno del carcere. Ora leggo questo articolo e sarebbe una cosa umanamente dovuta riaprire questo processo , sarebbe dovuta a lui , alla società e anche alle famiglie delle povere vittime di questa vicenda conoscere finalmente la verità. Credo che un innocente che debba scontare una pena per una cosa non fatta sia terribile e nessun cittadino Italiano dovrebbe avere la sensazione di insicurezza, che invece ha, quando vede veri criminali uscire dalle carceri e uccidere ancora e magari avere anche la paura che un errore giudiziario lo tenga in galera ingiustamente, per sempre, senza mai riabilitarti.
    Se qualcuno che conta legge questo commento può contattarmi. G:B: Imprenditrice

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